pubblicato mercoledì 30 gennaio 2013
Ne abbiamo sentite tantissime in questo ultimo anno. Gallerie che hanno aperto, gallerie che hanno chiuso, altre che si sono ampliate o trasferite. Insomma, tutto si può dire, ma non che non vi sia stato fermento nonostante lo spauracchio perenne della crisi. Ma c'è anche un'altra realtà, quella delle gallerie che, nonostante tutto, continuano a vivere e ad operare sul territorio. Francesco Annarumma, gallerista napoletano, festeggia il 2 febbraio i dieci anni di attività, durante i quali ha lavorato con artisti come Gabriele di Matteo, Laura Renna, Giuseppe Teofilo, Rashid Johnson, Annie Lapin, Bert Rodriguez e tanti altri. Lo abbiamo raggiunto, per farci raccontare, proprio in dieci domande, come sono stati questi due lustri di attività, tra economia, fiscalità e uno sguardo ravvicinato su Napoli.
2003-2013: Mi dà dieci parole per raccontare questi primi dieci anni di attività?
«Scelta, Napoli, passione, occhio, internazionale, scoperta, fiducia, tenacia, strategia, cambiamento».
Spezziamo questi dieci anni in due lustri: com'è stato nei cinque anni prima della crisi del 2008 e com'è andata dal 2008 ad oggi?
«Gli inizi sono stati una scommessa che ha dato subito buoni frutti; a quel tempo lo spazio si chiamava ancora 404 arte contemporanea, e sono stato immediatamente seguito da alcuni dei più importanti collezionisti napoletani. Tant’è che dopo appena sei mesi dalla apertura della galleria fui chiamato a partecipare a LISTE, la fiera giovane di Basilea e ad Artissima. Invece, gli anni dal 2008 ad oggi sono stati gli anni dei cambiamenti. Ho cambiato sede più volte, quella attuale è la terza e parallelamente ho cambiato anche nome alla galleria che è diventata prima Annarumma404 e poi solo Annarumma. Questi sono stati gli anni della crisi economica mondiale che in Italia si è sentita in modo particolare. Per farvi fronte ho cercato di distinguermi con una serie di mostre e di filoni di ricerca inediti. Ad esempio nel Marzo del 2008 ho organizzato una collettiva sull'arte contemporanea indiana che intitolai "Looking at East" e sono stato il primo in Italia ad esporre quella che io definisco "black new wave" fatta di giovani artisti afro-americani come Hank Willis Thomas, Rashid Johnson, Noah Davis, Dineo Bopape, Wardell Milan e altri, dei quali ho organizzato la prima personale in Europa».
La vita di un gallerista è facile o più difficile in Italia?
«Ritengo sia più difficile che altrove. Basti citare l'IVA al 21 per cento ed il diritto di seguito al 4 per cento che in totale fa il 25 per cento di tasse che il gallerista italiano deve applicare su ogni vendita. Pensi invece ad un gallerista svizzero che deve applicare solo il 7,6 per cento. Di fronte questi fatti, il collezionista italiano dove va a comprare, in Italia o in Svizzera? Nel nostro Paese un governo intelligente abbasserebbe l'IVA per tutti i prodotti culturali. Non parlo solo di opere d'arte, ma anche di libri, CD, DVD, spartiti musicali, biglietti per i musei, monumenti e scavi archeologici, per il teatro ed i concerti. Un'IVA all'8 per cento per questi prodotti non sarebbe un efficace incentivo alla diffusione della cultura?».
Come vede la Napoli del contemporaneo? Crede che il nuovo MADRE ricontribuirà a alla qualità culturale della città?
«Il contemporaneo a Napoli è sempre stato molto presente e dinamico. Il merito di tutto questo è principalmente delle gallerie napoletane nelle quali hanno avuto la loro prima mostra in Italia decine e decine di artisti internazionali: da Warhol a Beuys, da Kosuth a Barcelò, da Carsten Holler a Jeff Koons, da Damien Hirst a Peter Doig e l'elenco potrebbe continuare ancora a lungo. Il museo Madre fino a quando è stato operativo, ha svolto un ruolo importante nel vivacizzare sia il panorama culturale cittadino che quello italiano. Poi c'è stata una lunga pausa, ma oggi con la nomina di Andrea Viliani come direttore del museo, sono di nuovo fiducioso».
L'artista che le ha dato più soddisfazioni?
«Farei più di un nome: Rashid Johnson di cui ho fatto due personali, una nel 2005 ed un'altra nel 2008, Dan Attoe che ho esposto nel 2004, Eduardo Sarabia di cui ho organizzato una bellissima mostra di ceramiche nel 2005, Tra gli artisti che ho esposto di recente ricordo Haavard Homstvedt, Uwe Henneken ed infine Carter».
E quello con cui vorrebbe iniziare a lavorare?
«Si tratta di un artista che conosco fin dagli anni in cui era ancora all'accademia: Alessandro Pessoli».
È appena finita Arte Fiera. Fare o non fare fiere? Quali e perché?
«Alle fiere dico sì, ma a due condizioni: la prima che tutti si convincano che si tratta di eventi principalmente commerciali. In fiera si va per vendere e per acquisire nuovi clienti. Se non si vende, perché uno ci dovrebbe andare? Tutto questo anche per dire che ci sono troppe fiere in Italia e nel mondo. Secondo: le fiere costano troppo. Di questi tempi pagare certe cifre solo per avere uno stand è improponibile, specie per chi come me, fa un lavoro di ricerca. Per questo motivo ho detto di si alla Flash Art fair, un tentativo che dimostra che si possono organizzare eventi di una certa qualità anche a prezzi accettabili».
Cosa ama di più di questo lavoro?
«Scoprire e proporre nuovi artisti. In dieci anni ho organizzato quasi sessanta mostre, la maggior parte delle quali personali di giovani artisti mai esposti in Italia».
Come festeggerà?
«Organizzando una mostra che si chiama "10 Years/10 Artists" e pubblicando un catalogo».
Ci dà qualche anticipazione sul futuro della galleria?
«Forse qualche fiera in più e maggiore attenzione agli artisti italiani».