07 dicembre 2015

L’Intervista/Francesca Guerisoli

 
COME NASCONO LE ZAPATOS ROJOS
Il simbolo della lotta contro la violenza sulle donne ha una storia lunga alle spalle. Ce lo racconta la curatrice italiana

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Femminicidio è una parola entrata nel lessico comune, e le scarpe rosse sono il simbolo della lotta contro esso. Nei giorni passati le foto delle scarpe rosse sull’asfalto di una strada o di una piazza, sono state postate suoi social network da molti cittadini, come da politici, giornali on line e consolidati comitati per le lotte civili. Serena Dandini, per il suo spettacolo teatrale Ferite a morte (dal 2012 in tournee in Italia e all’estero) costituito da una serie di monologhi che parlano di vittime di femminicidio, ha fatto calzare un paio di scarpe rosse a tutte le protagoniste che per il resto sono vestite di nero. Ma tutto nasce dal progetto artistico di Elina Chauvet (1959, Casas Grandes Chihuahua, México) dal titolo Zapatos Rojos  (2009 – in corso). Ne parliamo con Francesca Guerisoli, storica e critica d’arte, che cura le tappe italiane di Zapatos Rojos a partire dal 2012, anno in cui ha portato il progetto per la prima volta in Europa, precisamente a Milano, con il supporto di Chan Contemporary Art Association e del Comune di Milano. Guerisoli è anche autrice del libro Ni una más. Arte e attivismo contro il femminicidio, in uscita per Postmedia Books a inizio 2016.
Copertina del libro in edizione tascabile di Riccardo Iacona, Se questi sono gli uomini, uscito nel giugno 2015, con una foto di Zapatos Rojos a Torino.
Zapatos Rojos: da dove viene?
«Da un progetto d’arte partecipativa che nasce a Ciudad Juárez (Chiuhuahua, MEX) nel 2009 ideato dall’artista messicana Elina Chauvet. Zapatos Rojos ha una dimensione locale, in quanto denuncia il sistema politico, giudiziario e culturale di Ciudad Juárez, definita “la città che uccide le donne” per la grande quantità di femminicidi qui commessa dal 1993; e globale, in quanto tratta il problema della violenza contro le donne in quanto donne in tutto il mondo. Il suo fulcro è la costruzione di una rete di solidarietà e di relazioni tra soggetti che condividono la stessa battaglia e al tempo stesso la diffusione della conoscenza di ciò che avviene a Ciudad Juárez, nell’intenzione di generare una pressione sul governo locale e federale messicano affinché i colpevoli vengano assicurati alla giustizia. Impunità significa, infatti, permettere che i femminidici continuino. Ecco perché nel caso dei crimini contro le donne a Ciudad Juárez, e più in generale del Messico, si parla di violenza di Stato. Poco dopo la comparsa di numerosi corpi di giovani donne uccise a Juárez a partire dal 1993, hanno iniziato a costituirsi gruppi di attivisti contro il femminicidio: tra le loro azioni si è registrata una dura battaglia di contro-informazione rispetto al discorso istituzionale pubblico che minimizzava il fenomeno. E anche gli operatori culturali, non solo locali, hanno reagito. Diversi musicisti, artisti, curatori, scrittori, poeti, documentaristi, fotografi, ecc. hanno affrontato il fenomeno attraverso la loro arte, nel tentativo di ristabilire la memoria delle vittime come persone e non come oggetti da scoop, rovesciando il sensazionalismo dei media. I femminicidi di Juárez hanno interessato autori come Bolano, che ne parla nel romanzo 2666, Eve Ensler ne I monologhi della vagina, e tra gli artisti troviamo Teresa Margolles, Lorena Wolffer, Teresa Serrano, Santiago Sierra, Lise Bjorn, Yoshua Okon. Tra di loro c’è anche Elina Chauvet con il suo Zapatos Rojos». 

Servizio di Grazia, con una foto di Zapatos Rojos a Milano.

