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Miart, se l’exploit diventa strutturale

   
 Alessandro Rabottini ci racconta la fiera, a pochi giorni dall'opening. E stavolta "vernissage" vuol dire anche un nuovo modo di costruire l'arte dentro la città
  
 
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Il valore di una fiera? Va ben oltre il prezzo di uno stand, oltre centinaia e centinaia di partecipazioni, di concetti di crescita. Nell'epoca della metamorfosi dei format vi riportiamo una lunga chiacchierata con il direttore di miart, Alessandro Rabottini, per capire come le città possano trainare un'art week lunga un anno, come una fiera possa fare cultura e soprattutto non disperdersi nella logica dell'evento.
Che eredità raccogli da Vincenzo De Bellis, visto che sei già stato vicedirettore e prima ancora coordinatore?
«Ho assistito Vincenzo nello sviluppo dei progetti, quindi sono stato sempre partecipe. E poi è stato un passaggio molto graduale. L'anno scorso, con la vicedirezione, avevo anche mansioni che prima non avevo, per esempio di relazioni con gli espositori. È stato un accompagnamento molto morbido. Avendo partecipato fin dall'inizio di questa avventura, è un progetto che sento anche mio, e quindi l'idea è continuare su questa strada. Pensando di fare migliorie certamente, ma mi sono sempre trovato a mio agio nell'architettura e nelle coordinate costruite per miart negli ultimi anni».

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Ti faccio una domanda da avvocato del diavolo: parlando con diversi addetti ai lavori a volte l'impressione è che le grandi gallerie straniere vengano a fare fiere in Italia per qualche edizione e poi spariscano. È un trend che avverti?
«Beh, è ovvio che tutte le gallerie per tornare devono costruire qualcosa. Dipende dai rapporti che si vanno a formare. I collezionisti permettono ai galleristi di tornare? Questa è una domanda che farei a loro».
Ma non sarà colpa della solita IVA?

«L'IVA in Regno Unito è al 19 per cento, da noi è al 22. Non è che ci sia questa immensa differenza. L'unico caso a parte in Europa è Basilea, rispetto a questo parametro. Bisognerebbe prendere i parametri di tutti i luoghi dove si svolgono le fiere nel mondo».
E sono centinaia...ma chi va più forte, secondo te?
«Con il fatto che le fiere sono tante e l'economia è globale e in continua trasformazione, magari c'è un periodo in cui un Paese è particolarmente fiorente e vivo, come accaduto al Brasile. Poi le cose cambiano e il movimento si sposta da un'altra parte. La fiera è un sintomo più ampio di uno scenario globale ed economico. Tutti ora guardano molto all'Asia, ma bisogna vedere se poi un gallerista riesce ad incontrare anche i gusti di una determinata area».

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Milano è diventata globale?
«Milano sicuramente ora è internazionale. È un momento d'oro per la città, sotto tantissimi punti di vista. Noi italiani diamo molte cose per scontato, a volte rendendoci poco conto di quel che abbiamo: in quale altro posto nel mondo c'è uno spazio che – giusto per dire la cosa più ovvia – che ha le dimensioni di HangarBicocca? Nessuno. Ma lo spazio, non dimentichiamo, determina la mostra. Chi ha un luogo come Fondazione Prada, anche in fatto di "concetti”? Spesso non riconosciamo a noi stessi quei meriti che ci spetterebbero».
Sulle grandi gallerie che entrano quest'anno ci avete lavorato da tempo?
«Si, e sono gallerie che appunto si muovono quando c'è un contesto che si è formato negli anni. Miart come è adesso, lo ribadisco, non potrebbe esistere se Milano non fosse come è oggi. La fiera poi ha fatto un ottimo lavoro di relazioni e ci sono "progettualità” che i "big” accolgono e scelgono nel momento in cui fanno application».

