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Ritratto del curatore da giovane

Oggi ha trentaquattro anni, ma quando ha incominciato a lavorare per l'ultima edizione di "documenta" al fianco di Carolyn Christov-Bakargiev, di anni ne aveva solo ventinove. È la curatrice Chiara Vecchiarelli che, conclusa l'esperienza in Germania, ha ripreso a lavorare con l'obiettivo di creare nuove situazioni generatrici di cultura
Di Manuela Valentini
pubblicato lunedì 28 gennaio 2013

Margaret Leng Tan, Cage-Kaprow-Fluxus, Ca' Zenobio, Venice, June 5, 2009. Photo: Levon Mkrtchyan
Chiara, puoi presentarti brevemente?
«Sono nata a Namur, nella parte francofona del Belgio, crescendo bilingue ma in Italia. Attualmente, dopo il periodo trascorso a Kassel per lavorare a dOCUMENTA (13), risiedo tra New York e Roma/Venezia».
Quale facoltà universitaria hai frequentato?
«Mi sono laureata presso l'Università Iuav di Venezia, sostenendo una tesi sull'inoperosità artistica, dal titolo L'opera inoperosa, con Giorgio Agamben come relatore al triennio, e una tesi di laurea specialistica sulle reciproche influenze della notazione artistica e musicale centrata su un'idea di caricamento temporale della notazione performativa, con Angela Vettese e Andrea Cavalletti, questa volta con dignità di pubblicazione, oltre che con lode. Ho un ottimo ricordo del periodo universitario, sia per l'alto livello dell'insegnamento e la vivacità degli scambi con colleghi e docenti che per i progetti nati con l'università, come per esempio la curatela del libro Visual Arts at Iuav: 2001-2011, sul decennale del settore arti dello Iuav, edito da Mousse Publishing».

Cesare Pietroiusti and Carolyn Christov-Bakargiev, Reworking a Work, The Emily Harvey Foundation, New York, January 2, 2013. Photo: Chiara Vecchiarelli

Qual è la tua prima mostra?
«Se devo individuare un momento sorgivo, direi la prima serie di eventi che ho curato a Cà Zenobio a Venezia nel 2009 per l'inaugurazione della Biennale, intitolata Cage-Kaprow-Fluxus, con apice nella performance della mezzanotte del 5 giugno in cui Margaret Leng Tan, stretta collaboratrice di John Cage sino alla sua morte, performò nella grande sala degli specchi opere di Cage, event scores di George Brecht, uno spartito inedito di Allan Kaprow rinvenuto da Julia Robinson e altre opere Fluxus. Nella stessa sede ho poi curato una serie di eventi con la danzatrice, artista e scrittrice Simone Forti. Detto ciò, devo anche riconoscere i precedenti anni universitari come una buona palestra, con esperienze di curatela e produzione di cataloghi a Venezia e altrove, come a New York o per Istanbul Capitale Europea della Cultura 2010».
Giovanissima, ma già hai lavorato nell'organizzazione dell'ultima edizione di "documenta". Di cosa ti sei occupata esattamente?
«Ho cominciato a lavorare per dOCUMENTA (13) come ricercatore curatoriale e assistente del direttore artistico, Carolyn Christov-Bakargiev nel 2009, proprio all'inizio della tredicesima edizione e mentre stavo terminando la mia tesi di laurea. Il mio specifico – in questi anni di lavoro decisamente intenso, tra il 2009 e il 2012 – è stato la ricerca, in particolare teorica, e spesse volte la scrittura, in fase di preparazione, per il catalogo e nello spazio espositivo. Essendo poi "documenta" una mostra ad ampissimo spettro, mi sono occupata di numerosi aspetti, avendo il privilegio di vivere il progetto nella sua complessità, entrando di volta in volta, quando necessario, nello specifico di aree eterogenee tra loro quali l'arte nel senso della produzione e della teoria, la filosofia, la poesia, la scrittura in varie sue forme, e sorprendentemente branche della scienza quali la fisica quantistica, a cui mi ero già avvicinata, o la biologia molecolare».

Simone Forti, a powered yet centered bodily night, Ca' Zenobio, Venice, June 18, 2010. Photo: Corinne Mazzoli

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
«Mi ha lasciato la memoria di tutto ciò che è stato oggetto di ricerca ed è filtrato nella mostra e nelle pubblicazioni, ma anche dell'eccesso, ovvero di ciò che ho incontrato ma che è rimasto fuori. Mi ha lasciato senza dubbio il rapporto con le opere, che ho visto nascere e che ho seguito per 100 giorni, e chiaramente i rapporti umani, considerato anche che diversi dei partecipanti a dOCUMENTA (13), artisti e non, hanno vissuto intensamente non solo gli anni preparatori, ma anche i 100 giorni della mostra costellati di eventi che sono diventati una memoria comune. Mi ha poi lasciato la convinzione che vale la pena trovare un modo di veicolare ciò che si sente come rilevante senza darlo mai per scontato, anche a costo di andare contro corrente nella scelta della forma adottata».

