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Postmoderno è il linguaggio dell'automobile

   
  mario francesco simeone 
 
Postmoderno è il linguaggio dell'automobile
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Prima i Duran Duran, con Save a Prayer. Già mi sembra che le linee della mia Panda si stiano facendo più spigolose. Poi Phil Collins, con Another Day in Paradise. E via, un colpo ottagonale di gomma Pelikan cancella le morbide bombature del design automobilistico del nuovo millennio, si torna agli angoli che si incrociano. Questa heavy rotation su una stazione radio locale sta confondendo le mie coordinate temporali, già messe a dura prova cognitiva in questi giorni. Sto andando al Museo di Capodimonte per parlare di Postmoderno e, per prepararmi adeguatamente, non ho potuto fare a meno di immergermi negli anni ’80, decade in cui affiorarono quei fenomeni sociali e culturali che Jean-François Lyotard aveva descritto nella sua Condizione Postmoderna del 1979. Non mi riferisco solo alle spalline e ai ciuffi voluminosi ma anche alle trasformazioni subite dalle regole della scienza, della letteratura e delle arti in quelle società che, all’alba degli anni ’80, lasciata ormai alle spalle l’impresa della ricostruzione bellica, stavano procedendo speditamente nella formazione di schemi percettivi adatti al nuovo mondo postindustriale. Marco mi aspetta sul ciglio della strada, cappotto lungo e nero, grandi lenti rettangolari e affumicate. Nello specchietto retrovisore vedo il collo della mia camicia sempre più alto e rigido. Accosto e approfitto ancora dello specchietto per notare, con un certo stupore, qualcuno di diverso da me che sta guidando la mia automobile. Non ricordavo di voler assomigliare così tanto a Dave Gahan. Siamo nel sogno di una persona che si è addormentata alle 23.59 del 31 dicembre 1989?

I Duran Duran

Distante dalla vaghezza onirica, Lyotard descrive un paesaggio nel quale tutto torna, seguendo una coerenza sempre latente tra le profondità delle connessioni, ogni elemento procede dall’altro in un gioco di incastri che, quando non sono perfetti, creano sovrapposizioni e sconfinamenti, esattamente quei termini chiave del postmoderno. Succedeva che la società iniziava ad autorappresentarsi come una massa estesa su scala transcontinentale e composta da atomi lanciati in un assurdo movimento fluido, solo vagamente casuale. Le frontiere di ogni ambito vengono soppresse, i codici possono essere letti con l’identico alfabeto interpretativo da un lato all’altro di questa Pangea postindustriale, la cultura alta appare come un ultimo retaggio oscurantista, la relazione è la sola dimensione possibile e auspicabile, diventata più totalizzante dell’ideologia e della religione. Sullo sfondo, la presenza ossessiva del linguaggio, unica misura di tale dimensione e oggetto di studio di ogni declinazione del sapere, dalla cibernetica, con l’elaborazione del codice macchina, alla fonologia, con lo studio del sistema di scambi tra fonemi, fino alla grafica pubblicitaria, con le sperimentazioni analogiche e digitali di font e typeface. Adesso mi sembra ovvio, a un certo punto, qualcosa deve essere sfuggito al controllo. Evase dai limiti tracciati dagli specialisti, saltando a piè pari i rigorosi steccati delle ricerche, le parole hanno raggiunto il mondo aperto e il nostro tempo, in cui gli eroi hanno lasciato il posto ai poeti, andando, predicando e moltiplicandosi. Raggiungendo una precisione che in certi casi è sconcertante, soprattutto se rapportata all’estrema incertezza di altri episodi. Questa distanza tra i due estremi, l’ho sperimentata a mie spese, in due precise situazioni, comodamente seduto in automobile che è un po’ il luogo della maieutica.

