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 Dopo la morte dell’arte, si può parlare di pittura solare?
 Giulia Maria Bevacqua 
 
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Questo nuovo saggio di Nicola Vitale, prefato da Elio Franzini, si pone in modo deciso quale teorizzazione di ciò che l’autore individua come "svolta epocale” dell’arte visuale. Sembrerebbe dunque una pretesa esagerata, tuttavia leggendo accuratamente il libro, sono posti con chiarezza tutti gli elementi che mettono in luce questo cambiamento come necessario. Il ragionamento stringente di Vitale vede da una parte l’esaurirsi dell’arte contemporanea, ormai ad uno stadio avanzato di frammentazione e ristagno, dall’altra l’innegabile presentarsi di una ciclicità dell’arte, che periodicamente capovolge i suoi presupposti. L’interesse del libro è centrato in questo passaggio da una storia lineare, che vorrebbe l’arte in continua evoluzione linguistica (ormai improbabile) e una storia circolare dove si individua un costante alternarsi di due opposti, tra rappresentazione e tensione astratta dell’immagine. Sono le vecchie categorie di apollineo e dionisiaco che Nietzsche aveva profeticamente coniato come strumenti per comprendere l’arte più in profondità. Nicola Vitale si serve di queste categorie applicandole in una lettura dell’arte del passato e del presente con un taglio del tutto nuovo. L’arte contemporanea è infatti per l’autore una forma estenuata di rappresentazione che come nell’ellenismo greco e romano, come l’arte manierista, rococò e ottocentesca (tra realismo e simbolismo) si è appiattita in una determinazione analitica sempre più povera, mentre il rinnovamento radicale avviene con una rivalutazione della forza astratta atemporale, quel polo dionisiaco che era stato dimenticato, espresso dalla curata calibrazione dei rapporti di forme e colori in un tutto armonico, che enfatizza l’aspetto atemporale, estatico di una contemplazione dell’essere, piuttosto che le problematiche del divenire.

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Vitale sottolinea come in tutte le svolte epocali avviene questo capovolgimento, per cui l’arte nascente è sempre all’insegna della forza astratta dell’immagine, come vediamo nell’arte greca più antica (tra astrattismo e periodo arcaico), bizantina (l’icona) e moderna (Cezanne, Van Gogh e Gauguin). Così egli individua diverse generazioni di artisti indipendenti che hanno lavorato e tuttora lavorano enfatizzando la tensione risplendente dell’immagine, quella «solarità» che possiamo osservare già nei precursori Hopper e Balthus, passando per le generazioni emerse negli anni ottanta (Salvo, Kunc, Knap), per arrivare fino alle opere di alcuni giovani. Annovera tra questi artisti anche David Hockney, noto da lungo tempo per un’espressività diversa vicina alla Pop Art, che negli ultimi quindici anni ha virato nella direzione qui teorizzata, dipingendo le campagne inglesi con una verve e sensibilità particolari. 
Altro aspetto interessante della tesi di Vitale è l’ipotesi che in queste immagini si esprima un senso radicalmente nuovo dove figure molto colorate, giocose, ispirate a volte alla cultura popolare, si uniscono a elementi concettuali in una nuova armonia che non ha precedenti. Una conciliazione degli opposti che introdurrebbe un nuovo senso della cultura occidentale, in cui aspetti del senso che si sono sempre trovati in aperto dissidio, trovano ora una possibilità di armonizzazione.
Nella seconda parte del saggio Nicola Vitale mette in luce la qualità della pittura, descrivendo ventidue dipinti di altrettanti artisti, facendo notare l’efficacia espressiva che caratterizza lo splendore di immagini figurative; riconciliazione tra astrazione e figurazione che qualifica una piena sensibilità estetica ritrovata.

Nicola Vitale
La solarità nella pittura, da Hopper alle nuove generazioni.
Prefazione di Elio Franzini
Mimesis Edizioni 
2016

 


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