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Benino dorme sonni tranquilli, nel Presepio di Jimmie Durham

   
   
 
Benino dorme sonni tranquilli, nel Presepio di Jimmie Durham
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Portò a un livello più complesso il ragionamento platonico sulla consistenza evanescente delle cose, anticipando largamente la volontà di rappresentazione di Schopenhauer e le sfumature tra coscienza e realtà teorizzate da certe frange della fisica quantistica. Qualcuno addirittura sostiene che Calderón de La Barca si sia ispirato alla sua figura per caratterizzare Sigismondo, protagonista de La vida es sueño, dramma filosofico-teologico e manifesto esistenziale dell’epoca barocca. Benino, il pastore comodamente sdraiato su un giaciglio di paglia o su una panchetta, ronfa alla grande, l’espressione beata del giusto e del puro, il cappello poggiato sulla fronte o inclinato sul ginocchio, le mani incrociate dietro la testa o sul grembo, supino o di lato, mai a bocconi, come da prescrizioni mediche. Di solito al suo fianco c’è una brocca, se sia piena o vuota, di vino o di acqua, non è dato saperlo. Di pecore nemmeno l’ombra. Rispetto all’imponente incedere dei Magi, alle chiassose strutture dei mercanti e degli osti, Benino occupa uno spazio appartato e a buona ragione. Gli altri personaggi sanno che la loro esistenza dipende dalla fervida immaginazione onirica del pastore, tutto il presepe è l’estensione di un suo sogno, e preferiscono non disturbarlo. Per evitare qualunque tipo di problema, nel mio presepe, ridotto a una singola unità abitativa a forma di capanna molto rustica, ci sono solo i parenti più stretti, giusto la Sacra famiglia. Anche quest’anno, come accennato nel precedente post, non sono riuscito ad allestire un presepe degno di tal nobile nome.

Jimmie Durham, Presepio, 2016. In comodato a Madre - museo d’arte contemporanea donnaregina, Napoli
Invece al Madre fanno le cose per bene e, in pieno clima di festa, presenteranno, come recentissima acquisizione nella collezione permanente, il Presepio di Jimmie Durham. L’artista nato in Arkansas nel 1940, attivista nell’American Indian Movement, è da sempre impegnato in una ricerca sulla stratificazione dei linguaggi identitari e delle culture collettive nelle profondità della realtà quotidiana, nella forma che le cose assumono nell’uso comune, usando, per le sue opere, un giocoso intreccio di materiali ritrovati e nobili, accuratamente assemblati in forme ancestrali, come totem dall’aspetto sereno e portatori di una saggezza condivisa. «Stavo cercando di dare un senso a qualcosa. Stavo cercando di vedere se riuscivo a studiare certe cose con gli oggetti, con il fare le cose con i materiali. Non sapevo fosse un progetto artistico, era solo un mio progetto personale», scrive nel catalogo dedicato alla sua pratica artistica, edito da Phaidon nel 1995.

Jimmie Durham, Presepio, 2016. In comodato a Madre - museo d’arte contemporanea donnaregina, Napoli
Così, attraversando la scenografia della natività, Durham ne ha conosciuto le coincidenze storiche, dalle origini precristiane del Natale, legate al ciclo delle feste propiziatorie e al culto delle divinità solari e pagane, fino agli aspetti emblematici e palesemente anacronistici entrati nella tradizione napoletana, disposti sulla scena secondo una disposizione codificata e non sempre tranquillizzante. Il musicologo e regista Roberto De Simone, in un nel saggio pubblicato da Einaudi, racconta tutti i retroscena, con un occhio particolare per le curiosità. Per esempio, il pozzo e la fontana, tra gli elementi più ricorrenti, rappresentano il collegamento tra i mondi, il ciclo della rinascita, cui è associata la figura della Madonna, tanto che in Campania molte chiese sono dedicate alla Madonna del pozzo. Di solito, vicino a una fonte d’acqua, vi è una lavandaia con una zampa di capra, allusione demoniaca, mentre la donna con le galline o con altri animali domestici, in realtà, è Demetra, dea della fertilità. Il mugnaio, vestito di bianco, impersona la morte, come i due giocatori di carte, chiamati anche i due San Giovanni perché collegati ai giorni del solstizio d’estate e del solstizio d’inverno, spesso sbracati nella taverna, legata al mito di Dioniso-Bacco e posta sempre sullo stesso livello della grotta della natività. I numerosissimi mercanti, invece, simboleggiano i mesi dell’anno, il salumiere è gennaio, la coppia di sposi che porta un cesto di frutta è maggio, il vinaio e il cacciatore sono ottobre.

Cezanne, I giocatori di carte, 1890-1895
Una scena misteriosa e suggestiva come il presepe, talmente ricca di deviazioni di significato e influenze religiose e mitologiche da essere oggetto di specifici studi, dall’iconologia all’antropologia, non poteva non rientrare nel modus dell’artista che da qualche anno vive a Napoli, in un bellissimo studio-appartamento all’interno dell’ex complesso industriale dell’Ex Lanificio (ve ne parlo in questo articolo), non distante da San Gregorio Armeno, la strada dei presepi per antonomasia. Bisogna anche dire che certi scorci di città, soprattutto nella zona dell’Ex Lanificio, di Porta Capuana e della Duchesca, rimandano all’impostazione visiva del presepe, con un affastellamento architettonico e umano che, per qualche motivo ancora non chiaro, esprime un’armonia estetica unica. Seguendo la tradizione delle sacre rappresentazioni, Durham ambienta la natività in uno scenario contemporaneo, animato da un complesso codice di significati. Luoghi e figurine, come il pescatore, l’angelo e, ovviamente, Benino, sono resi con elementi di pietra, corno, bronzo, marmo e legno d’ulivo appena sbozzati, con tocchi di pigmento e tessuto, in funzione antimonumentale, per evidenziarne la porosità popolare e storica.

Tanti auguri a tutti e occhio a non svegliare il pastore che dorme. 

 


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