01 dicembre 2014

Una bellissima creatura postmoderna

 
Potrebbe essere il sottotitolo della mostra che si è aperta ieri al MAXXI, ma potrebbe funzionare anche per il museo. Tutti e due fanno discutere. Cominciamo a farlo

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Un museo gagliardamente svuotato per far posto al suono può ospitare un pieno di manichini? Il MAXXI è un museo sperimentale, che definisce la sua identità in corso d’opera, un po’ liquido e molto del XXI secolo, come dichiara già dal suo nome, o è un megastore? S’ha da fare una mostra di moda in un museo d’arte? È opportuno, e forse addirittura necessario, allargare il pubblico e fare cassa, guadagnare insomma, soprattutto per tenere in piedi quel popò di roba che è quel museo? 
Forse basterebbero queste domande per promuovere “Bellissima”, la mostra sulla moda italiana (ma chissà in quanti se le fanno queste domande tra la folla dei convenuti, mai come in questa occasione). Fa pensare, fa discutere questa mostra. Mette in crisi l’idea di museo e spinge, non sempre consapevolmente forse, per un’altra ipotesi di mostra. Che nello specifico non vuole essere su “l’arte e la moda” (come si penserebbe, visto che è dentro un museo d’arte), ma solo sulla moda, visto che le presenze artistiche – non di poco conto: c’è Fontana, e poi Burri, Capogrossi, Alviani e altri – semplicemente “accompagnano”, parecchio sottotono, i meravigliosi abiti piazzati su una passerella che trasformano la sala più sghemba di Zaha Hadid in una fantasiosa pista da go kart. 
Ma la moda, ci spiegano, si è molto ispirata all’arte (ieri come oggi) e quegli artisti lavoravano per essa, disegnandone i tessuti, per questo le opere di Fontana, Burri, Capogrossi, Alviani e gli altri stanno lì. Schegge, quasi, lampi. Quindi laterali, non centrali. Ma, aggiungiamo noi, poiché la moda è un sistema più forte, che produce un’economia più forte, alla fine si mangia l’arte, se questa non è messa nella condizione di dialogarci alla pari. 
Vanessa Beecroft vb74 foto Musacchio Ianniello, courtesy Fondazione MAXXi
E allora, c’è da storcere la bocca? Nel XXI secolo siamo a tal punto puristi, e non postmoderni come dovremmo, da non voler accogliere tra le arti di questo XXI secolo la moda? Facendo finta di non sapere che per vivere, l’arte e i suoi simulacri, hanno bisogno di tanti soldi (specie i fantastici simulacri disegnati dagli ancor più fantastici architetti) e che questa mostra soprattutto serve a questo? E poi dall’estero non ci guardano per la nostra arte di oggi, ma per la moda, e che un titolo splendidamente ruffiano come “Bellissima” dovrebbe parlare al mondo, e sedurlo. Ci riuscirà il MAXXI, è la mostra giusta per centrare questo obiettivo? Forse bisognava osare di più, lasciar perdere l’arte e mettere in piedi un grande spettacolo della moda, che invadesse lo stesso museo. Senza pudori, senza remore o sensi di colpa. Noi italiani almeno una grande narrazione dovremmo essere in grado di farla.
Penso siano cose importanti anche queste, ma quello che mi interessa di più è capire che succede al MAXXI. Sta scrivendo un nuovo capitolo della museologia contemporanea, accelerando quel processo di trasformazione che il museo vive da quando è nato? O, meglio, sta assumendo fino in fondo la sua identità paradossale, di istituzione nata da una radicale azione di decontestualizzazione, che ha portato qualcosa che esisteva molto prima (l’arte che era nelle corti e nelle chiese) dentro qualcosa che prima non c’era (il museo, nato poco più di 200 anni fa). Prima Quadreria, poi white box e ora seducente megastore dove la merce arte si mischia ad altre merci e donne nude e velate si stagliano per ore al suo interno davanti a un pubblico incuriosito, distratto, fotografante, nonostante i divieti, perché, prima di essere 2.0, l’arte è democraticamente di tutti?
Bellissima, Vista della mostra, foto Musacchio Ianniello, courtesy Fondazione MAXXi
Paradossalmente questa accelerazione, che uniforma in modo orizzontale il museo in luogo delle arti e dell’intrattenimento, non la imprimono il Pompidou di Parigi o la Tate di Londra, colossi dalla robusta identità, ma la imprime il MAXXI, uno degli ultimi dei grandi musei occidentali e strutturalmente il più fragile, nato in un Paese non vocato alla contemporaneità e che neanche crede e investe in questa. Un museo della solitudine, in un certo senso. 
Però, forse, come dice il suo direttore Hou Hanru, il più “contemporaneo di tutti”, perché figlio del caos italiano, dove dentro c’è la memoria recente e sublime di Fontana e la memoria più recente e pezzente del bunga bunga. Ci basta questa rassicurazione di Hanru? Per lui è più facile smarcarsi e guardare il MAXXI da una prospettiva post postmoderna. Dove dentro ci sta comodamente “Bellissima”. Che non è l’incarnazione di uno sguardo nostalgico, il vagheggiamento di un’Italia che era bella e che non c’è più, come ingenuamente qualcuno pensa. No, “Bellissima” rivela l’occhio spaesato del presente. Quello che si fluidifica tra generi e linguaggi, fino a liquefarsi. 
E poi?
 

