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Ritratto del curatore da giovane

Milano, Siena, Zagabria, Parigi. Dopo tanto girovagare per l'Europa per apprendere l'arte della curatela, Adriana Rispoli torna con entusiasmo, nonostante le vicissitudini, nella sua città natale: Napoli. L'ex curatrice della Project Room del Madre ci racconta l'esperienza di allora, la sua attività di curatrice indipendente ed i progetti futuri
di Manuela Valentini
pubblicato lunedì 25 febbraio 2013
Adriana, di dove sei e quale è il tuo percorso formativo?
«Sono nata a Napoli 35 anni fa e nonostante tutto ancora ci vivo. Dopo la laurea nel 2001 in Conservazione dei Beni Culturali, ho frequentato il master per curatori all'Accademia di Brera a Milano, un'annata, con il senno di poi, piuttosto felice sia per insegnanti che per colleghi, con alcuni di loro sono tuttora in contatto. Ho anche frequentato un master biennale in Economia e Gestione dei Beni Culturali all'Università di Siena che si è concluso con una positiva esperienza lavorativa al Louvre di Parigi».

Raffaella Crispino, Eden Bannet, 2009. Transit 3, Project Room. Museo Madre, Napoli. Foto Amedeo Benestante

Sei stata curatrice della Project Room del Madre. Che tipo di arte hai privilegiato? Quali i tuoi obiettivi? Su cosa ti sei concentrata in particolare?
«Con Eugenio Viola nel triennio dal 2009 al 2012 – tra le varie peripezie nell'ultimo anno – abbiamo portato avanti un progetto di network con altre istituzioni del bacino mediorientale attraverso il quale siamo riusciti a gettare un ponte tra Napoli, considerata una città-soglia, l'ultima città europea la prima del Mediterraneo, e Il Cairo, Istanbul, Tel Aviv e Salonicco, realtà eccentriche rispetto ai classici percorsi dell'arte. L'obiettivo è stato quello di creare una circolazione di visioni sulla base di uno scambio di artisti e curatori – tra cui Pelin Uran per la Turchia e Katerina Gregos per la Grecia – stimolando un confronto tra realtà lontane ma allo stesso tempo affini. Il ciclo di mostre Transit (che ha visto come protagonisti Raffaella Crispino, Eugenio Tibaldi, Danilo Correale e Domenico Antonio Mancini affiancati da altrettanti artisti provenienti dalle città citate) intendeva rispecchiare la necessità di un confronto partendo dalle proprie identità, stimolando gli artisti al dialogo, al confronto e – perché no? – al contrasto, sviluppandosi attraverso residenze e produzioni site specific degli artisti italiani e stranieri in entrambe le sedi di volta in volta gemellate. A questo filone abbiamo affiancato un'indagine sul "sottobosco creativo" a Napoli, invitando artisti alla prima esperienza museale tra cui Roberto Amoroso e Donatella Di Cicco. Ci siamo concentrati molto poi sulla performance, un genere non troppo diffuso a Napoli, ed in generale in Italia, almeno fino a un paio di anni fa, e tuttavia a mio parere la forma più coinvolgente e stimolante dell'arte contemporanea. Abbiamo realizzato tre edizioni del festival "Corpus. Arte in Azione" a cui hanno partecipato più di trenta artisti italiani ed internazionali, tutti con lavori realizzati appositamente per gli spazi del Madre. Il corpo, indagato nelle sue innumerevoli implicazioni, è stato protagonista delle manifestazioni, dalle visioni più intimistiche e private con Rosy Rox in La Robe e Regina Josè Galindo con la scioccante Caparazon a quelle collettive, rappresentazione di un corpo sociale come Teresa Margolles con la toccante Untitled (l'impossibilità di rappresentare la tragedia) a cui parteciparono più di 200 volontari o ancora Francesca Grilli che con 47 ha realizzato un cammeo al noto mito della anime del purgatorio della città partenopea, chiudendo il nostro lavoro al Madre. In definitiva un'esperienza, quella con il museo partenopeo, che ha superato le restrittive mura materiali e concettuali della Project Room. Molto stimolante, e altrettanto faticosa, affrontata con l'obiettivo di valicare i confini dello spazio e delle idee nel perseguimento di un dialogo della città, e del suo humus creativo, con il resto del mondo».

