«IO GIOCO» 3244 utenti online in questo momento
exibart.com
 
community
Exibart.segnala
Blog
recensioni
rubriche
         
 

«IO GIOCO»

   
 Ci accoglie con questa affermazione Loris Cecchini, al Fondaco dei Tedeschi a Venezia. Ecco “Waterbones”, una mostra “impossibile”, e in grado di cambiare energia Penzo + Fiore 
 
«IO GIOCO»
pubblicato

La struttura invisibile che emerge e diventa visibile. Si entra in uno spazio in cui ciò che è dentro la materia, ciò che la costituisce, esonda da se stessa per invadere architettonicamente l’ambiente. L’assenza gerarchica del procedere dell’installazione, che si propaga come un elemento di per sé vitale attraverso un’infinità di rimandi illusori e costretti dalle rifrazioni di uno spazio/specchio, porta allo sviluppo di vincoli relazionali costanti in cui lo spettatore si trova improvvisamente invischiato. Ecco "Waterbones”, intervento veneziano di Loris Cecchini (Milano, 1969), al Fondaco dei Tedeschi, a cura di Hervé Mikaeloff e in collaborazione con Galleria Continua
Un’installazione che, proprio come nel concetto deleuziano di rizoma, sovverte la logica fallica e patriarcale dell’albero della conoscenza per farsi accoglienza e vuoto in grado di tessere nuove stringhe di senso. Gli 8mila pezzi combinati tra loro non saturano il solaio del Fondaco, ma anzi lo cesellano creando nuovi volumi, antri, lievi escrescenze che suggeriscono ai fruitori quella stessa attitudine performativa che l’artista ha sperimentato nell’atto di creazione dell’installazione. 

Loris Cecchini, Waterbones Courtesy the artist and Galleria Continua San Gimignano/Beijing/ Les Moulins/Habana

«Io gioco», ci dice mentre parla del modo di trattare i materiali che utilizza nei suoi lavori Loris Cecchini. Un gioco serissimo, vitale, proprio come accade ai bambini che mentre si dedicano ad un’attività tanto priva di scopo stanno in realtà imparando, soppesando, mettendo in discussione il loro mondo reale. Abbiamo subito l’impressione che il pubblico stesso senta una sorta di invito velato a giocare, che forse potrebbe essere proprio quel francese jouer o in inglese to play, termini passepartout che indicano anche il recitare, il sentirsi su un palco dove tutto è permesso e l’invito è proprio a uscire da sé. Le persone iniziano ad assumere le posture che le frange d’acciaio provenienti dalle pareti suggeriscono, creando disequilibri e asimmetrie che risuonano col contagio del rizoma. L’algoritmo della rete diventa un ulteriore mezzo di  propagazione, la necessità di mostrarci a cui non riusciamo a mettere barriere, e si trasforma in immagine moltiplicata che si diffonde velocemente sui social a poche ore dall’inaugurazione. 

Work in progress ph: Matteo De Fina

Uno spazio difficile, difficilissimo per un artista, quello dell’ultimo piano del Fondaco dei Tedeschi, se si accetta la sfida di una relazione matura. Un punto interstiziale tra l’atmosfera del centro commerciale e la vista sospesa della terrazza: un punto di arrivo e di passaggio al contempo, un luogo chiuso che ha anche le caratteristiche della piazza, del crocevia in cui arrivano persone non specializzate, non per forza pronte ad entrare in contatto con un’opera d’arte contemporanea. Il flusso è costante e intenso, collocato tra due trasparenze che schiacciano di luce lo spazio. 
Loris Cecchini, presente alla Biennale di Harald Szeemann nel 2001 e di nuovo nel 2005, dove vince un premio per la giovane arte italiana, è in laguna anche per "Glasstress" nel 2013 e col Padiglione Azerbaigian nel 2015. 

Loris Cecchini, Waterbones Courtesy the artist and Galleria Continua San Gimignano/Beijing/Les Moulins/Habana ph: Matteo De Fina

«Vengo a Venezia dall’89», ci dice, e capiamo che il legame con questa città è tutt’altro che scontato. È uno di quegli artisti che hanno accettato la sfida di sperimentare con i materiali fino a trovare dei punti di arrivo, ma lasciando anche porte aperte. «Lavorare con un oggetto sovvertendo il rapporto tra funzione e immagine è una vecchia pratica che ho usato per tanti anni, quando creavo repliche in gomma in scala 1:1. Lavoravo sulla disfunzione e sul paradosso». Da questo processo era nato anche il lavoro in vetro prodotto a Murano da Berengo Studio nel 2013, un’amaca impossibile che sottolineava proprio i limiti funzionali dell’oggetto, che avevamo visto anche a Palazzo Franchetti. L’acciaio, scelto per l’installazione del Fondaco, è invece un materiale sicuro, industriale, che rappresenta un’altra via possibile alla definizione dello spazio attraverso la ripetizione di un modulo. 
L’"Event Pavilion" del Fondaco dei Tedeschi sta per attraversare il suo primo "periodo biennale”. Uno spazio che, sottolineano i curatori, è stato progettato per dare alle istituzioni delle città un polmone fruibile gratuitamente da tutti, in grado di dare visibilità a quei soggetti che operano qui ormai da anni. Ricordiamo, tra i vari, il sostegno dato alla mostra "Natura quasi Trasparente" di Elisabetta di Maggio, veneziana d’adozione, che verrà presentata in collaborazione con la Fondazione Querini Stampalia il prossimo 9 maggio.

Penzo + Fiore
 


strumenti
inserisci un commento alla notizia
versione in pdf
versione solo testo
le altre recensioni di Penzo + Fiore
registrati ad Exibart
invia la notizia ad un amico
 

trovamostre
@exibart on instagram