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Incompiuto: la nascita di uno stile

   
 Storia di un progetto che è diventato una mappa d'Italia, e del Mibact che ha chiesto aiuto agli artisti. Da Giarre verso nord, gli Alterazioni Video ufficializzano il loro “Manifesto” Giulia Ronchi 
 
Incompiuto: la nascita di uno stile
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Gli Alterazioni Video (Paololuca Barbieri Marchi, Alberto Caffarelli, Matteo Erenbourg, Andrea Masu e Giacomo Porfiri) hanno presentato lo scorso aprile, allo Studio Guenzani di Milano, una mostra che è punto di arrivo e punto di inizio del loro complesso lavoro. Partiti nel 2007 da Giarre, in provincia di Catania, uno dei paesi europei con la maggiore concentrazione di opere incompiute, hanno innescato una riflessione sul potenziale di tali architetture, paradigma della storia dell’edilizia pubblica italiana degli ultimi quarant’anni, della condotta politica e del rapporto con i cittadini e il territorio. La performance da Guenzani si è svolta nel racconto visionario dell’esperienza giarrese, del lavoro di documentazione fotografica svolto da Gabriele Basilico e della realizzazione del turbofilm Per troppo amore, accompagnato dall’esibizione musicale di Diego Panarello, esperto mondiale e suonatore di scacciapensieri. 
Un forte progetto che ha catalizzato l’attenzione della stampa negli anni (i cui articoli sono esposti in galleria), trasformando progressivamente lo scandalo dello spreco e della mala politica in una visione critico-estetica, diventata vero e proprio Manifesto dell’Incompiuto Siciliano.
Un quintetto dall’inesauribile forza intuitiva: da un lato l’immaginario psichedelico-surreale, accanto a quello lirico e a quello documentativo e teorico. Il prossimo passo? Un’impresa, il viaggio verso il resto delle Incompiute italiane documentate in un atlante, la cui mappatura è già iniziata grazie al supporto scientifico del gruppo Fosbury Architecture e Antonio Laruffa, che sarà edito da Humbolt con il titolo di Incompiuto: La nascita di uno Stile
Proprio in questi giorni il team dell’Incompiuto è in giro per l’Italia per una serie di eventi a chiusura della campagna: dopo Torino e Napoli, il 27 Maggio è la volta di Roma, alle 18:30 presso l’Accademia nazionale di San Luca e il 30 Maggio al Politecnico di Milano.
Abbiamo incontrato Matteo Erenbourg e Veronica Caprino (di Fosbury Architecture) per fare il punto di una situazione che ormai è storia. 

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State celebrando il decennio dalla nascita dell’Incompiuto siciliano: cos’è successo in questi dieci anni? Come avete portato in giro questo lavoro?
Veronica Caprino: «Al momento abbiamo tante Incompiute mappate e stiamo facendo un lavoro di comparazione tra il Catalogo Nazionale pubblicato dal Ministero, che non esisteva quando abbiamo cominciato il progetto, pubblicato per la prima volta tra il 2013 e il 2014. È paradossale, perché il Ministero si è rivolto ad Alterazioni alcuni anni fa per avere i materiali prima di pubblicare il documento ufficiale».
Matteo Erenbourg: «Abbiamo affinato il catalogo anche raccogliendo le segnalazioni dalle persone che conoscono il progetto, che seguono l’archivio. Poi l’abbiamo esposto in ambito internazionale, in mostre di arte e di architettura, essendo un progetto a cavallo tra queste discipline. Nasce da un lavoro di spostamento di un concetto, dal negativo al positivo. Per questo abbiamo lavorato su più campi, integrando la stampa, mondo accademico,  workshop, conferenze nelle università, lavoro di ricerca, database ecc». 
Che tipo di risposte avete ricevuto?
M.E.: «Nell’ambiente di arte e architettura il progetto viene preso sul serio, ma ancora, parlandone al di fuori, si pensa che sia una provocazione. Non è assolutamente una provocazione! In questi anni abbiamo collaborato con architetti per vedere questi spazi come luoghi in cui sia possibile fare qualche cosa, non dei posti da dimenticare, da buttar giù. Vogliamo capire quale sia il valore di queste opere. Per noi sono un monumento, lo devono diventare! La riprogettazione parte proprio da qui, dal capire l’effettiva necessità di queste strutture sul territorio».

