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2001: Odissea nello spazio e/o nella mente capitolo 2

2001: Odissea nello spazio e/o nella mente capitolo 2
di Roberto Ago
Prosegue l'esplorazione di 2001: Odissea nello Spazio. Dopo una breve ricognizione attorno agli inizi del film (ovvero dell'umanità) e quindi ai due antagonisti principali, è il momento di formulare un'ipotesi circa il senso complessivo di questo capolavoro della storia del cinema
pubblicato giovedì 7 novembre 2013

Abbiamo ridefinito il "soggetto" di 2001: Odissea nello Spazio alla luce dell'origine sacrificale dell'umanità e della dialettica prometeica che contrappone l'astronauta Dave e il computer Hal 9000. E' il momento di riscrivere l'intera "sceneggiatura" del film. A partire dall'empiria euristica del mio video e da quanto finora stabilito, è facile dimostrare come la pellicola sia fondata su quattro vittime espiatorie: la "prima", e tale in ogni senso, quella forgiante ogni futura trascendenza; quindi è la volta della trascendenza simbolizzata e cioè del monolito, presto eclissato da un Prometeo ante litteram armato di osso; segue, magie del cinema, il computer Hal 9000 disattivato dall'astronauta Dave; Dave medesimo chiude il cerchio attraverso la sua palingenesi sacrificale. Quattro sono dunque anche le staffette sacrificali che governano il loro avvicendamento, strutturando l'intera pellicola. Vediamole.

Roberto Ago - Double bind, 2013 Frame da video

Il gioco delle tre Parche

Prologo in cielo (leggi pure sottoterra): delle quattro staffette sacrificali, tuttavia, nel film ne sono riscontrabili soltanto tre lo start omicida essendo, come in ogni mito che si rispetti, occultato. Esso non appare o appare sotto mentite spoglie, riconducibile a quella vittima originaria che si perde nella notte dei tempi e di cui il monolito è spia sinistra. E' di Giuseppe Fornari il merito di aver ricondotto la stele di 2001: Odissea al "cadavere" della vittima fondatrice, di cui costituisce la simbolica pietra tombale (1). Essa è il primo simbolo di trascendenza e anche, se volete, la prova definitiva che la Minimal Art cui indubbiamente si ispira ha nella tanatofobia (o -filia?) la sua prima ragion d'essere.
1) In apertura del film, quindi, che lungi dal rappresentare "L'alba dell'uomo" (come da sottotitolo) ne costituisce il secondo atto, vediamo che il monolito-modello suggerisce all'ominide-allievo un primo desiderio umano che in realtà è già "secondo", e che dunque non è affatto quello di una volontà omicida peraltro ben documentata sin dall'inizio, bensì quello di una capacità omicida sempre più performante. E' la violenza in quanto motore di civiltà (sia pure intesa nel suo primato tecnico-protesico), e non certo la nascita di un'intelligenza simbolica già inscritta nel monolito, ad avere qui la sua insegna più celebre. L'ominide-allievo ne è a tal punto contagiato che si piega al volere divino con zelo e anzi con abnegazione, ma nel fare sua quella oscura volontà di perfezionamento finisce per sostituire se stesso alla divinità, che infatti si eclissa. Ora è lui il modello forgiante, il prometeico eroe civilizzatore che fonderà sul sangue quella civiltà della tecnica che Kubrick celebra sulle note di un valzer gentile quanto imperioso. 

Roberto Ago - Double bind, 2013 Frame da video

2) Qualche tempo dopo, è pronto ad entrare in scena un nuovo aspirante allo status divino, il tecnologico e seduttivo Hal 9000, che imita (e sottolineo "imita") alla perfezione il suo modello in carne e ossa, tanto da batterlo agli scacchi (eloquente simbolo di virtù belliche). Il modello in realtà è duplice, una coppia di astronauti che nel mimetico Kubrick è foriera di nulla di buono. Lo scenario si ripete in onore della Sfinge di Tebe: il nipotino Hal ha tutta l'intenzione di sostituire un papà Dave a sua volta evolutosi sul modello di un nonno divino (il vecchio monolito), perché in fondo ai suoi circuiti elettronici si crede più in gamba di lui. Ma la scimmia in tuta spaziale ne sa una più del diavolo e se pure Hal fa fuori l'astronauta espiatorio, alla fine la mostruosa divinità artificiale è sacrificata dall'eroico Dave sull'altare di una ritrovata umanità. Anche Hal si eclissa. 
Senonché, sembra proprio che l'uomo non possa fare a meno di idoli e la divinità di adepti, ed ecco che subito riappare il monolito. Si torna al punto di partenza, con Dave nel ruolo di allievo e il monolito in quello di modello. Cosa desidera la divinità, stavolta, per l'uomo? Ma naturalmente un ulteriore esame per un cadetto ormai evoluto, una nuova prova d'abilità scaturita dalla disattivazione espiatoria di Hal. Ha inizio il viaggio iniziatico di Dave in uno spazio-tempo labirintico che sa d'oltretomba, condito com'è di Relatività, Iperuranio e buchi neri ma anche di "smembramento" psicofisico, ricomposizione e ascesi spirituale. Anche stavolta l'allievo supererà il maestro? Non esattamente. Senza innescare apparenti guerre di successione, il monolito, dopo un'ultima apparizione di fronte a un letto di morte installato in una casa post-moderna ante litteram, placidamente toglie il disturbo assieme a un Dave dalla brutta cera. Da questo duplice commiato nasce una nuova divinità dalle fattezze umane, il nuovo Dave, quel Bambino del Mondo che, ispirato all'archetipo del Fanciullo divino, ai putti alieni di Brancusi e all'omonima carta dei Tarocchi (evocati in molte scene del film), volteggia infine leggiadro nella placenta dell'Universo. Quali ingiunzioni la nuova Stella riserverà ai suoi futuri discepoli non è dato sapere, il film non lascia intendere né che si tratti dell'avvento di un Messia sul modello (e sottolineo "modello") di Cristo, né che la staffetta sia proseguita senza ulteriori spargimenti di sangue. Possibile? Certo che no: 
3) Il Bambino-Dave ha di fatto rimpiazzato "post mortem" il Vecchio-Dave, prendendo il suo posto con l'astuzia di un mito di morte e rinascita invero un po' schizofrenico e dunque perfettamente in linea con la reversibilità circolare del mito. Se il motto "Io e il Padre siamo uno" vale per tutti i tandem divini, da Zeus-Dioniso passando per Dio-Adamo (e Dio-Gesù) fino al nostro Dave al quadrato, è proprio perché ogni resurrezione è fondata su un sol dell'avvenire che eclissa il precedente. Nulla di nuovo sotto il sole, insomma. 

