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Parola d'Artista
2001: Odissea nello spazio e/o nella mente?

di Roberto Ago
pubblicato giovedì 24 ottobre 2013

Dell'oscurità

Rovistando tra scaffali di librerie e biblioteche e navigando in rete alla ricerca di un'esegesi convincente e definitiva di quell'enigmatica pellicola che è 2001: Odissea nello Spazio, ho potuto constatare che il significato più autentico del film è tuttora ignoto non solo ai critici cinematografici, ma anche agli interpreti prestati da orizzonti umanistici altri. Alla gran parte senza dubbio, a tutti non saprei anche se appare difficile da credere, certamente al compianto Stanley Kubrick e a quelli che come lui ancora oggi non mancano di irridere l'ingenuo che si interroghi sul "significato" del film. Pressoché ogni attenzione critica è stata dedicata all'estetica peraltro eccelsa del girato, lasciando in ombra qualsiasi riflessione seria in merito al senso del film ovvero limitandosi a elucubrazioni filosofico-esistenziali circa l'enigma dell'Universo, il primato della tecnica e l'avvenire incerto dell'uomo. Banalità insomma. 

Roberto Ago - Double bind, 2013 Frame da video

La letteratura sulla pellicola è sterminata e non ha molto senso indicare qui il consueto novero di fonti, siano pure esse le più celebri. Basti dire che consultando i principali dizionari cinematografici italiani e anglosassoni e soprattutto le più importanti monografie sull'opera e sul regista, così come digitando le parole-chiave opportune sui motori di ricerca, una qualsivoglia lettura esplicativa, organica e completa del film, quale per esempio è quella qui proposta, appare una chimera. Può darsi, naturalmente, che nel labirinto della letteratura mondiale sulla pellicola si possa reperire, celata in qualche sentiero cartaceo o crocicchio del web, una lettura prossima (e dunque soddisfacente) a quella qui proposta, e che io non sono riuscito a scovare. Se anche fosse, comunque la seguente esegesi alla gran parte del pubblico non potrà che apparire come inedita e sorprendente, un'autentica "scoperta" esegetica, che se dovesse rivelarsi scoperta dell'acqua calda pazienza, perché in quel caso costituirebbe non solo un'appropriazione indebita tutto sommato perdonabile, quanto soprattutto una verifica empirica andata a buon fine essendo due o più interpretazioni analoghe ma aliene tra loro indizio probante di reciproca bontà.
Tutto ebbe inizio una notte stellata in cui mi capitò di rivedere la pellicola. Dapprima fu l'idea di accostare due scene memorabili del film, secondo una prassi comparativa a me familiare. Sentivo come un oscuro legame le identificasse e decisi di fare un video della mia intuizione (Double bind, 2013), di cui potete osservare riprodotti i frame più significativi. 

Roberto Ago - Double bind, 2013 Frame da video

Il misterioso chiasmo è costante fotogramma dopo fotogramma senza che alcuna manipolazione sia intervenuta. Fu calco occulto pianificato da Kubrick o lapsus pregno di significato? Direi che la seconda ipotesi sia quella più plausibile, a sentire le apodittiche dichiarazioni del regista, infatti, l'intera pellicola vivrebbe nelle tenebre del significato. In realtà, tutta l'opera è organismo unitario chiuso circolarmente su se stesso, e lo è in un senso molto più profondo e cogente che nel resto dei suoi film pur densi di significazione circolare. Ovunque si decida di vivisezionare 2001: Odissea, il tutto si riverbera sulla singola parte e viceversa, non tanto in riferimento alla sintassi filmica quanto all'autoreferenzialità dei "contenuti", e qualora si abbia ben chiara l'anatomia semantica complessiva. Un'anatomia mostruosa, evidentemente.
È l'antropologia mimetica inaugurata dal genio di René Girard, che del cosiddetto "double bind" (doppio vincolo) ne sa più di qualcosa, a consentire di fare un po' di luce (anche) su 2001: Odissea, che non è affatto quel concentrato di indicibile celebrato dai più sull'esempio di un Kubrick furbamente "oscurantista", quanto l'ennesimo "mito" occultante una verità inconfessabile e nondimeno perfettamente intelligibile (1). Utile alla sua decifrazione si è rivelata, in particolare, una "lente girardiana" aggiornata messa a punto da Giuseppe Fornari, studioso attento di teoria mimetica, già collaboratore di René Girard e guarda caso osservatore puntuale dell'opera del regista (2). Per ovvie ragioni di spazio, non mi è possibile inserire qui l'iter ermeneutico che ha condotto alla presente esegesi la quale, tuttavia, nelle sue direttrici essenziali risulterà chiara lo stesso. Chi volesse approfondire gli argomenti, può scaricare un pdf con la versione integrale dell'articolo dal mio sito personale (www.robertoago.it), dove è possibile vedere anche l'esperimento video che ha ispirato questo studio.

