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Carditello, oh mia bella

   
  mario francesco simeone 
 
Carditello, oh mia bella
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Il sole primaverile si riflette tiepidamente sulla ghiaia bianca del sentiero che rasenta la facciata allungata della Reale Tenuta di Carditello. Formata da un corpo centrale intersecato da due estensioni laterali che comprendono un ampio prato, una volta usato come galoppatoio, la sua struttura architettonica sembra convogliare la simmetria delle correnti, temperando il microclima percettivo. Le vibrazioni sonore della campagna circostante si attenuano, così come la visione pianeggiante delle coltivazioni si sospende a perdita d’occhio, è addolcita anche la storia di Re, consorzi e bonifiche – della quale già abbiamo parlato qui – giunta all’attenzione nazionale per la grave questione degli sversamenti illeciti di rifiuti tossici. Chi arriva da Napoli, dalla metropoli, dalla frammentazione degli angoli acuti del disegno urbanistico, esercita lo sguardo a una visione complessiva, orizzontale, che evoca un senso di arcaico, di abitudini legate alla ciclicità dei venti e della pioggia. L’occhio dà consistenza alle cose, intesse un ritmo che le anima, nei volti e nelle rocce riesce a leggere una continuità che, poi, è quella narrazione della storia. Come raccontare la memoria di questo luogo, così legata all’eredità criminale, come maneggiare questi ruderi elegantissimi, sui cui muri sono leggibili i segni lasciati dai soldati americani e dai progetti di restauro, simboli degli interstizi, a volte insuperabili, tra Stato e territorio, per renderli in una forma comunicabile, sostenibile, quindi aperta alla freschezza dei linguaggi contemporanei e progressivamente distante dai suoi stereotipi. È la missione della Fondazione Real Sito di Carditello, presieduta da Luigi Nicolais e diretta da Angela Tecce, una lunga crociata che, però, può avvalersi di forze fresche, come quelle dei ragazzi riuniti sotto il nome di Agenda 21, l’Associazione che collabora con la Fondazione per le aperture straordinarie del Sito, in attesa delle ultime fasi di restauro che lo renderanno definitivamente agibile e ne definiranno la funzione.

Veduta dal Real Sito di Carditello. Foto di Amedeo Benestante
In occasione del primo dei "Dialoghi di Carditello_Le Metamorfosi”, ciclo di incontri ideato da Angela Tecce con la collaborazione del professore Gennaro Carillo,  i finestroni della Sala Monta sono stati oscurati per permettere la visione di Bella e Perduta (2015), film di Pietro Marcello, che racconta la storia di Tommaso Cestrone e del suo giovane bufalo Sarchiapone, e di L’umile Italia (2014), cortometraggio, sempre di Marcello e con Sara Fgaier, realizzato con i filmati storici dell’Istituto Luce, nell’ambito del progetto "9×10 novanta”, un film di nove episodi affidati ad altrettanti registi italiani.

Sale interne del Real Sito di Carditello. Foto di Amedeo Benestante.
Cestrone sale la scalinata trionfale della Tenuta Reale, i suoi stivali di gomma verde si mantengono in equilibrio precario sui marmi sgretolati, grandi lastre mancanti da chissà quale anno o epoca, usate per qualche altra funzione. Apre i balconi, la luce illumina le chiazze di umidità, i colori ancora vivaci delle tappezzerie e degli affreschi. Il pastore, diventato unico custode, autorizzato dall’ufficiale giudiziario, delle camere del Re Borbone, è seduto sul pavimento, che strofina con olio di gomito per preservarlo dalla polvere e dalle incursioni della camorra, che la usava come deposito di rifiuti e miniera di materiali preziosi. Cestrone è morto nella Tenuta il 24 dicembre del 2013, stroncato da un infarto, a 48 anni, lasciando moglie e figli. E l’eredità di un bufalotto, Sarchiapone, che nel film di Marcello ci parla delle sue sventure, delle prime cure di quel pastore dagli occhi azzurri e dal naso importante e poi, dal momento della sua scomparsa, del lungo viaggio dalla stalla regale al macello, in compagnia di Pulcinella, il traghettatore di anime tra i regni inferiori e superiori. Una discesa verso un destino implacabile, che accomuna uomini, animali, pietre. 



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