Roberto Ago - Double bind, 2013 Frame da video

Finale di partita

Il film rappresenta, oltre a un felice caso di mitopoiesi incentrata sulla trascendenza della vittima originaria e le sue molteplici reincarnazioni nei doppi antagonisti, anche un classico viaggio iniziatico di morte e resurrezione da parte del protagonista, modellato con dubbia consapevolezza mitica ma somma ispirazione mimetica sull'esempio di celebri rappresentazioni della stessa risma. Per esempio in Da Dioniso a Cristo, riferendosi all'orfismo e ai Misteri di Eleusi ma con più di un rimando alle figure sacrificali di Osiride, Orfeo e Cristo, Giuseppe Fornari riconduce il rituale iniziatico di morte e rinascita, proprio anche di molte pratiche sepolcrali, a una reminiscenza ancestrale della vittima fondatrice e della sua resurrezione nella figura del Fanciullo divino, due temi pertinenti sia al mito di Dioniso che al viaggio nell'oltretomba labirintico da parte di un iniziato identificato col dio. E dunque, con ogni evidenza, anche al télos di 2001: Odissea. Il lifting escatologico finale sembrerebbe concludere una palingenesi sacrificale in tre atti sul modello degli antichi Misteri, secondo una rielaborazione sincretistica assai originale combinante fantascienza e mitologia. Il senso più autentico (tragico) di 2001: Odissea, tuttavia, ancorché misconosciuto da Kubrick e dalla escatologia ingenua del finale (e anzi proprio per questo), non sta affatto nel suo "lieto fine". Sta tutto, invece, in una staffetta sacrificale che è senza soluzione di continuità ma che paradossalmente, per proseguire il suo eterno ritorno, è alimentata da continue illusioni mitiche di salvezza. Il film dimostra che è proprio l'impossibile fuoriuscita dal circolo tragico delle reincarnazioni a forgiare idoli d'eternità, a loro volta fuoriusciti da "sacrifici" del tutto reali modellanti la trascendenza delle vittime. Che queste si chiamino monolito, Adamo-scimmia, Hal 9000 o Dave alla seconda fa poca differenza, da un punto di vista ontologico-drammaturgico sono tutti doppi l'uno dell'altro. Nemmeno l'ultima nata divinità è in grado di sfuggire al rimpallo tragico, tanto che il fanciullesco finale di 2001: Odissea ha certamente preconizzato anche l'occulto del nuovo culto planante sulla Terra: quella "caccia alle rughe" su scala globale che ha segnato l'ingresso nel nuovo millennio e che solo l'età media dei potenti della Terra, fatti ancora a immagine e somiglianza di un Dio vegliardo, ha impedito (per ora) che evolvesse in genocidio planetario degli Anziani. 

Roberto Ago - Double bind, 2013 Frame da video

Lungi dal mettere in crisi il copione mitico-religioso, Kubrick lo assume per intero. Se la rinascenza conclusiva dell'iniziato Dave ci appare solo come l'ennesima, temporanea incarnazione, non è certo per merito del film quanto di un disincanto e scetticismo che ci abitano sempre più. Ma che forse ancora latitavano in un regista progressivamente e lucidamente "sacrificale" qual'è stato il Kubrick successivo a 2001: Odissea, il quale intimava di non cercare il significato del suo film più enigmatico affermando addirittura che <<se qualcuno ha capito qualcosa, significa che io ho sbagliato tutto>>. Quel qualcuno evidentemente non era lui, che non comprendendo appieno la sua creatura non ha sbagliato nulla. Il "mistero" di quel capolavoro che resta 2001: Odissea nello Spazio ad ogni modo mi pare svelato, se per la prima volta o meno ha relativa importanza.

1 – Sul monolito di 2001: Odissea, Giuseppe Fornari, Da Dioniso a Cristo. Conoscenza e sacrificio nel mondo greco e nella civiltà occidentale, Marietti 2006, pp. 23-24, 40, 188-89, 578.



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