8 Commenti

  1. Cara Adriana, mi pare di poter affermare con assoluta certezza che parlare di postmoderno nell’occasione sia un errore. Il dibattito sulla fine di questa teoria, diventata clima culturale per circa quarant’anni, attribuendola com’è norma in primis all’architetto Charles Jenks e poi in letteratura a John Barth, Donald Barthelme e Leslie Fiedler, è infatti ormai talmente avanzato da imporre riflessioni ulteriori sul carattere del nostro tempo.
    Detto questo, c’è invece molto da dire sulla schizofrenia che sta vivendo il MAXXI, e che definirei simbolica di quello che accade in Italia nell’ambito delle arti visive, ma non solo. La domanda sorge ingenua e spontanea: come può convivere un progetto come quello di Hou Hanru di svuotamento del museo, ivi compresa la collezione, e di riflessione critica sulla sua funzione ma anche sulla natura della sua struttura architettonica, con la messa in scena di un fenomeno di costume, culturale e industriale com’è stato ed è quello della moda italiana, nello specifico per il periodo che va dal 1945 al 1968? Non vorrei essere frainteso, non sono un purista che inorridisce di fronte ai crossing linguistici e culturali, naturalmente. La questione è invece ben altra, e riguarda l’idea promossa e sostenuta soprattutto dalla nostra classe politica, che l’arte oggi debba essere intrattenimento. Lo si pensa dei beni culturali così come della produzione contemporanea di tutti gli ambiti, in nome di un coinvolgimento del pubblico che corrisponde alla necessità di far cassa. È la coda infinita del berlusconismo, di una presunta leggerezza che coincide con un depotenziamento della cultura, che naturalmente non è mai funzionale al potere, soprattutto quando quest’ultimo cerca di liberarsene per non avere troppi intralci sulla strada del presunto svecchiamento. Giustamente ti chiedi perché cose del genere non accadono in musei stranieri ben più strutturati. La risposta è semplice, e non è quella che loro non ne hanno bisogno, ma più semplicemente perché le loro direzioni, la cultura e la politica nella quale agiscono, riconoscono all’arte un’identità forte e autonoma, attribuendogli, come di fatto è, anche una rilevanza economica. Tra orologi, lezioni di yoga e abiti bellissimi, stiamo tutti rischiando molto pericolosamente di perdere la misura della forza e della necessità della ricerca artistica, che non solo è il nostro background ma che soprattutto è la condizione, il senso nel quale agiscono gli altri paesi che sono, come direbbero i manager, i nostri competitor sulla scena globale.

