20 febbraio 2016

Addio, grande Maestro

 
Ci sono notizie che non si commentano. La morte di Umberto Eco lascia, davvero, un immenso vuoto alla cultura mondiale. Il nostro compito, ora? Onorarlo leggendolo, studiandolo. E ricordando

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Aveva 84 anni il professor Umberto Eco. Semiologo, filosofo, scrittore, saggista, Umberto Eco è stato uno dei più profondi pensatori del secolo breve. Sono infiniti i riconoscimenti avuti in vita, dal Cavalierato di Gran Croce della Repubblica Italiana alla Legion d’Onore francese.
Libero, scomodo, l’autore de “Opera Aperta”, volume che aveva dato una chiave di lettura ben definita anche alle pratiche dell’arte del Novecento, a volte risultava impopolare, e forse per questo decisamente più “vero” di altri illustri colleghi. Pochi mesi una delle ultime arringhe più famose, dicendo che le pubbliche piazze dei social network hanno dato la libertà di parola agli imbecilli. 
Carriera iniziata in RAI, nel 1954, con Furio Colombo e Gianni Vattimo, divenne uno dei fautori del Gruppo 63, e nel 1961 – a proposito di media e televisione – scrisse con un anticipo incredibile sui tempi “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, mentre è del 1964 il volume Apocalittici e integrati.
Direttore dell’Istituto di Comunicazione e spettacolo del DAMS di Bologna, è stato colui che ha dato inizio al Corso di Laurea in Scienze della comunicazione. Sempre negli anni ’70 vennero “Per una guerriglia semiologica”, “Il fascismo eterno”, che indagava la cultura di massa in relazione al fenomeno delle dittature e altri attualissimi fenomeni come il culto dell’azione per l’azione, il disaccordo come tradimento, la paura delle differenze, l’appello alle classi medie frustrate da parte del potere. 
Collaboratore, fin dalla sua fondazione de L’Espresso, Ecco ha scritto per Il Giorno, La Stampa, Corriere della Sera, la Repubblica, Il Manifesto, Alfabeta, e tradusse anche Esercizi di stile di Raymond Queneau.
Guest curator al Louvre, per una serie di eventi culturali nel 2010, nel 1971 fu anche tra i 757 firmatari della lettera aperta a L’Espresso sul caso dell’omicidio di Giuseppe Pinelli, coinvolto nell’attentato alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano, nel 1969, Umberto Eco ha incarnato impegno civile, coscienza politica; è stato spina nel fianco della cultura italiana, ironico, personaggio quasi romanzesco, acuto osservatore, giornalista senza paura di schierarsi. Uomo libero, e per questo pronto a contestare e a lasciarsi criticare, a dibattere. 
Sarà difficile ora indicare un erede, forse impossibile. Ma l’immensità della sua produzione di pensiero, la sua sterminata scrittura, ci imporranno un dovere non trascurabile: quello di continuare a studiare. Per imparare ad evitare quelle aberrazioni che, da oltre cinquant’anni, il grande Maestro ci ha fatto conoscere, mettendoci in guardia. Addio Professore, ci mancherai davvero! (MB)

1 commento

  1. Di Umberto Eco, oltre all’indimenticabile “Opera Aperta” ho utilizzato un volume scritto insieme ad Eugenio Battisti e pubblicato nel 1969 “arte come mestiere – arte come invenzione”. Battisti lo aveva invitato a Marcatré, lui del gruppo ’63. Il verbo utilizzare non è casuale, le opere di Eco sono state spesso gli utensili da lavoro del critico, scritti da intendersi come un legame con il mondo della semiotica, col gruppo “Tel Quel” e con lo strutturalismo in generale. Persino i consigli su come si fa la tesi di laurea risultano oggi più che mai attuali e, credetemi, magari gli studenti della generazione telemematica li seguissero alla lettera! Questo ciccione barbuto, che si prestava dietro i Lozza più alla caricatura che alla foto da best – seller di best seller li ha scritti eccome, infilando tra epistemologia e campionatura, tra interpolazione e militanza uno dopo l’altro successi che irrorarono una sorta di generazione di “ecomani”. Io ad esempio, lo sono stato, lo ammetto, mi sono un pochino disintossicato solo dopo aver letto le due storie della bellezza e della bruttezza m,a questa è un’altra storia, in me è rimasta, comunque, una traccia, e la mia biblioteca lo testimonia. È stata una dipendenza iniziata negli anni Ottanta, “il nome della Rosa” fu imprescindibile argomento di conversazione almeno, se non più, quanto lo era Kundera e il “Pensiero Debole” di Vattimo e “Kant e L’ornitorinco” ha creato anomalie in quelle serate culturali solitamente incentrate su i soliti “filosofi del sospetto”. È quindi per me doveroso ricordare e salutare questo maestro virale se non altro per avermi fatto conoscere la gioia di conoscere.

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