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 La Fondazione Berengo punta su relazione e diritti umani: Loris Gréaud e Nicolas Bourriaud nelle viscere di Murano, per Glasstress 2017
di Penzo+Fiore
 Penzo + Fiore 
 
SPECIALE VENEZIA
pubblicato

La piccola isola di Murano, grande in tutto il mondo per le sue eccellenze nel campo dell’artigianato artistico, accoglie nei giorni della Biennale un accadimento che ci sembra alterare l’ordine costituito delle cose. Loris Gréaud con la curatela di Nicolas Bourriaud nell’antica fornace di Campiello della Pescheria. Adriano Berengo ancora una volta stupisce per le sue scelte coraggiose e imprevedibili. Per il primo anno da quando "Glasstress” ha avuto inizio, decide di non usare lo spazio muranese per continuare la collettiva di Palazzo Franchetti, ma dedica l’intero edificio ad un unico artista che la abita con un’installazione che nasce intrinsecamente dall’identità e dalla storia dello spazio e così, in un momento storico in cui a Murano i forni vengono chiusi per accogliere grandi alberghi, lui riapre invece una fornace privata della sua funzione da una sessantina d’anni, per trasformare quello che era vetrina in una fucina che ha anche una valenza culturale. 
Sentendo Gréaud parlare del suo lavoro ci si accorge che usa spesso il termine esperienza per definire ciò che lo spettatore stesso proverà nel varcare la soglia dell’antica fornace. L’esperienza, infatti, è immersiva. Le spore di vetro sospese, il suono, le luci, l’ingranaggio che trasporta ogni elemento in sospensione fino a che qualcuno inevitabilmente non si romperà. I cocci di un valore perduto vengono riforgiati dando vita ad un continuo samsara in cui il nuovo porta sempre con sé la memoria di quello che è stato. Gréaud e lo stesso Bourriaud parlano della riapparizione di fantasmi che fanno riemergere il passato dell’isola. In realtà gli elementi di meccanizzazione introdotti con la visione dell’artista portano l’atmosfera su un piano di incantata inquietudine, in cui tutto potrebbe accadere. 

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La spettacolarizzazione quasi teatrale dell’opera, viene giustificata dall’identità stessa del luogo, da una Venezia che è sempre stata un po’ carnevalesca e un po’ orgiastica, sempre scrupolosamente attenta a mantenere tutto in ambienti interni e nascosti ai più. In questo senso quell’effetto di stupore che si crea nel visitatore, è accompagnato alla gratificazione di essere riusciti a scoprire un piccolo tesoro al di fuori delle strade battute dai turisti dell’arte contemporanea. Chi viene qui deve farlo consapevolmente, prendersi il tempo di arrivare, isolarsi, permanere. 
Il disvelamento che ne nasce opera su due piani: da un lato l’esperienza multisensoriale che coinvolge chiunque entri all’interno dello spazio. Dall’altro il messaggio sotteso a questa operazione e che rappresenta un’assoluta novità per l’isola di Murano, patria dell’arte come produzione di oggetti che hanno un valore in sé, legati esclusivamente all’estetica e all’abilità tecnica con cui i pezzi stessi vengono realizzati. Qui viene portata una mostra curata dal teorico dell’arte relazione, colui che ha definito l’arte "un’attività che consiste nel produrre rapporti col mondo attraverso segni, forme, gesti ed oggetti” o, ancora più nello specifico, l’arte relazionale come un "insieme di pratiche che prendono come punto di partenza teorico e pratico l’insieme delle relazioni umane e il loro contesto sociale, piuttosto che uno spazio autonomo e restrittivo”. 
Se questi sono elementi ormai introiettati dal mondo dell’arte, in un territorio in cui la produzione è sempre stata il cardine dell’economia e vanto stesso dell’isola, quest’immissione di pensiero appare tutt’altro che banale. 

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Dall’incontro con Adriano Berengo, fautore del progetto, oltre a trasparire l’orgoglio per un’operazione partita un anno e mezzo fa e che ha avuto bisogno di tre mesi pieni di produzione da parte della sua fornace, si capta come sempre il desiderio di andare un po’ oltre a quello che è già stato fatto e detto. Proprio lui ci rivela i dettagli operativi del processo di realizzazione delle spore di Gréaud, in cui l’artista stesso, pur non esperto di lavorazione del vetro, suggerisce la realizzazione di uno stampo non statico, come sarebbe stato quello realizzato con il classico legno di pero alla muranese, ma fatto in creta umida e quindi modellabile, in modo tale da poter ottenere una serie infinita di elementi simili ma mai completamente uguali. 
Con questa collaborazione abbiamo l’impressione che il classico rapporto sviluppato da Berengo ormai da anni tra artista e maestro vetraio abbia fatto un ulteriore passo avanti, aprendo forse nuove direzioni possibili. 
A questo si aggiunge la nuova direzione in cui la Fondazione Berengo ha deciso di andare attraverso il percorso aperto con la European Inter-University Centre for Human Rights, nel campo della difesa dei diritti umani. 

Penzo+Fiore 

Murano, Campiello della Pescheria. 
Apertura sabato, domenica e lunedì dalle 13 alle 16, ingresso 5 euro (o compreso nel biglietto di ingresso di Glasstress, Palazzo Franchetti). 
 


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