09 maggio 2015

SPECIALE VENEZIA/IL GIAPPONE

 
L’INTERVISTA/CHIHARU SHIOTA
«Una chiave è come un corpo umano, un’estremità è la testa. Collegando le chiavi con i fili, mi sto collegando con quei corpi»

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The Key in the Hand è il titolo dell’installazione di Chiharu Shiota (Osaka 1972, vive e lavora a Berlino), curata da Hitoshi Nakano per il Padiglione del Giappone. Nell’edificio completato nel 1956 su progetto di Takamasa Yoshizaka, l’artista introduce ad una riflessione sul tema della memoria attraverso l’utilizzo di migliaia di chiavi unite tra loro da un filo rosso: oggetti della quotidianità che proteggono spazi privati e che, afferma Shiota, «ci ispirano ad aprire le porte di mondi sconosciuti».
Anche per The Key in the Hand, come in altri progetti, è partita dall’accumulo di una grande quantità di oggetti. In quest’installazione si tratta di chiavi. Per A Long Day, ad esempio, i gomitoli di lana erano 2800, mentre sono 350 le scarpe usate per Over the Continents (la mostra è in corso alla Smithsonian’s Arthur M. Sackler Gallery di Washington fino al 7 giugno). Invitare il pubblico a condividere il proprio “accumulo di memorie” vuol dire anche responsabilizzarlo nei confronti della storia? 
«Tutto il mio lavoro è basato sull’esistenza dell’assenza. Quando le persone vengono alla mostra e vedono quella quantità di oggetti in un determinato spazio, riflettono sulla memoria. La gente non condivide realmente quei ricordi, ma è presente ai fini della loro stessa esistenza. Ora sto raccogliendo chiavi: alcune persone hanno scritto dei messaggi. Non le ho mai incontrate, ma leggendo quei messaggi mi sento più connessa a loro. Non solo attraverso la memoria, ma prendendo parte alla loro vita stessa».
Chiharu Shiota, The Key in the Hand, 2015, Photo by Sunhi Mang
Il titolo “La chiave nella mano” allude alle potenzialità di cui è dotato ogni individuo nel costruire il proprio futuro, ma anche nel gestire il proprio mondo interiore – quindi anche le memorie -rendendole più o meno accessibili agli altri. La fitta rete costruita con il filo rosso, che unisce tra loro gli oggetti, facendoli affiorare a livelli diversi sembra essere anche una metaforica rappresentazione dell’”ingombro” della memoria stessa, del suo peso, della sua consistenza in termine di volume, come pure dell’illusione percettiva. È così?
«Credo di sì. Una chiave è anche come un corpo umano. Una parte è la testa, mentre l’altra estremità simboleggia il corpo. Collegando le chiavi con i fili mi sto collegando con quei corpi, in altre parole con i loro ricordi».
Solitamente nelle sue installazioni usa il filo di colore rosso, oppure nero. Ha una valenza simbolica, per lei, l’uso di questi colori che rimandano alla tradizione calligrafica giapponese?
«Uso il rosso perché è il colore del sangue, rappresenta anche una linea invisibile all’interno di una corda. È dentro, non si può vedere, ma in realtà è il filo sottile che tiene insieme il tutto e lo connette. Il significato principale di un filo rosso è quello di mettere in connessione i rapporti umani».
Chiharu Shiota, The Key in the Hand, 2015
Il tempo è un elemento fondamentale del suo lavoro. Nella ripetitività del gesto, in particolare nel tracciare una storia attraverso l’uso del filo che ne trattiene e rimanda la tensione emotiva, si attiva un processo meditativo. Ciò le permette, nello stesso tempo, di avvicinarsi alle memorie altrui, ma di non lasciarsi schiacciare da questa massa di informazioni?
«Mi piace l’idea dell’accumulazione. Alcuni artisti usano solo una parte di un qualcosa e spiegano solo quello, ma a me piace riunire una grande quantità degli stessi oggetti, tanto da creare “volume”. Sto creando lo spazio per la memoria. Non mi sento mai schiacciata dai ricordi di altre persone. Mi sento a mio agio e posso creare il mio territorio».
Marina Abramovic è un’importante referente del suo lavoro, insieme a Rebecca Horn e altre grandi artiste del ‘900, tra cui anche Ana Mendieta e Louise Bourgeois. Quale è stato, in particolare, l’insegnamento della Abramovic di cui è stata allieva nel 1997?
«Ho studiato per due anni con Marina Abramovic, dal 1997 al 1999. Quest’esperienza ha cambiato la mia percezione del tempo. Lei aveva preso 15 artisti in Francia che hanno trascorso una settimana facendo digiuno, bevendo solamente. Un’altra volta abbiamo girato intorno ad un laghetto per un giorno intero facendo solo cerchi. Andiamo sempre di fretta, c’è sempre qualcosa che dobbiamo fare, lei ci ha insegnato a gestire il tempo all’interno di una filosofia Zen. Dopo, quando sono tornata in Giappone, ho continuato a lavorare in questa direzione. Attraverso Marina è riemerso ciò che effettivamente usavo fare, perché in Giappone adottiamo la stessa filosofia».
Manuela de Leonardis

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