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B.SIDE/4 INVENTARIO

   
 L’editoria
Una rubrica che incontra autori attenti a divulgare ciò che è progettato e costruito

di Lucia Bosso
 Lucia Bosso 
 
B.SIDE/4 INVENTARIO
pubblicato

L’attuale contesto editoriale vive un’evoluzione variegata, che fatica ad individuare una direzione nitida. Con un orizzonte in bilico tra carta e web, passa dall’immediatezza delle news, al tempo lento degli approfondimenti, dalla ricerca di un pubblico vasto alla capacità di creare di nicchia di lettori.
E nel settore questi termini sono ancora più urgenti e sentiti, anche perché fortemente legati alle aziende che investono, spesso molto prudenti a rinnovare le modalità di fare pubblicità su piattaforme mediatiche. 
Ne parliamo con Beppe Finessi e Michele Calzavara, fondatore e caporedattore di Inventario, un progetto cartaceo (Corraini è l’editore e Foscarini il sostenitore) che nel definire innanzitutto ciò che NON è ("non una rivista, non un libro”) si mostra portatore di una visione coraggiosa perché rara, originale e chiara nella propria identità. Anche di successo perché è già un caso editoriale. Forse il prototipo del prodotto editoriale cartaceo del futuro?
Inventario è al n.10 numero e continua nella sua identità impeccabile.
Intanto l’editoria è in continua difficoltà. Perché non si avverte una capacità diffusa di evolvere nella divulgazione editoriale? Manca lungimiranza? La partecipazione di Foscarini ad Inventario sarebbe allora un raro caso illuminato? 
«Bisogna fare un ragionamento rispetto alle grandi riviste tradizionali di settore, collocate all’interno di consolidati gruppi editoriali. Questo è un aspetto che dà loro forza, ma comporta anche alcune criticità. In un momento come questo, in cui ci sarebbe bisogno di maggiore elasticità, è difficile rispondere ai cambiamenti veloci, se hai una struttura consolidata in tempi lontani, molto diversi dall’attuale. D’altro lato, queste grandi realtà non potevano prendere atto in modo "trasparente”, per così dire, che il mondo stava cambiando radicalmente nei numeri: è stato tolto uno zero a qualsiasi tipo di verità in termini numerici, mentre si continuava ad essere strutturati su tirature che, per una buona rivista di settore, si approssimavano a 50mila copie vendute. Oggi si sono ridotte a un decimo, e sono numeri che possono garantire altri tipi di struttura. Poi non c’è dubbio che manchi anche una visione diversa: qual è la funzione di una rivista cartacea se, nel momento in cui esce in edicola, presenta contenuti in parte già vecchi rispetto all’informazione della rete? E questo è tuttora il grande quesito. Con Inventario abbiamo provato a rispondere, facendo un lavoro diverso da quello che si può trovare in rete: dare un peso rilevante ad alcuni argomenti, con interviste ben fatte, articoli corposi, con l’obiettivo di diventare un riferimento sull’autore trattato».

Inventario 10

Inventario è un’operazione riuscita perché fa una scelta chiara e ne esclude altre: visione netta, nessuna pubblicità, tema monografico. Un approccio verticale. È questo il destino dell’editoria di settore?
«Ad oggi, poche riviste sono state in grado di aggiornarsi e capire come avrebbero potuto o dovuto rispondere al mutato significato di una rivista cartacea. Alcune l’hanno fatto: sicuramente Abitare ha fatto un buon lavoro, e Domus con Joseph Grima ha fatto un lavoro ottimo, incrociando la rivista con il sito in un bellissimo progetto integrato, riuscendo ad essere un’alternativa a siti come Dezeen o simili. Ed esistono ancora ampi margini, se non tutto uno spazio poco battuto, per raccontare le cose in un altro modo. Poi, il tema della pubblicità. Frequentando alcuni imprenditori e realtà industriali si può dire che è affrontato non nel giusto modo, e bisognerebbe costruire un rapporto diverso con il mondo degli inserzionisti: Gio Ponti si svegliava alle cinque del mattino e scriveva le lettere agli industriali personalmente! E anche oggi un direttore dovrebbe farlo: cercare dialoghi diretti, coinvolgimenti speciali, "sporcandosi le mani” ma in modo sano, tenendo il registro dalla propria parte sapendo che anche l’altra ne avrà giovamento. Oggi, in sostanza, bisognerebbe invitare intorno a un tavolo i trenta interlocutori che contano e fare come Gio Ponti, cioè "obbligarli” ad essere della partita! E questo lo può fare un uomo di cultura, quindi il direttore di una testata».

