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 «Ho vissuto un ciclo: apertura verso il globale e chiusura verso il nazionale». Parla il “Messico” di Carlos Amorales
 Ana Laura Espósito 
 
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Carlos Amorales, nato a Città del Messico nel 1970, sta lavorando ai dettagli dell’installazione Life in the folds che sarà presentata tra due settimane nel Padiglione Messico della Biennale di Venezia. Sotto la guida curatoriale di Pablo León de la Barra (Messico, 1972), una delle persone più influenti del mondo dell’arte contemporanea secondo ArtReview, il progetto rivela un’operazione di grande astrazione insieme alla narrazione di una storia di forte tenore emotivo.
Con la sua prima mostra personale in Italia nel 2010, intitolata "Remix”, Amorales ha stupito lo spettatore lasciando un segno inconfondibile. Più di 15mila farfalle di carta nera davano forma a un’invadente nuvola minacciosa, governando lo spazio in una resa di grande impatto visuale. Si trattava dell’opera Black Cloud (2007) che insieme ad altre installazioni e una performance formavano il percorso espositivo a Palazzo delle Esposizioni a Roma. Ma la traiettoria di vita che l’ha portato per seconda volta alla Biennale di Venezia, inizia già all’età di diciannove anni, quando Amorales parte verso l’Europa in un viaggio che era innanzitutto una vera e propria ricerca. Approda in Olanda dove si forma e compie il suo primo gesto radicale: inventa per sé il nome con cui dopo sarà conosciuto come artista, Amorales appunto, acronimo nato dal gioco di lettere dei cognomi dei genitori, due artisti messicani affermati: Carlos Aguirre e Rowena Morales. In "Amorales” quindi, si vela e si svela simultaneamente il processo che comporta un termine complesso come "identità”. Non a caso, dopo un lungo percorso riflessivo, esordisce con ciò che lui riconosce come la sua opera prima, Amorales vs Amorales (1999), una performance in cui due lottatori di "Lucha Libre” si confrontano travestiti con maschere realizzate a partire dalla fisionomia dell’artista. 

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Nel 2003 partecipa alla Biennale di Venezia nel Padiglione Olandese curato all’epoca da Rein Wolf, che aveva scelto cinque artisti attivi nel Paese ma di diversa provenienza culturale con l’intenzione di mettere l’accento sull’aspetto multiculturale della contemporaneità. Una tematica oggi al centro del dibattito anche nelle declinazioni sulla necessità o meno di "Superare il concetto di nazione nel modello del padiglione nazionale”, inserita come titolo di una delle conferenze realizzate nel contesto dell’ultima fiera milanese Miart.
In questa intervista, Amorales ci racconta il processo creativo dietro l’installazione Life in the Folds, il ruolo della maschera come strategia di lavoro e le sue esperienze in prima persona in un mondo che, dall’apertura verso la multiculturalità oggi sembra chiudersi sempre di più.
Come è iniziato il tuo percorso e quale era agli inizi la tua preoccupazione come artista?
«Quando studiavo in Olanda, inizi degli anni Novanta, si percepiva un’area di cambiamento, la necessità di allontanarsi della scultura e la pittura. Inoltre l’arte relazionale guadagnava terreno. Dall’altra parte esisteva ancora l’idea che oltre all'Europa e agli Stati Uniti non vi fosse arte, ma un risultato folclorico: ad esempio, si associava l’arte messicana a un certo surrealismo colorato. In questo contesto essere messicano in Europa era un dato importante. Questi elementi, insieme al mio desiderio di nutrirmi della cultura e dell’arte europea sono stati grandi propulsori nella mia ricerca come artista. Oltre a ciò, c’era una questione di ordine più personale: mio padre e mia madre sono entrambi artisti, molto attivi nel mondo dell’arte politica degli anni Settanta e Ottanta, e quindi in questo senso c’era un'altra contrapposizione da cui prendeva spunto la costruzione della mia identità come artista. Da questa riflessione è sorta l’idea di lavorare con la maschera. Sentivo che ero prigioniero di questi contrasti che a me sembravano irrisolvibili. La maschera è stato il modo di prendere distanza, e anche una strategia che mi ha permesso di scoprire un mondo di nuove possibilità». 

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Che percorso ha fatto questo concetto della "maschera” o del "mascheramento” nel tuo lavoro?
«All'inizio la maschera era al centro delle mie performance. Dopo un lungo percorso sono arrivato ai linguaggi cifrati, che non sono altro che un modo di "mascherare”: il mio lavoro si centra molto su questo concetto. Non si tratta soltanto di qualcosa che si occulta, ma anche di quella delicata membrana che separa il pubblico del privato. Quando si usa una maschera ci sono due diverse dimensioni, quella personale e quella pubblica. La consapevolezza di quel fragile confine è una condizione che ti porti dietro quando sei straniero. Da una parte afferri la cultura che ti ospita, ma allo stesso tempo non la comprendi del tutto. Sei simultaneamente affascinante perché straniero, ma anche repellente. Adesso che sono tornato in Messico, ormai da quattordici anni, mi sento straniero anche qua. Sei straniero all’estero, e anche nel tuo Paese».
Come si inserisce questa nozione di "mascheramento” nel progetto Life in the folds che presenterai nel Padiglione Messico?
«È interessante perché nel 2003 ho partecipato al Padiglione Olandese insieme ad altri artisti, di cui tre stranieri e due olandesi. Il tema centrale era sottolineare l’Olanda come Paese multiculturale e aperto. Quindici anni dopo mi ritrovo qui a rappresentare il mio Paese di origine, il Messico, ma in un clima del tutto diverso, come se fosse il contrario di quella situazione. Si sta cercando di chiudere il mondo ritornando ai nazionalismi e mettendo in dubbio quest’idea di multiculturalità e diversità. In questo senso credo di aver vissuto un ciclo: apertura verso il globale e chiusura verso il nazionale. Questo tema è diventato un asse centrale nel lavoro che sto facendo per il Padiglione».

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Quali sono gli elementi che compongono l’opera?
«Si tratta di un’installazione con diversi livelli di lettura in cui convivono elementi visuali, musicali e testuali. In questo lavoro sono presenti, già dalla genesi del progetto, i miei interessi per il linguaggio, la poesia concreta, la scrittura e la musica. Life in the folds propone di riflettere intorno alla mia percezione del Messico, ma allo stesso tempo racconta una storia che potrebbe succedere in qualsiasi luogo. Tutto è formalmente conseguente, costruito a partire delle forme nate dal primo livello di astrazione di un alfabeto cifrato. Il circolo si chiude lì, con questo film che racconta una storia che rappresenta ciò che sento che sta succedendo ora, e con una componente emotiva molto forte».
Quali sono le tue aspettative sulla fruizione dell’opera, pensando non soltanto a un pubblico specializzato? 
«Credo che un aspetto importantissimo per l’artista sia pensare all’incontro dell’opera con lo spettatore. In generale il punto di partenza dell’artista è di grande complessità, denso di contenuti. Nella storia che si narra nel film non ci sono parole ma un appello a qualcosa di più intimo e universale: le emozioni. Con l’arte c’è il desidero di ritornare alle emozioni, ai sentimenti che scatena l’esperienza artistica. Le opere ci emozionano. Commuoverci è qualcosa che sta mancando nel rapporto opera-spettatore. Bisogna riportare questa dimensione nell’esperienza estetica».

Ana Laura Espósito


 


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