Wolfgang Weingart, Poster, 1962

La prima. Ascoltare le pubblicità automobilistiche in automobile potrebbe suonare come una situazione spaesante, un’ambientazione ricorsiva alla Escher, una sorta di effetto droste della metallurgia, sinestesia tra la pesantezza dei materiali assemblati e l’effimero delle parole via etere. La pubblicità della BMW punta essenzialmente sul concetto di ambizione, il possessore di qualunque modello di BMW è un individuo che, avendo sempre presente l’obiettivo finale, affronta con decisione i bivi imposti da un’esperienza quotidiana caratterizzata da un vago sentore di straordinarietà tranquillizzante. Non potendo contare su alcun elemento visivo, tranne quello concreto, animato, indipendente che circonda l’ascoltatore, per altro probabilmente già seduto in un’automobile, i termini vengono calibrati sull’obiettivo con una precisione millimetrica, assecondando un ritmo in crescendo, con una serie di "ho fatto le mie scelte” e "avrei potuto”, al contrario di quelli adoperati per i commercials da schermo, allusivi e a tratti distraenti. "Ambizione” è usato solo una volta, quasi messo lì per caso, come l’arma del delitto in un giallo magistralmente orchestrato. «La nuova BMW invita a non aspettare che sia la vita a succedere, ma ad agire subito, in prima persona. Perché la vita è azione, non reazione» è il concept dichiarato dalla casa automobilistica. Il logo FIAT sul volante prima si offusca, poi scompare, rimpiazzato dall’immagine ad alta definizione del logo dei bavaresi. L’attenzione si sposta dall’individuo ambizioso all’oggetto simbolo, causa ed effetto dell’ambizione, con una delicatezza terminologica che sembra sfumatura e invece è un netto segmento semantico che inequivocabilmente unisce il punto A, la partenza, al punto B, la meta. Con un’esattezza enciclopedica che farebbe commuovere anche Denis Diderot e Jean-Baptiste d'Alembert, i pubblicitari hanno scritto un testo che non lascia spazio all’immaginazione e all’errore, la BMW è lì, davanti a te, anzi, le parole sono talmente pertinenti, la struttura ordita dalla loro interazione e dalle velocissime interpunzioni è così serrata, che non capisci come mai non ti sei accorto prima di esserci proprio seduto dentro, con tanto di cambio automatico a otto rapporti e park assistant. Per convincere della qualità di un’auto esclusivamente attraverso il dire e l’ascoltare, in una pubblicità radiofonica, non si può indulgere nell’interpretazione, le frasi devono significare solo quella cosa, in effetti, l’oralità è l’ambito della parola pura, presente solo a se stessa.

Joseph Kosuth, Five words in Green Neon, 1965

Il linguaggio, però, quasi mai significa in modo così netto e definire i termini caratterizzanti di alcuni ambiti dell’esperienza e della conoscenza è diventato un affare cruciale. Una delle questioni più delicate riguarda il genere che, soprattutto nella diramazione politica, può essere annoverato tra i settori maggiormente coinvolti nelle trasformazioni delle società postindustriali. Senza dubbio, è da imputare a una certa consuetudine patriarcale se l’intonazione di termini come "sindaca” e "assessora” può suonare cacofonica. Ma, proprio nel caso in questione, il problema potrebbe essere ben più profondo di una desinenza e riguarda l’obsolescenza delle parole e dei concetti che esse esprimono. Nella storia dell’arte, il termine "Avanguardia” designa un approccio alle modalità del fare e del pensare tipicamente riferito a una situazione storica, allo stesso modo di "Fabbrica”, "Bottega”, "Scuola”, "Movimento”. Già da qualche decennio, i movimenti artistici delimitabili in vocabolario sono scomparsi, per lasciare il posto a un unico movimento non inquadrabile in una definizione, composto da infiniti esiti trasversali, in continua ricerca di assestamenti e ibridazioni. Dare un nome a questa situazione forse vorrebbe significare fraintenderla, anche se Postmoderno mi sembra abbastanza comprensivo. Oppure questa è solo una scusa di comodo perché non ne siamo ancora in grado e lo faranno, per noi, gli storici dell’arte del domani, a mente lucida e fredda.