  2. L’arte contemporanea è un sistema economico finanziario, diverso da quello della moda, ma altrettanto potente, non invochiamo buoni sentimenti di purezza che sono difficili da sostenere.
    Credo che in Italia una mostra sulla moda sia doverosa, vista l’importanza storica e attuale di questo settore.
    Anzi sarebbe auspicabile che l’Italia avesse un Museo della Moda in grado di storicizzare il grande panorama di forme e di lavoro che si è strutturato e che è il punto fondamentale del Made in Italy.
    Non ho visto la mostra al Maxxi, ma avrei preferito che non ci fosse questa debole scusa di affiancare alcuni grandi artisti che con la moda hanno collaborato. L’importante è fare una bella mostra con un progetto critico di alto livello che delinei con ampiezza il linguaggio di questo prodotto, che ha molteplici scambi con l’arte e con le tecnologie attuali.
    Armani ha avuto una grande mostra al Guggenheim e non mi pare che abbia suscitato perplessità.
    Peraltro, non dimentichiamo che oggi in Italia, le istituzioni più importanti per l’arte contemporanea sono quelle di Pinot, Prada e Trussardi . E allora, fino a quando non ci sarà un Museo della Moda, mi sembra giusto che la moda in particolare italiana entri al Maxxi. Usciamo dall’adagio “nemo profeta in patria” e per una volta non aspettiamo l’autorizzazione dall’estero per raccontare al mondo una nostra eccellenza.
    Del resto anche i vestiti delle firme più famose stanno avendo un proprio collezionismo.
    Francesca Pasini
    milano

  3. Cara Adriana, mi ha fatto molto piacere leggere la tua lucida riflessione sul MAXXI nata dopo aver visto “Bellissima. l’Alta moda italiana dal 1954 al 1968” e dopo averne tanto parlato insieme al telefono. Il MAXXI non è un museo post-moderno è solo un Museo nato nel posto sbagliato al momento sbagliato. E’ vero che Roma non aveva un Museo nazionale d’arte contemporanea ma forse non era questo il Museo per Roma ma ormai c’è e bisogna farlo vivere e per farlo vivere servono tantissimi soldi, soldi che lo stato non ha più, anzi che ormai in pochi hanno. Il difetto principale del MAXXI, oltre alla sua architettura certamente affascinante ma molto complicata che tende a sovrastare le opere d’arte rendendole accessorie, come ha dimostrato anche l’ultima mostra firmata da Hanrou “Open Museum Open City” in cui l’immaterialità del suono e della luce fanno risaltare la bellezza delle forme sinuose disegnate da Zaha Hadid, è certamente la sua eccessiva liquidità che a me non sembra post-moderna ma semplicemente la conseguenza di una mancata visione di programmazione. Insomma il MAXXI è un museo d’arte Contemporanea privo di identità anche perchè ha un disperato bisogno di fare cassa e quindi negli spazi dove fino a ieri era in mostra l’installazione “Zidane a XXI century portrait” di Gordon e Parreno domani verrà ospitata l’esposizione degli orologi Tudor, e la palazzina D passa in maniera schizofrenica da mostra serie a mostre “marchette”….tutto questo genera confusione e per il museo è un male. Per quanto riguarda la Moda concordo con Francesca Pasini, è una vergogna che in Italia non ci sia un vero e proprio Museo della Moda (come il Palais Galliera a Parigi) che renda onore ad una meravigliosa tradizione artigiana che ha contribuito a rendere grande l’Italia. La moda è un’industria importantissima e il Made in Italy un brand di successo esportato in tutto il mondo e io non ci vedo nulla di male in una mostra di moda in un museo d’arte contemporanea. Bellissima però è anche un po un’occasione persa perchè secondo me poteva essere finalmente il modo per far entrare la Moda nel Museo delle Arti del XXI secolo in maniera davvero splendida offrendole uno spazio molto più grande e spettacolare della galleria 5, è vero che gli artisti hanno ispirato gli stilisti, è vero che soprattutto Roma all’epoca è stata una fucina creativa meravigliosa ma è verissimo che in questa mostra l’arte è una sorta di pretesto e le opere di Fontana, Scheggi e Capogrossi in fondo potevano anche non esserci o per lo meno potevano esserci ma installate in modo diverso, a me quelle tele messe sulla passerella tipo soprammobili proprio non mi sono piaciute. La scelta dei vestiti è meravigliosa, Maria Luisa Frisa e Stefano Tonchi sono due serissimi professionisti che negli anni hanno firmato delle bellissime mostre di moda e arte alla Leopolda a Firenze e che sanno come far sognare il pubblico attraverso l’esposizione di abiti favolosi. Quindi ben venga la moda ma facciamola alla grande! con coraggio dedichiamole la più grande galleria del Museo e facciamo che quella pista di go-kart diventi una pista di formula uno, anzi allestiamo tutto il museo sul tema “Moda in Italia dal 1945 al 1968” e senza paura facciamo che la moda sia la protagonista indiscussa di un grande happening visivo con mostre di fotografia, archivi e video, un vero e proprio super focus sulla moda (questo si post moderno e liquido) e su un periodo fra i più felici e fecondi del nostro ‘900.