Rene Gabri, Joasia Krysa, Sunjung Kim, Lívia Páldi, Andrea Viliani, Hetti Perkins, Kitty Scott, Ayreen Anastas, Chus Martínez, Raimundas Malašauskas, Koyo Kouoh, Pierre Huyghe, Carolyn Christov-Bakargiev, Chiara Vecchiarelli, Sofía Herández, Marta Kuzma, dOCUMENTA (13) team photo, Museum Fridericianum, Kassel, September 2009. Photo: Eva Scharrer

Quali sono secondo te i migliori centri di ricerca, produzione e diffusione dell'arte contemporanea?
«Credo che la fortuna che abbiamo oggi sia di avere una grande diffusione di centri, non necessariamente di grandi dimensioni, che portano avanti un'attività a volte straordinaria. In un certo senso, su un piano di concetto, si può dire che il centro è diffuso, con una tendenza a differire e decentrarsi. Per non fare parzialità tra i vari centri che stimo, posso aggiungere che ritengo interessanti quelle dimensioni che affiancano la produzione all'esposizione – che ciò accada attraverso residenze o altre vie».
In un sistema dell'arte in cui gli artisti sembrano ormai più che autonomi (realizzano i lori siti web, curano la propria immagine, etc…), quali sono secondo te le funzioni principali di un curatore?
«L'artista non ha alcun bisogno ontologico d'un curatore. Però nella vita ci si sceglie e ci si completa, e si diventa intimi, anche solo nel senso del lavoro. Come suggerisce il nome, per un curatore è sensato prendersi cura di cose, persone e idee. Comprenderle, in primo luogo, e accompagnarle. Io so che la mia felicità sta più nel pensiero e nella scrittura e in certe fasi dell'organizzazione che nella produzione di un'opera, e che questa mia felicità si perfeziona quando il mio lavoro si intesse con quello di un artista rimanendone al tempo stesso distinto. Se questo è vissuto con reciprocità, allora si sono generate delle buone condizioni di partenza per iniziare a lavorare insieme. Ciò detto, una funzione che il curatore è andato acquisendo è legata all'intuizione e si manifesta nella creazione di uno stimolo, spaziale o di concetto, che l'artista interessato dallo stesso stimolo valuterà se raccogliere o meno. Il resto, senza stare a scomodare Heiddeger e la dea Cura di Igino, è fatto di attenzione, entusiasmo, devozione e sicuramente di una buona capacità di improvvisazione».

David and Marc Breslin, Bouganvillea in January, The Emily Harvey Foundation, New York. Photo: Chiara Vecchiarelli

Cosa significa curare una mostra in tempi di crisi?
«Probabilmente il dover tenere a mente che poor means require better skills. Certamente mezzi poveri richiedono di comprendere molto bene ciò che si sta cercando di dire, un po' come quando si scrive in una lingua straniera e non sono del tutto attivi gli automatismi linguistici che più facilmente ci rendono parlati dalla lingua anziché parlanti. Il comprendere le implicazioni etiche di ciò che si sta tentando di dire, però, è un altro paio di maniche e credo richieda un'intera vita di scelte in tal senso: una coerenza che non sarà probabilmente la prima difficoltà a generare».
Progetti futuri?
«Intanto proseguire la serie di eventi iniziata a New York alla Emily Harvey Foundation – dove su invito mi sono trasferita subito dopo la fine di dOCUMENTA (13), all'inizio di ottobre 2012 – sviluppando le linee che mi sono data, una delle quali, un'articolazione dell'idea di intempestività che in inglese chiamo the untimely, ha già iniziato a prendere corpo tra la fine del 2012 e l'inizio del 2013. Non mi sono mai trovata a mio agio con la richiesta di scrivere recensioni, trovandomi stretta nell'idea di dover recensire la mostra di oggi, ieri o domani. Così avevo pensato di proporre una rubrica dal titolo "recensioni intempestive" in cui avrei scritto, per esempio, di una mostra visitata sette anni fa, ma che per me risuona oggi; o di un'opera a venire, perché l'intempestività lavora in un senso, ma anche nell'altro. La rubrica non l'ho mai proposta, ma ho iniziato a pensare a eventi che andassero articolando questa idea, come è accaduto per 'of words and other gestures' e 'Reworking a Work', gli ultimi due eventi da me curati a New York, e come intendo fare con le prossime conversazioni e mostre, alcune di queste già in cantiere. Un progetto futuro è certamente il proseguire nella ricerca, qualunque forma essa prenderà».

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