Mel Bochner, Language is not transparent, 1970

È comunque la politica a soffrire il logoramento del linguaggio più di ogni altro settore e se i suoi stessi paradigmi fondativi, come "Democrazia”, "Partito”, "Parlamento”, sembrano sempre più opachi, estrusi tanto dalla realtà quanto dalla post verità, figuriamoci i termini derivati, riferiti alle persone e non ai concetti generali, come "assessora/e”, "sindaca/o”. Parole e idee difficili da capire soprattutto per le giovanissime generazioni, ormai distanti anni luce dall’estetica del Muro e cooptate dai testi "Cantati” – sarà il termine giusto per definire la loro azione di emissione vocale? – da Fabio Rovazzi e Fedez, quelli sì, mirabilmente incentrati sul contemporaneo. Una metropoli contemporanea, diffusa e liquida come la società che plasma e dalla quale è plasmata, può essere "Governata” da "un/a” "Sindaco/a”? Breve nota etimologica: il termine deriva dal greco "sundikos”, cioè quella figura di ufficiale pubblico, istituita dopo l’espulsione dei Trenta Tiranni e il ritorno della democrazia ad Atene, incaricata di rivedere i conti, giudicare sopra i beni confiscati ai cittadini e far rispettare le leggi. 

Marcel Broodthaers, The Pipe

La seconda. Tornando a casa, di sera tardi, dopo una stancante ma rilassante partita di calcio. Radio appena di sottofondo, finestrini abbassati quel poco, giusto per far entrare un pacato accenno di esterno. Traffico nullo. Anzi no, prima di vedere nello specchietto retrovisore la lunga fila di auto, non mi ero nemmeno accorto della 500L bianca che, davanti a me, procede cum lento pede. Piuttosto inusuale per un patentato napoletano. Gli autisti sono sempre più tesi, li immagino stringere il volante con le dita progressivamente rosse, bianche, cianotiche. Anche le lamiere si adattano a questa conformazione dello spirito e assumono un atteggiamento predatorio frustrato dalla carreggiata troppo stretta per qualunque sorpasso minimamente azzardabile. Divertito da questa situazione, indovinando i pensieri degli altri automobilisti, che staranno tutti questionando sull’applicabilità del famigerato luogo comune, tento di capire il genere dell’autista della 500L. Inizio anche a immaginare i termini con i quali avrei potuto descrivere questa situazione e mi rendo conto della difficoltà nell’impresa di scegliere la giusta sintassi per rimanere fedele alla realtà dei fatti, evitando di ripetere la retorica un po’ stantia della poca attitudine femminile alla guida.

Alighiero Boetti, Oggi il primo giorno, 1988

Comunque, a causa del lunotto troppo stretto, non riesco a capire se sia un autista o un’autista ma, con la coda dell’occhio interiore, quel sesto senso abituato alle strade partenopee, mi rendo conto dell’incedere temerario di un motorino. Un ragazzo e le sue pizze da consegnare. Si piega in posizione aerodinamica sul manubrio di uno Scarabeo che deve aver visto tempi migliori ma sembra affidabile e sicuramente lo è. Le braccia si aprono con i gomiti alti verso l’esterno, proseguendo direttamente dalle manopole come un unico essere ibrido di gasolio e farina. La lunga fila di automobili cede rispettosamente il passo, porgendo numerosi cenni di ammirazione e approvazione conditi con un pizzico di invidia. Quando mi sorpassa, gli auguro buona fortuna e gli servirà tutta, per evitare magistralmente una sbandata della 500L, improvvisa e illogica ma poi nemmeno troppo, vista la situazione. Anche questa sera, una famiglia avrà le sue pizze ma la sfida per immaginare altri lessici, non solo quelli di genere, in grado di reggere il confronto con il tempo, rimane ancora apertissima.  



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