Roberto Ago - Double bind, 2013 Frame da video

Brutti figli di Prometeo

Onore al genio di un grande regista dallo spiccato fiuto mimetico (qui in coppia con lo scrittore/sceneggiatore A. Clarke), e tale attraverso l'intera sua produzione cinematografica, del tutto inconsapevolmente Stanley Kubrick ha confezionato una pellicola che non solo sintetizza, a partire dalle abissali scene iniziali con l'epifania del monolito, passando per la celeberrima ellissi dell'osso lanciato in aria e che diviene astronave, e finendo con la palingenesi sacrificale del protagonista, una storia dell'umanità fondata su quella "vittima sacrificale" la cui individuazione costituisce il merito principale di René Girard, ma lo fa secondo quella consuetudine elusiva propria del racconto mitico e tragico che lo studioso francese per primo ha pervicacemente denunciato. La pellicola infatti, nata in clima di guerra fredda e venata di eroismo manicheo, mentre si pone in quanto "mito" delle origini, inscena la "tragedia" del rapporto conflittuale tra l'uomo e le divinità che ci governano (tecnoscienza compresa), occultando da entrambe le prospettive l'origine sacrificale della civiltà. Se però, eludendo il lungo intermezzo che le divide, accostiamo la scena iniziale dell'epifania del monolito (la divinità arcaica) a quella successiva della disattivazione del computer impazzito (la divinità contemporanea), possiamo scorgere analogie significative che denunciano la reale dinamica della genealogia dell'essere umano. La disattivazione di Hal tradisce la scandalosa verità per la quale non fu certo una qualche intelligenza trascendente ipostatizzata nel monolito a consentire il salto evolutivo dell'uomo, bensì quell'assassinio "fondatore della trascendenza" che proprio il monolito ispira quale azione prima necessaria a compiere un tale balzo. La causalità appare cioè invertita, peraltro secondo un tipico stratagemma onirico, ma basta "specchiarla" sulla disattivazione di Hal per capirne il senso corretto. 
Roberto Ago - Double bind, 2013 Frame da video

La "decostruzione unificante" operata dall'accostamento delle due scene fa emergere in primo piano anche il "double bind" mimetico cui abbiamo già accennato, ovvero quel desiderio conflittuale d'identificazione che l'antropologo-letterato Girard assegna, oltre all'uomo in carne e ossa, agli antagonisti mitici e letterari in genere, compresi dunque l'astronauta Dave e il computer Hal 9000. Riconducibili alle figure archetipiche di un "allievo" (Hal) e un "modello" (Dave) in competizione ammirata tra loro, essi rimandano al tandem primigenio di Dio e Adamo nella Genesi con tutto ciò che ne consegue, così come a molte altre coppie mitiche e tragiche di analogo tenore. Nello specifico nostro, l'invito alla violenza da parte di un monolito-Satana ancora prossimo a Dio, rivolto a un ominide-allievo che solerte ubbidirà adombrando la divinità e prendendone il posto, diviene in seguito divieto di esercitare quella stessa violenza sulla nuova incarnazione divina rappresentata dal sopraggiunto "essere umano", Dave, al quale un mancante Hal in preda a un attacco di hybris vorrebbe sostituirsi. Vittima a sua volta della doppia ingiunzione contraddittoria di boicottare/servire la missione, il double bind conflittuale dalla prospettiva di un allievo-Pinocchio con ambizioni da Geppetto, rivela anch'esso la sua maschera tragica, al punto che la follia omicida di cui finisce vittima, scatenata dal malfunzionamento di una logica binaria compromessa dall'istruzione ambigua con cui fu programmato, gli procurerà una fine dalle struggenti sembianze umane. 