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Nel Turbofilm Per troppo amore avete coinvolto l’antropologo Marc Augé. L’accostamento è immediato, avendo lo studioso trattato a lungo di luoghi e non luoghi, ma come l’avete convinto a infilarsi nei panni del luogo comune di turista in bermuda e canotta?
M.E.: «Si è fatto convincere dal progetto! Augé è una persona squisita, non ce lo aspettavamo neanche noi. Si è divertito un casino, calandosi nella parte subito e senza problemi. Ha scritto anche un bellissimo un testo per "Per troppo amore”».
V.C.: «Lo trovo uno dei pezzi più belli. Nel film Augé dà la voce al cane, narrando il suo stesso testo. C’è sempre tutta questa dimensione surreale che all’interno dell’architettura del Centro Polifunzionale di Giarre funziona molto bene».
Avete lavorato gomito a gomito con gli abitanti di Giarre: come vive la comunità questo "errore visivo”, architettura surmoderna, ormai parte integrante del paesaggio?
M.E.: «È difficilissimo, chiaramente. Ma allo stesso tempo quelle poche volte che siamo riusciti a coinvolgerli  è stato incredibile. Quando abbiamo fatto il primo "Festival dell’Incompiuto” aprendo il Centro Polifunzionale, che il più della gente neanche conosceva, abbiamo organizzato uno spettacolo teatrale, mettendo semplicemente in sicurezza gli spazi, ripulendo un po’ e allestendo la scena. I giarresi sono venuti alla Prima come se fosse stata la Prima della Scala, signore in tacchi e vestito elegante che per la prima volta vedevano questo posto, la sera, è stato impressionante! Gabriele Basilico è stato decisivo nel rapporto con il sindaco e le autorità locali. Quando abbiamo iniziato a parlargli di questo progetto non ci davano retta. Poi gli abbiamo detto che avremmo portato Basilico, riferimento internazionale della fotografia di architettura, allora hanno capito che non stavamo affatto scherzando. Il sindaco di Giarre dell’epoca si è sentito per la prima volta lusingato dall’arrivo di un tale maestro».

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Incompiuto: la nascita di uno stile. Tale progetto si basa sull’idea che tutte queste architetture mai terminate si siano integrate al paesaggio circostante, fondando una nuova fenomenologia estetica, tipica peraltro del nostro Paese. L’indagine ha anche una mira politica?
M.E.: «Il movente politico c’è, perché è un progetto che vuole avere degli effetti nella realtà, e non rimanere solo sul piano teorico. Parte da un cambio nello sguardo e nella percezione, che deve poi essere seguito da un cambiamento vero».
V.C.: «Però senza polemica. Noi di Fosbury, subentrati dieci anni dopo, siamo la componente più scientifica e stiamo seguendo la parte di catalogazione di tutte le opere, un lavoro enorme in cui non riesce il ministero. Ora stiamo cercando di trasformare questo elenco di luoghi in tipologie che raccontino esattamente l’ultimo grande capitolo della storia dell’architettura pubblica in Italia, settore estremamente in crisi. Il periodo compreso tra gli anni Settanta e gli anni Novanta sono stati gli anni del boom dove fiorivano più palazzetti dello sport. È un momento storico davvero interessante. Per questo pensiamo che la pubblicazione debba uscire dall’ambito della polemica, dallo stile "Striscia la Notizia”, che resta peraltro una delle nostre fonti principali di spunto».

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A breve partirete per un lungo viaggio tra le Incompiute italiane, cosa vi aspettate da questo Grand Tour? Come vi muoverete?
V.C.: «Partiremo da Messina. L’idea è quella di dividerci in diverse missioni di fotografia, iniziando dallo stivale. Abbandoniamo la Sicilia, sbarchiamo in Calabria, quindi faremo una prima parte Calabria-Basilicata-Puglia con opere selezionate. Abbiamo degli itinerari che durano circa tre giorni l’uno, in cui dovremmo riuscire a intercettare una trentina di opere sparse».
In effetti l’impresa è titanica, la mappatura attuale prevede centinaia di siti.
V.C.: «Abbiamo 750 opere mappate e non abbiamo ancora finito tutte le regioni. Ovviamente fotografarle tutte è impossibile, con Humbolt  abbiamo optato per una selezione di quelle architettonicamente più interessanti e rappresentative dello stile. Un’idea era anche quella di coinvolgere fotografi esterni per le opere minori. Paradossalmente si potrebbe aprire delle corregionali per fotografi locali e rendere così il progetto completamente autonomo. Le infrastrutture sono particolarmente interessanti, come le dighe. Solo in Calabria ci sono più di trenta dighe incompiute, senza acqua, valli di cemento dall’invaso completamente asciutto».

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Le opere incompiute come rovine contemporanee, specchio di una folle condotta politica degli ultimi quarant’anni che pare non essersi curata degli effetti sul territorio.
M.E.: «È stato un vero e proprio metodo di creazione del consenso e anche dell’economia, un modo molto creativo per attirare dei soldi e ridistribuirli nel territorio. In qualche modo ci hanno guadagnato in tanti, non solo il singolo. È stato un modo di creare lavoro».
V.C: «Il welfare è stato ridistribuito sul territorio, un meccanismo consolidato per una buona fetta di anni: riuscendo a percepire dei fondi statali, l’opera si prolungava e si potevano ottenere ulteriori finanziamenti. Erano anni felici quelli in cui si costruivano le Incompiute!».
M.E.: «Infatti l’abilità del politico si vedeva nella sua capacità di recepire, di attirare questi fondi. Più riuscivi a intercettarli più eri un bravo politico e venivi rieletto».
Pensate che nascerà un nuovo Turbofilm da questo viaggio, o per questa volta manterrete un approccio differente, più documentativo e "neutro”?
M.E.: «Si, ci sarà questo aspetto documentativo, perché è proprio un documento storico di un’importanza effettiva. Poi però incontrando situazioni sicuramente gireremo delle scene.
Come sempre abbiamo un canovaccio, un archivio iconografico da cui partire, un nostro linguaggio e immaginario, che a seconda delle circostanze tiriamo fuori».


Giulia Ronchi

 


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