  4. Aggiungo anche io un punto di vista. A New York hanno fatto mostre di registi e stilisti nei musei di arte; bisogna vedere come si fanno queste mostre, dalle immagini del Maxxi percepisco scelte abbastanza deboli, mi sembra un Duane Hanson venuto male. Ma non è questo il punto. Purtroppo in Italia dobbiamo resettare: ritrovare ragioni e motivazioni dell’opera; incentivare e formare la critica, creare opportunità per formare un pubblico vero, che significa anche un collezionismo piccolo e medio: perchè dell’idraulico, a Massimo Minini, non interessa nulla, non interessano potenziali collezionisti che devono risparmiare per comprare un’opera, non interessano collezionisti “pensanti”. Ed invece per una mancata vendita di 3000 euro, ci potrebbero essere 20 vendite da 300 euro. Perchè l’iPhone sì e l’arte no? Perchè il suv sì e l’arte no? Senza pretendere platee da stadio, la responsabilità di questa situazione non è della politica ma di operatori che hanno lavorato male (mi ci metto io, ma anche Pasini, Gavarro…). Ecco, con il progetto che stiamo organizzando ad Imola abbiamo l’ambizione di indicare una ripartenza, una speranza. Speriamo.

    Ecco l’evento: https://www.facebook.com/events/389964227822378/?pnref=story

  5. Semplicità, rigore, consapevolezza: tre ingredienti fondamentali di ogni mostra che si rispetti. E’ giusto che la moda entri nei musei, ma lo faccia con l’eleganza silenziosa della mostra di Giorgio Armani alle Terme di Diocleziano nel 2004. Un modello ancora oggi inarrivabile in questa città, che è stata palcoscenico d’eccezione per una moda che rispecchiava un’Italia meravigliosa perché autentica, come dimostrano le straordinarie foto di De Antonis, Garella e Mulas alle pareti del MAXXI. Quando torneremo a quella eleganza, allora l’Italia della cultura sarà di nuovo bellissima. La strada è ancora lunga.

  6. Non c’é logica. Quando Hanru é stato nominato
    ha presentato uno statement che era una dichiarazione di intenti e di interessi. Vi invito ad andare a rileggerlo. Si parlava di questioni sociali,
    di crisi del welfare europeo, di una globalizzazione
    mal governata che andava meditata. Ora dopo lo sfoggio di belle questioni e di buone intenzioni
    abbiamo una mostra vacua e inutile che non avendo il coraggio di essere semplicemente una mostra sulla moda é qualcosa tra l’addobbo natalizio pretenzioso e il presepe griffato, una vergognosa calata di braghe per lo sponsor, vergognosa perché cammuffata e un ennesimo favore ad artiste mediocri come Vanessa Beecroft che nella cultura del bunga bunga ha prosperato.
    Infine un colpo grave alla figura del direttore curatore tutto chiacchere e distintivo ma prono
    quand’é il momento. A che servono i curatori,
    foglie di fico per giochini visti e stravisti, incapaci di dimostrare coraggio e indipendenza intelettuale: affidiamo allora la direzione direttamenteagli stilisti e a Lia Rumma:
    questi sono i veri intelettuali che l’Italia si merita