Roberto Ago - Double bind, 2013 Frame da video

L'identità ontologica degli antagonisti tragici di 2001: Odissea è così letteralmente "s-mascherata", portandosi in primo piano la staffetta sacrificale che ne determina l'avvicendamento. Essa ci consegna il vero soggetto del film che è anche la quintessenza della tragedia e del mito (e della teoria mimetica che di essi si occupa): quella "dialettica prometeica" che contagia l'allievo e il suo modello ora divinizzandoli, ora colpevolizzandoli, sempre contrapponendoli in quanto doppi mostruosi l'uno per l'altro, secondo un moto dinamico generante il progresso umano ovvero gli sviluppi del film. Se l'andamento "ciclotimico" della sceneggiatura può evocare anche le tante rivoluzioni e ritorni all'ordine della storia, suggerendo perfino una loro identità ontologica parallela a quella di allievo e modello, è proprio perché i corsi e ricorsi storici sovente sono sanciti dal sacrificio di doppi mostruosi che, pur non essendo mai la stessa cosa, rispettano sempre il medesimo copione mitico. La prossima volta vedremo in dettaglio come esso struttura l'intero corso di 2001: Odissea nello Spazio (continua).

Roberto Ago - Double bind, 2013 Frame da video


1 – Per chi desiderasse avvicinare il pensiero di René Girard, i titoli principali sono tre: Menzogna romantica e verità romanzesca (1961); La violenza e il sacro (1972); Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo (1979). In Italia Girard è edito principalmente da Adelphi.
2 – Data la sua attinenza al nostro tema, farò costante riferimento a un testo in particolare di Fornari, Da Dioniso a Cristo. Conoscenza e sacrificio nel mondo greco e nella civiltà occidentale, Marietti 2006. Sul peso che i temi della violenza sacrificale rivestono nell'intera opera del regista, formulata nel solco della teoria mimetica segnaliamo, sempre di Fornari, l'importante esegesi di un'altra celebre pellicola di Stanley Kubrick, Eyes wide shut, consultabile sia nel volume AA.VV., La violenza allo specchio, a cura di Pierpaolo Antonello, Eleonora Bujatti, Transeuropa, sia più facilmente sul web: www.transeuropaedizioni.it/leggi/20_Fornari.pdf.


4 commenti trovati  

26/10/2013
inge
Bello Bob! Inge

25/10/2013
Roberto Ago
Gentile Paolo, mi scusi ma non condivido affatto. Libro e film sono due entità artistiche completamente differenti, a prescindere dal finale omesso o no che sia. Kubrick fu abile a servirsi del suo sceneggiatore senza tuttavia aderire alla sua banale "fantascienza", restituendoci un film che è ben altro rispetto al libro e dove di alieni fortunatamente non si parla. 2001: Odissea non è affatto interpretabile in molti modi se non astenendosi dall'interpretazione stessa, ovvero limitandosi ad evocare a proprio piacimento aspetti parziali e marginali del film, come in effetti è stato fatto. Tenga infine presente che il senso della pellicola era oscuro allo stesso Kubrick che addirittura si vantava di aver partorito un vero enigma. Ma spesso gli artisti non in grado di leggere il proprio lavoro specie se complesso (come in questo caso), e i critici volentieri gli vanno dietro. Grazie comunque dell'interessamento.
RA


24/10/2013
Paolo Dominioni
A me pare che il film segua abbastanza fedelmente il libro, pur con l'inevitabile sintesi.
E nel libro il significato ė esposto molto chiaramente, specie nel capitolo finale.
Nel film questa chiarezza volutamente manca.
Il capitolo finale ė interamente omesso, forse anche perchė non rendibile cinematograficamente.
Da qui la possibilità di tante diverse letture e in definitiva il fascino del film, che alla fine supera quello del libro.
Però tutto ė ottenuto per sottrazione e niente del film non si ritrova nel libro.


24/10/2013
marco, milano
ottimo, aspetto il seguito!
marco


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