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Il miraggio della primavera araba e la paura degli addetti ai lavori dell'arte egiziani. Preoccupati per il ritorno di violenza e censura

pubblicato domenica 23 dicembre 2012

AUC2, Ammar Abo Bakr e la sua squadra, Estate 2012, Mohammed Mahmoud Street, Downtown Cairo.

I risultati saranno resi noti domani, eppure la "nuova" costituzione egiziana votata tramite referendum ed ispirata alla Sharia, dai sondaggi risulta aver riscosso il 64 per cento delle preferenze degli aventi diritto al voto. 
Una situazione a dir poco scoraggiante per tutte le manifestazioni culturali che hanno fatto capo alle varie declinazioni della primavera araba del 2011.  
Diversi leader culturali e accademici del Medio Oriente hanno già messo in guardia che le arti della "primavera" sono minacciate a causa della crescente violenza, della censura e della mancanza di visione politica che, da oggi, adotta di nuovo il suo "codice di fede": «La percezione popolare che la regione stia vivendo una libertà senza precedenti di espressione è semplicistica e fuorviante, e molti artisti sono diffidenti dalla natura sempre più violenta della primavera araba» ha dichiarato il ricercatore Sultan Barakat. E mentre in Egitto montano le proteste per presunti brogli da parte delle forze politiche vicine al presidente Morsi, la paura è di nuovo rivolta ai Salafiti, che hanno attaccato anche nei mesi scorsi, come vi avevamo riportato anche su Exibart, cinema artisti.
Il drammaturgo egiziano Ahmed el-Attar ha riportato: «Ho paura che il paese stia scivolando verso il fascismo. Finora la cultura è stata mantenuta al margine della vita del Paese, ma ora i "Fratelli Musulmani", che non hanno ancora un'agenda a riguardo, stanno parlando di concentrarsi sulle figure dell'Islam storico».
Karim el-Shennawy, film-maker che hanno protestato in piazza Tahrir, ha affermato che la situazione, da questo momento in poi, potrà solo peggiorare, con una nuova ondata di voci che accusano registi e attori del reato di riempire la mente alla nuova generazione di questioni e immagini inappropriate. 
Ma dell'arte per la strada? Dei graffiti e di tutte le forme di protesta creative sviluppatesi nel corso di questi mesi? Di nuovo risponde Barakat: «Ai giovani coinvolti nelle rivoluzioni mancava l'esperienza necessaria per sviluppare un settore culturale forte: le società dell'arte sono ancora nelle loro torri d'avorio, mentre il pubblico resta piccolo, le mostre degli appuntamenti esclusivi». Graham Sheffield, direttore artistico al British Council, ha appena tenuto una conferenza per mettere in luce un modo possibile per sostenere il settore artistico in Medio Oriente, che potrebbe essere un unione di intenti con esponenti dai diversi valori.
«Non dobbiamo solo entrare in contatto con persone con le quali possiamo avere un'intesa, ma anche con gli elementi più ragionevoli dei regimi conservatori, così come verso le personalità che stanno riprendendo in mano il Paese». Una modalità possibile per ricollegare gli intenti? Passa dall'istruzione, nella necessità di fornire una piattaforma per collegare giovani e artisti dal Medio Oriente con i loro coetanei internazionali. E ovviamente con il movimento "Occupy". Sperando il British Council accolga la sfida.

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