  7. I commenti che leggo mi inducono ad aggiungere altre considerazioni che cerco di sintetizzare in alcuni punti:
    1) So benissimo, Raffaele, che la cultura post moderna è in crisi e forse definitivamente superata, sebbene l’appiattimento orizzontale dei linguaggi, che ha una matrice in quel pensiero, sia tuttora una realtà con cui, post moderno o meno, ci troviamo a fare i conti e “Bellissima” ne è una prova tangibile. L’uso che ho fatto di questo termine, aggiungendo anche un altro prefisso post proprio per indicare un ulteriore passo rispetto ad esso, voleva esprimere soprattutto una nota critica che forse non hai colto. Il post moderno dovrebbe essere alle nostre spalle e invece persiste.
    2) Il fatto che il MAXXI oggi sia un museo “liquido” o più benevolmente “sperimentale”, che cerca (anche faticosamente e non sempre riuscendoci) di aggiustare il tiro e di definire la propria identità nasce dalla sua origine complicata e purtroppo in parte velleitaria: un enorme museo d’arte contemporanea (non dimentichiamoci che quello che vediamo oggi è solo la metà del progetto concepito da Zaha Hadid e approvato) che nasceva in un Paese, il nostro, che non aveva dimestichezza con progetti di quella portata, che non ne poteva garantire la sostenibilità economica e che, tanto meno, mostrava un sincero interesse per la cultura contemporanea. Ma tutto questo rivendico di averlo detto cinque anni fa con il mio “Sboom”, testo che purtroppo è ancora attuale, nonostante l’avessi scritto sull’onda pressante della crisi che nel 2009 sembrava cancellare d’un colpo l’incredibile corsa che l’arte contemporanea (musei compresi) aveva vissuto fino all’anno prima. Quella crisi, che ancora attanaglia il nostro Paese, coinvolge ancora le istituzioni culturali (e non solo in Italia) ma, guarda caso, non tocca più il mercato, che anzi macina record di quotazioni e scambi come non mai. Il problema, quindi, è squisitamente culturale, e su questo dovremmo riflettere. Oggi il MAXXI c’è e, secondo me è inutile continuare a ripeterci che un museo del genere non era “cosa” per l’Italia. Per quanto mi riguarda l’ho già detto e forse ormai è pensiero comune. Più proficuo, penso, sia cercare un modo per farlo funzionare, con la consapevolezza dei limiti di cui sopra, dei soldi pubblici che sono molto minori o nulli (ma non è questo il caso del MAXXI) e con il fatto che, nel mondo, la cultura contemporanea è un modo per presentarsi sulla scena internazionale. E che quindi va sostenuta.
    3) Questo da noi non funziona per colpa di curatori impreparati, come dice Luca Rossi? Penso che lo scenario sia più complesso, sebbene le responsabilità degli operatori (tutti, concordo con Luca) evidentemente ci siano. Ma è su questo che varrebbe la pena tentare una riflessione collettiva, in cui quegli stessi operatori potrebbero dare un contributo, magari anche autocritico.
    4) Senz’altro una mostra sulla moda si poteva fare meglio. L’hanno dimostrato all’estero e non si capisce perché proprio noi non dovremmo essere in grado di farlo. Penso che un’iniziativa del genere meriti più coraggio e forse addirittura più azzardo, senza infingimenti e inibizioni. “Bellissima” è un’occasione mancata, che tuttavia ci fa discutere, anche sul futuro di un eventuale museo della moda e su come affrontare una mostra del genere, in Italia. E in questo senso è un po’ meno mancata.
    5) Infine ho scritto questo articolo, come nell’attuale numero cartaceo di Exibart ho scritto prendendo spunto dal progetto con cui Hou Hanru ha svuotato il museo, perché mi interessa molto ragionare su questa istituzione, è un tema che propongo anche ai miei studenti di Museologia del Contemporaneo all’Accademia di Brera. Mi interessa ragionare sul museo perché penso che, nelle contraddizioni e accelerazioni che vive, sia un terreno fertile di riflessione sulla cultura del nostro presente e una domanda costante sulla natura dell’arte. Sono convinta, infatti, che i musei cambino e propongano soluzioni (anche critiche), comunque sempre a loro modo “avanzate”, perché sono luoghi dell’arte, dove cioè l’arte si manifesta, si trasforma, trasformando i suoi contenitori. Da questo punto di vista, non sono sicura che la forma museo sia destinata a perdurare. Noi tutti stiamo “performando” una realtà che cambia sotto i nostri occhi, e trovare sempre la bussola non è facile ma vale la pena provarci.

  8. Purtroppo un’altra occasione mancata, le colpe sicuramente di tutti, relegarlo solo a poche figure vuol dire non avere capito che è proprio questo il nostro paese, che purtroppo noi italiani siamo questi compromessi e questi limiti, nonostante certe capacità, non abbiamo il coraggio e la continuità di altri, non siamo i compassati tedeschi o gli orgogliosi francesi, siamo gli arlecchini e continuiamo a farlo oggi

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