Regina Josè Galindo, Caparazon, 2010. Corpus. Arte in Azione II edizione. Museo Madre, Napoli. Foto Amedeo BenestanteTeresa Margolles, Untitled /L’impossibilità di rappresentare la tragedia, 2010. Corpus. Arte in Azione II edizione. Museo Madre, Napoli. Foto Amedeo Benestante

Prima di ricoprire questo incarico a Napoli a cosa ti sei dedicata?
«Dopo essermi fatta le ossa nella casa d'asta Christie's tra Roma e Milano e successivamente in una galleria privata, mi sono dedicata a progetti indipendenti. Trovo che l'aspetto più interessante di questo lavoro, insieme al contatto diretto con gli artisti, sia quello di affrontare grandi sfide, di aprire scenari impensati e in definitiva di creare situazioni stimolanti e trasversali per gli artisti e per il pubblico. Questo è evidente in alcuni progetti, come l'irriverente parallelo delle visionarie foto di celebrities di David LaChapelle con la ritrattistica rinascimentale al Museo di Capodimonte e poi alla Certosa di San Giacomo a Capri nel 2006, un dialogo tra antico e moderno che trovo in generale molto intrigante se perseguito con intelligenza, o Sistema Binario, realizzata nel 2008 con la produzione di venti opere site specific in uno spazio fuori dal tradizionale circuito espositivo come la monumentale Stazione di Mergellina a Napoli, per la quale ho ancora interessanti progetti nel cassetto. Estremamente produttivo è stato poi il rapporto con i Balcani dove ho realizzato varie mostre tra cui Oltre lo Specchio a Belgrado nel 2009 con artisti italiani e serbi o ultimamente Babel di Francesco Jodice all'MSU di Zagabria (in collaborazione con il Madre), un progetto multimediale e collettivo che, sfruttando le dinamiche della società 2.0, ha messo a nudo una serie di contrasti della capitale croata».

Francesco Jodice, Babel, 2011. Installation view. Media facade. MSU Zagreb, Croazia

Quale pensi sia il ruolo di Napoli oggi nel mondo dell'arte contemporanea?
«Napoli è sempre stata un centro molto vivace e attivo nell'arte. Certo soffre di una certa delocalizzazione, ma come tutto il resto d'Italia dove la cultura ha comunque un legame troppo forte se non vincolante con la politica. Al di là di questo, grazie anche all'attività di galleristi visionari negli anni Sessanta come oggi, Napoli è sempre stata un crocevia di artisti, e una città che nelle sue mille contraddizioni – nella miseria e nella nobiltà – è una fucina infinita di situazioni e di creatività. Sono numerosi gli artisti del territorio che si sono affermati a livello internazionale e tanti ancora ce ne sono. Certo la vivacità artistica non trova sempre un altrettanto valido sistema a cui fare rifermento, ma questo mi sembra scontato, provinciale se non superfluo, visto che viviamo ormai in un mondo globalizzato. Gli stessi curatori sono globetrotter e non ci si può limitare a osservare, e di solito a criticare, il nostro piccolo orticello. Io per prima, tra le mille difficoltà, ho scelto di vivere in questa città, di combattere per far sentire la mia voce. Napoli è il mio baricentro, ma non per questo il mio limite».

Mariangela Levita, Empathy. Affissione pubblica, Napoli. Per Transit, Museo Madre, Napoli. Foto Luciano Romano

A cosa stai lavorando oggi?
«Sono uno dei selezionatori del Premio Maretti che inaugurerà al Pan di Napoli il prossimo 2 marzo e da aprile partirà il progetto annuale Skin Taste per la facciata del ristorante Porto Fluviale in zona Ostiense a Roma. Un progetto di Arte Pubblica che si prefigge l'obbiettivo di coinvolgere gli abitanti del quartiere e i frequentatori temporanei "obbligandoli" letteralmente a confrontarsi con un messaggio artistico e non pubblicitario, sebbene della pubblicità ne mutui la strategia. Uno schema che ho già adottato con i progetti Empathy di Mariangela Levita – che realizzò la cornice estetica della serie Transit basata sulla percezione visiva del segno sovraliguistico – e Index.donne, un lavoro partecipativo nel quale l'artista croata Andreja Kuluncic, utilizzando il mezzo popolare dell'affissione, rivolgeva un invito alle donne a prendere coscienza della propria posizione all'interno del contesto familiare e sociale, opera  parte della più ampia mostra Sei ottimista sul futuro?. Con Skin Taste vorrei creare una contaminazione tra il mondo dell'arte visiva e del food nella consapevolezza che il cibo sia parte importante della vita quotidiana, ma anche esperienza sensoriale a tutto tondo, così come l'arte stessa. Credo che l'arte oggi debba uscire dal contesto specifico del white cube e debba confrontarsi con un pubblico più vasto, utilizzando un linguaggio sempre più trasversale e postmediale basato anche – nel caso di Skin Taste – sulla convivialità, la trasmissione di vissuti, e la percezione dei dettagli e delle differenze».

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