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“La mia arma contro l’atomica è un filo d’erba”

   
 Così parlo Tancredi. Giovane, geniale e tormentato artista celebrato oggi da una bella retrospettiva alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia

 Giada Centazzo 
 
“La mia arma contro l’atomica è un filo d’erba”
pubblicato

Quando scivola nelle bionde acque del Tevere, una mattina di fine settembre del 1964, Tancredi Parmeggiani ha solo 37 anni. Lascia la vita terrena ed entra – come ebbe a dire Dino Buzzati – nel mito. Bello e dannato Tancredi lo è stato veramente: ossessionato dal demone della pittura, sopraffatto dal male di vivere. Le sue ultime opere – i collage-dipinti realizzati dal 1962 – sembravano aprire una dimensione nuova nel suo lavoro, segnando l’ingresso nella maturità. Una pittura rutilante ed euforica che bene dava forma alle sue parole: «Tutta l’Arte è Fantasia, tutta l’Arte è Natura». E che pone molti interrogativi su ciò che sarebbe potuto essere dell’enfant prodige dell’arte italiana del Dopoguerra. Una parabola umana e creativa fulminante quella di Tancredi che rivive oggi alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia.

Tancredi, Diari paesani, 1961

A cinque anni dalla grande antologica a Feltre, sua terra natale, Tancredi Parmeggiani  ritorna a Venezia, città che lo vide nascere e crescere artisticamente, per una nuova retrospettiva, "La mia arma contro l’atomica è un filo d’erba”, titolo poetico preso da uno dei sui scritti politicamente connotati,  a cura di Luca Massimo Barbero (fino al 13 marzo). Ritorna soprattutto a Ca’ Venier dei Leoni, nella casa in cui fu ospite e lavorò dal 1952 al 1955, sotto l’egida di una mecenate d’eccezione come Peggy Guggenheim. Rivive così il sodalizio con la collezionista americana che scoprendolo «il miglior pittore italiano dai Futuristi in poi», lo prese sotto la sua ala protettrice. Come era stato negli anni Quaranta per Jackson Pollock, Peggy firma con il pittore feltrino un contratto per sostenerne il suo talento, permettendogli di fatto di affermarsi sulla ribalta internazionale giovanissimo. Sono questi gli anni decisivi nell’elaborazione dell’estetica di Tancredi. A cominciare dalla sua adesione al movimento spazialista lagunare di Carlo Cardazzo, al fianco di Crippa, Dova e Guidi

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Lo spazio – affermerà Tancredi nelle sue elaborazioni teoriche – è curvo ed il migliore strumento per controllarlo è il punto, l’elemento geometrico meno misurabile ma che, grazie alla sua immediatezza ideativa, gli permettere di esprime a pieno l’ idea del vuoto: il vuoto da tutte le parti. Da qui scaturisce il caratteristico gergo pittorico di Tancredi degli anni Cinquanta, fatto di rapide pennellate stenografiche, rese in modo incontrollato e corsivo. Un alfabeto segnico inedito che si scrive come un profluvio sulla tela. Non del tutto estranee a queste elaborazioni sono ovviamente gli incontri ravvicinati con i Pollock della collezione di Peggy. E poi, lo studio di Mondrian. Ma Tancredi, nell’approdare alla sua originale gestualità informel è anche memore di quella pittura di tocco atmosferica tutta veneziana. Nascono capolavori come Luci di Venezia (1958) o A proposito di Venezia (1958), omaggio e commiato dalle brume e dalle luci della laguna, personalissimo contributo alla secolare tradizione del ‘vedutismo’ veneto. Sono proprio queste opere – tra le oltre 90 esposte nella barchessa di Palazzo Venier dei Leoni – le più consistenti e rappresentative di Tancredi presenti in mostra. Donate da Peggy ad importanti istituzioni museali americane, alcune di queste tele ritornano per l’occasione a Venezia, nuovamente in seno alla Guggenheim: la Primavera (1951) del MoMA di New York; la Composizione (1957) del Wadsworth Atheneum Museum of Art di Hartford o Spazio, acqua, natura e spettacolo (1958) del Brooklyn Museum.

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Vera punta d’orgoglio per i curatori aver riunito il trittico di Hiroshima del 1962, testimonianza di un’ulteriore sviluppo nell’eclettismo stilistico di Tancredi. Dopo i soggiorni in Scandinavia e a Parigi, le «impressioni emotive non figurate», le ariose Primavere degli anni veneziani, lasciano il posto a delle nuove prove in cui appaiono entità figurali, mentre la palette si va caricando e scurendo, come l’animo dell’artista. È il tempo delle vorticose Facezie. Le tele di quest’epoca risentono dell’incontro con l’espressionismo di Munch e l’art brut di Dubuffet. Ma i primi anni Sessanta sono anche il tempo dei fiori e dei globi colorati dipinti «al 101 per cento» da Tancredi e ironicamente da «altri» e dei Diari paesani. Ed è forse questa – nella densa e ritmata esposizione – la sezione più sorprendente e straniante per il visitatore. 
Queste prove, vagamente pop, caratterizzate dall’intrusione nel corpo della pittura di ritagli di giornali, disegni, fotografie, entità tridimensionali, si staccano dal corpus pittorico dell’artista. Traducono lo spaesamento creativo e psicologico che l’aveva colto. Forse sintomo di una scissione interiore che si farà incomponibile, di certo testimoniano del desiderio incalzante d’impegno civile. «La mia arma contro l’atomica è un filo d’erba» scrive Tancredi. Parole emblematiche, che evocano il suo sentire anti-colonialista, anti-militarista ed anti-materialista, che richiamano alla mente la fantasia al potere e gli altri motti-simbolo di quella contestazione sessantottina che Parmeggiani non vedrà mai coi suoi occhi inquieti. Con questa mostra alla collezione Guggenheim, Tancredi è finalmente tornato a Venezia e, proprio come preconizzato da Peggy, come un grande il cui nome è ormai in neretto nei libri di storia dell’arte italiana e non solo.

Giada Centazzo

 


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