Inventario

Il carattere di Inventario è la catalogazione tematica, che permette di parlare di temi non necessariamente nuovi. Eppure, per non poche redazioni la priorità è arrivare per primi alla notizia. Qual è il senso dell’inedito oggi ?Nella bulimia dell’informazione contemporanea, non è forse la rilettura l’unico modo intelligente e plausibile per argomentare i fatti?
«Avendo fatto questo lavoro per diversi anni, è capitato di pubblicare per primi delle cose e non c’è dubbio che sia interessante, c’è il valore della scoperta, anche una certa soddisfazione. Però sappiamo bene che non è questo il problema. Anzi, con la "magia” della rete è un problema che non esiste, non c’è più nulla di veramente inedito. L’importante non è la novità in sé, ma come si racconta, che rapporto stabilisce con le cose che stanno a lato. Con Inventario ci siamo mossi in questo versante. Raccogliere progetti intorno a un tema è un modo di pubblicare non certo nuovo, ma che amiamo e soprattutto ci diamo la libertà di farlo davvero in piena autonomia. Poi, per una rivista come Inventario che esce ogni quattro mesi, l’inedito è davvero l’ultimo dei problemi; e forse lo è anche per un mensile». 
Perché ha ancora senso il cartaceo?
«Proprio per la possibilità che offre di riflettere sulle cose con tempi più personali, e anche per il piacere del rapporto con l’oggetto. Noi abbiamo fatto un progetto cartaceo e abbiamo cercato un editore speciale, perché convinti che sia un aspetto importante. Abbiamo ragionato sulla dimensione dell’oggetto, la scelta delle carte, il formato, la grafica davvero speciale (Artemio Croatto fa un lavoro preziosissimo) e la stampa accuratissima. Un lavoro molto impegnativo perché crediamo nel valore aggiunto dell’oggetto. La carta ha un valore speciale di intensità, intimità, riflessione, piacere tattile e anche olfattivo. Aprendo un libro, crei un rapporto tridimensionale con l’oggetto, fai parlare le pagine fra loro, in una relazione dinamica. L’interattività non è un’esclusiva dello schermo. E il nostro progetto grafico valorizza ed è specifico per la formula cartacea. Ora che siamo al numero 10 e stanno maturando i tempi per decidere se attivare un sito web, sarà necessario fare un progetto altrettanto specifico, che non sia semplicemente una traduzione dei contenuti cartacei». 

Inventario

Mettere in ordine le idee è il progetto di Inventario. L’indicizzazione è un modo riuscito, se ben condotto, di esporre un’idea, curare una mostra, esprimere un’opinione. Perché la modalità di catalogazione funziona anche nella costruzione di un prodotto editoriale? 
«Funziona, crediamo, nella costruzione di un prodotto culturale in genere, anche come fatto politico, almeno nel senso in cui l’intendiamo noi (che è ciò che ci ha trasmesso un maestro come Corrado Levi): capire come accostare le cose fatte da mani diverse, associarle insieme intorno a fili rossi, mostrare le loro differenti qualità senza proporre una priorità, stilistica o d’altra natura. Dire che sono tutte valide, perché le teste che le hanno generate hanno dato il meglio in quel dato momento. Noi crediamo nel valore politico di Inventario, anche se di rado facciamo uso delle parole che, oggi con una frequenza spesso fuori luogo, si associano a tale valore. Anche perché ciò permette di accostare Le Corbusier con un giovanissimo e accorgerti che, in quel momento e in termini assoluti, il giovanissimo non ha nulla da invidiare al maestro. Altrimenti dovresti fare una rivista di soli cataloghi di Le Corbusier… E invece no».

Inventario, Pavimenti

Temi come la progettazione, che hanno avuto per anni un’attenzione mediatica orizzontale, stanno tornando in contenitori dedicati solo a quegli argomenti. Ma in che modo la stampa generalista può raccontare la progettazione? Quale il rischio e quali i vantaggi?
«Sul tema della divulgazione, che è una funzione nobile dell’editoria, pensiamo che si debba scrivere in modo comprensibile, raccontare le cose in modo molto chiaro, senza banalizzare gli argomenti: non fare, secondo un neologismo di Lacan, di una pubblicazione una "poubellication”. 
Inventario è una rivista per iper addetti ai lavori e, contemporaneamente, qualcosa in grado di allargarsi a un pubblico più ampio. Si concede il lusso di avere doppie pagine dedicate a una pianta di architettura, un lusso estremamente disciplinare, e rubriche che sono la compenetrazione tra discipline progettuali e contenuti più allargati. Una delle rubriche specifiche è "Vite come progetto” un’indagine in forma di racconto sulle avventure bizzarre di strani personaggi,che hanno fatto della loro vita una missione talmente assoluta da non poter essere letta che evidenziandone l’estrema progettualità. Per esempio Satie e la sua ossessione per gli ombrelli, William Kamkwamba, che da ragazzino è riuscito a costruire dal nulla una turbina eolica in un villaggio del Malawi, o il caso stranoto di Philippe Petit. Insomma, tra avventura stravagante e fatto di colore, riconosciamo in queste vite una progettualità molto determinata e non meno rigorosa delle nostre discipline istituzionalizzate. Il sottotitolo di Inventario, "tutto è progetto”, significa anche questo».

Inventario

Inventario ha una forte identità visiva, oltre che di contenuti. Eppure la sua definizione, ormai slogan, è volta al negativo " Non è una rivista, non è un libro”. Allora che cos’è ? 
«L’idea di "bookzine” deriva da ragioni molto pratiche. Inizialmente fu pensato come trimestrale e poi, su consiglio dell’editore, trasformato in quadrimestrale, per venire incontro alla capacità delle librerie di assorbire le novità e posizionarsi, aumentando il numero di pagine e avvicinandolo alla dimensione del libro, più che ad una rivista. Poi c’è anche il classico gioco al negativo per cui uno non sa mai come definirsi, o forse certe distinzioni si possono ormai superare. Dopo il Compasso d’Oro, oggi siamo di fronte alla necessità di un cambiamento e sentiamo il dovere di pensare a dei miglioramenti. Qualcosa faremo». 
 


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