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Ovvero?
«Prendi Zeno X: è una galleria internazionale, e ha molto seguito da collezionisti italiani, rappresenta Pietro Roccasalva e quest'anno avrà il "suo” Dirk Breakman in rappresentanza al Padiglione del Belgio a Venezia: ovviamente viene a Milano perché le condizioni sono favorevoli, e mi auguro che sia  un tassello di un percorso più ampio, come lo deve essere una fiera d'arte per una città e la sua vita culturale».
Quanto può crescere una fiera? Mi spiego: Milano, fino ad oggi, non è al suo punto massimo? 
«L'idea della crescita ha un senso quando resti all'interno del formato che conosci. Ma è chiaro che nei prossimi anni cambieranno anche i formati fieristici. L'idea è sempre stata quella di avere una concentrazione di qualità. La crescita non può essere solo di spazio, ma deve essere anche verticale. Mi auguro che ci siano ancora dei nuovi affondi nella qualità: bisogna essere consapevoli di quello che facciamo, non solo avere idee di "progressione”. La fiera non è diversa da un museo, da una rivista: è una struttura che non va solo riempita e ampliata, ma anche ripensata. La crescita ha tante dimensioni».
Qualche esempio?
«Abbiamo tre premi nuovi, ma in realtà due di questi travalicano i confini di miart, perché c'è il premio acquisizione della sezione "Object” che finisce in collezione alla Triennale Design Museum, il che significa che la fiera agisce su un'istituzione. E poi abbiamo il "Premio On Demand”, i cui 10mila euro andranno al vincitore per una produzione futura: se miart fra 6 mesi avrà contribuito a produrre un video che finirà alla Biennale di Montreal, per esempio, sarà stata una crescita, ed è molto differente dall'aggiungere una galleria».

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Che fiere guardi con interesse?
«Basilea, FIAC, Frieze, Frieze Masters, ma anche Brussels, Art Colonia, Independent e anche le fiere off, perché avendo una fiera che contempla dall'emergente allo storico più profondo riusciamo ad incapsulare – in selezioni più piccole – realtà differenti ma dall'alta qualità progettuale. Si cerca di mixare anche perché bisogna pensare che a Milano ci sono tanti pubblici quanti sono le sezioni, che magari in altri contesti non si parlano, e che invece qui si incontrano. Alle gallerie devi portare il pubblico che conoscono e anche quello che non conoscono».
Parliamo di collezionisti. Come sarà il programma vip, da dove verranno?
«Abbiamo circa 8mila contatti, geograficamente molto distanti: tanta Europa, molti americani che si sono manifestati, così come dal Medio Oriente, Sud America. Poi vi sono cose che aiutano: essere la settimana prima del Salone porta persone che anticipano gli impegni. Bisogna innescare un automatismo: una fiera deve andare bene per molti anni prima che un collezionista inizi a pensare alla "tradizione” di recarsi a una fiera. Milano, essendo oggi un grande traino, aiuta. Ci vuole tempo, insomma, perché un exploit diventi strutturale».

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C'è anche un aspetto educational di miart: una fiera deve fare anche cultura?

«Assolutamente. Basta dicotomie tra mercato e valore artistico: gli artisti arrivano al top non solo perché hanno appeal di mercato, ma anche culturale. In realtà, quindi, il successo di una fiera è dato dall'incontro di equazioni: le istituzioni con il mercato e la qualità dell'arte presentata. Poi certo, come coordinatore dei talk negli anni precedenti è un programma a cui tengo molto. Quest'anno il focus delle conversazioni sarà incentrato sul tema delle Biennali, e ovviamente anche sul fatto che queste manifestazioni a volte cambiano realtà ma non solo sul piano culturale ma anche architettonico, strutturale, alla comunità».
Una fiera può creare una comunità artistica?
«Lo può fare se pensi al lavoro della fiera tutto l'anno. Io, a proposito, vorrei che miart diventasse un interlocutore fisso con la città, superando la logica dell'evento. Mi piacerebbe traghettare durante l'anno degli appuntamenti con scuole, musei, riviste, in cui si esprimono contenuti. Se noi riusciamo a fare questo allora sì, una fiera può diventare un attore che fa comunità. Questi anni sono stati di riposizionamento. Ora bisogna lavorare su questo consolidamento».

Matteo Bergamini
 


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