Come si sviluppa Zapatos Rojos?
«Il progetto viene richiesto, attivato, organizzato da soggetti diversi, quali gruppi di cittadini, associazioni di promozione sociale o culturale, istituzioni pubbliche, università, accademie, ecc. Chi partecipa alla costruzione dell’opera diviene soggetto consapevole: prendere parte, a diverso livello, a Zapatos Rojos presuppone la presa di coscienza del femminicidio a Ciudad Juárez e la condivisione di una battaglia. Il processo che porta all’installazione della marcia di scarpe rosse richiede mesi di lavoro, e comprende il coinvolgimento di amici e conoscenti attraverso il passaparola e i social network. L’opera si fonda, dunque, sull’elemento collettivo. A ogni potenziale partecipante viene chiesto di contribuire facendosi donatrice/donatore di un paio di scarpe femminili rosse, dipinte di rosso, o da dipingere il giorno dell’installazione. Le scarpe rappresentano le vittime della violenza subita e visualizzano al tempo stesso una marcia di donne assenti. Donando un paio di scarpe si entra dunque a far parte della marcia silenziosa di Zapatos Rojos e della sua rete di solidarietà». 
L’installazione è dunque solo una parte del progetto?
«Sì, realizzata oggi in diverse città del mondo e pur rimando simile a se stessa, la marcia di scarpe rosse è sempre diversa: cambia lo spazio in cui viene realizzata, il contesto, gli attori. Può rivelarsi interessante osservare chi sono i partecipanti di ogni tappa del progetto così come osservare il tipo di diffusione che sta avendo nel mondo. Altra caratteristica degna di nota è che la diffusione maggiore del progetto è avvenuta in Italia, attraverso le numerose richieste e anche con l’appropriazione dal basso del format, dell’immagine della marcia di scarpe rosse e la sua imitazione da parte di soggetti di varia natura».
Zapatos Rojos, Lecce, 3 febbraio 2013 (foto di Anna Maria Cherubini)
Cosa è successo di particolare in Italia?
«Solo in Italia la marcia di scarpe rosse di Zapatos Rojos è stata assunta come l’immagine maggiormente condivisa nella lotta alla violenza contro le donne. Dalla prima installazione a Milano il 18 novembre 2012, l’immagine si è diffusa viralmente come simbolo contro il femminicidio. La diffusione è avvenuta soprattutto attraverso la condivisione sui social network e da parte di servizi tv, quotidiani e riviste. Il simbolo ha funto da coagulante per le diverse realtà sociali e culturali che lottano contro la violenza alle donne sul territorio italiano. È stato come se le realtà che lottano contro questo problema avessero bisogno di un simbolo sotto cui riconoscersi al di là delle proprie specificità. Inoltre, abbiamo visto utilizzare le scarpe rosse come simbolo contro il femminicidio in diverse altre occasioni: oltre lo spettacolo teatrale Ferite a morte di Serena Dandini, l’immagine di copertina del libro di Riccardo Iacona Se questi sono gli uomini è una foto della marcia realizzata a Torino; una trasmissione di Mediaset nel 2013 ha lanciato una campagna di sensibilizzazione durata circa un anno portando nello studio televisivo 33 paia di scarpe rosse e chiedendo ai telespettatori di mandare la propria foto con le scarpe rosse; l’Ansa nel suo album Le grandi foto del 2013, pubblica – con altre 18 foto tra cui l’abbraccio tra Papa Benedetto XVI e Papa Francesco, le Femen che protestano ad Amburgo, William e Kate con il piccolo George nel giorno del battesimo – un’immagine dell’installazione realizzata a Torino; l’Accademia della Crusca spiega ai lettori il perché del termine “femminicidio” accostando al testo un’unica immagine: una foto di scarpe rosse tratta da Zapatos Rojos. Questo elenco creda renda bene l’idea di quale sia la diffusione, oggi, del simbolo delle scarpe rosse e potrebbe andare avanti ancora per decine di righe».
Zapatos Rojos, Torino, 2 marzo 2013 (foto di Francesca Guerisoli)
Zapatos Rojos entra anche nel museo?
«All’interno di un museo ha senso esclusivamente come documentazione del progetto. L’esposizione internazionale più interessante in cui è stata presentata è “Living as Form (The Nomadic Version)”, la mostra itinerante curata da Nato Thompson tra il 2011 e il 2014 in diverse città del mondo tra cui New York, Hong Kong, San Francisco, Haifa, Tokyo. La documentazione di Zapatos Rojos è stata esposta nella tappa messicana, presso il Museo de Arte de Sinaloa (MEX), tra novembre 2013 e gennaio 2014. “Living as Form” si focalizza sulle pratiche artistiche socialmente impegnate, dal teatro all’attivismo, dall’urbanistica all’arte visiva. Insieme alla mostra è stato creato un archivio online, che Thompson indica come un punto di partenza per lo studio di tali pratiche, ispirando ulteriori indagini e nuovi approcci alla pratica sociale. Alcuni dei progetti esposti nel museo come documentazione sono stati anche riattivati, e uno di questi è stato proprio Zapatos Rojos, che ha avuto luogo nel febbraio 2014 in una piazza di Culiacán, capitale dello stato di Sinaloa. In Italia, invece, la documentazione del progetto è stata per la prima volta esposta in una mostra nella collettiva presso la Triennale di Milano, “Tasselli d’arte: scenari latino americani”, parte del Film Festival Sguardi Altrove Edizione 2013, che ha compreso anche i due video di Teresa Margolles ¿Como salimos? e Mujeres bordando junto al Lago Atitlàn».
Zapatos Rojos, Milano, 18 novembre 2012 (foto di Daniele Pellizzoni)
Abbiamo visto che in Italia, il progetto d’arte ha sfondato nel sociale. In che modo questa condivisione è positiva per il Messico?
«Non possiamo dire come Zapatos Rojos eserciti e in che misura pressione sui diversi livelli di governo che interessano Ciudad Juárez. Possiamo sostenere, però, che oggi migliaia di cittadini italiani e di altre città del mondo grazie al progetto di Elina conoscono la tragedia del femminicidio di Ciudad Juárez, sanno da dove proviene il termine “femminicidio”, la sua importanza culturale e giuridica. Fanno rete. L’individuazione del problema è il primo passo verso la sua risoluzione. L’attivista messicana Marisela Ortiz – fondatrice con Norma Andrade di Nuestas hisas de regreso a casa, importantissima associazione che lotta contro il femminidicio a Juárez – sostiene che più si parla di Juárez fuori dal Messico più c’è speranza che le cose cambino. Vorrei concludere citando Monica Mazzoleni, ex responsabile della Sezione America Latina di Amnesty International, che in un suo articolo ha scritto: “La lotta contro la violenza sulle donne nel mondo globalizzato non può avere confini per la natura stessa della violenza, che è forse il fenomeno paradossalmente più democratico che esista al mondo. Non discrimina tra paesi sottosviluppati o sviluppati, non discrimina all’interno delle classi sociali, o per gradi di istruzione, religione o forme di governo”. Ecco perché Zapatos Rojos nasce sì a Juárez, ma lo sentiamo appartenere intimamente anche a noi».
Cristina Cobianchi

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