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La stanchezza di chi deve ripetersi

   
 I numeri della cultura crescono. Come? Su quali criteri? Ce lo raccontano report fuori tempo e “mercato”. Confondendo gli investitori, gli unici che potrebbero salvare il comparto
 stefano monti 
 
La stanchezza di chi deve ripetersi
pubblicato

Come ogni anno, si alternano la pubblicazione di vari rapporti che cercano, secondo metodologie differenziate e non comparabili, di fornire una fotografia al settore delle Industrie Culturali e Creative. Uno dei principali rapporti in Italia è costituito da "Io Sono Cultura”, edito da Fondazione Symbola e Unioncamere in collaborazione con la Regione Marche.
I numeri, come abbiamo visto dal rapporto, sembrano essere considerevoli, o almeno degni di nota: la rete delle industrie della creatività e dell’arte nel 2016 ha contribuito per il 6 per cento alla ricchezza prodotta In Italia, generando 89,9 miliardi di euro, un dato in crescita dell’1.8 per cento rispetto all’anno precedente: in parole povere per ogni euro prodotto dalla cultura se ne attiva 1,8 negli altri ambiti.
Il Ministro Dario Franceschini ha salutato il rapporto dichiarando che «In quattro anni la cultura è diventata centrale nel dibattito pubblico e nelle scelte politiche del Paese – aggiungendo che è finita la stagione dei tagli e si è ripreso a investire e – importante è continuare a far crescere le risorse umane e finanziarie pubbliche e private per il settore, sostenere lo sviluppo delle industrie culturali creative». 
Sono anni che ripetiamo le stesse cose. Continueremo a farlo, nonostante la stanchezza, fino a quando non cambieranno. In un mondo in cui le industrie culturali e creative (ICC) vengono indicate da tutti come un settore potenzialmente trainante dell’economia, le dissertazioni legate all’andamento del mercato di questo comparto non possono essere realizzate sulla base di un format di una decina di anni fa.

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Fondazione Bonotto

Non è polemica, è dare il giusto nome alle parole: nel gioco 48132 della Settimana Enigmistica, alla voce 6 Orizzontale, la parola "Report” risponde alla definizione: "Un resoconto preciso con dati e date”.
Bene, il rapporto Symbola, neanche quest’anno risponde a questa definizione. Sicuramente ci sono tantissime nozioni, così come sono inserite alla spicciolata delle cifre sul ruolo delle ICC, sul loro valore aggiunto, sul "moltiplicatore”. 
Ma quali sono i dati di partenza? Quali sono le tecniche di calcolo? Come vengono ponderati i vari sottocluster? Il cantante rap Caparezza direbbe: "Devo avere avuto un herpes dato che questo sfogo non mi è nuovo”.
Il problema è e rimane sempre lo stesso: in nessuna industria si è mai immaginato di unire nello stesso cluster dimensioni industriali differenti: Mediaset con la piccola agenzia di comunicazione che è in ogni quartiere, per esempio. Non si può comparare il valore aggiunto della RAI con quella di un teatro.
Quali sono le imprese monitorate? Sulla base di quali indagini specifiche è stato calcolato il fattore di moltiplicazione? Quali sono i livelli di interconnessione con le altre industrie? Quali sono i tassi di crescita del settore (ROI, ROE, etc. ovvero gli indici misurano le grandezze fondamentali della vita d’impresa: il ROI è l’indice di redditività degli investimenti mentre il ROE è quello del Capitale Proprio n.d.r.).

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Thomas Struth, Hermitage

In fondo la domanda è sempre la stessa: se foste un investitore, sulla base del report riuscireste a stabilire in quale comparto investire? In quale settore specifico? Nelle big o nelle PMI? (Per Big si intendono Grandi Imprese vale a dire quelle che hanno, oltre ad altre caratteristiche più di 249 indipendenti. Per PMI si intendono le Piccole e Medie Imprese, sigla spesso preceduta da una M (micro) che sono le imprese con meno di 10 dipendenti, n.d.r.)
Perché è a questo che servono i report. Servono ad avere un’idea dell’andamento del mercato sufficientemente dettagliata da riuscire a comprenderne le evoluzioni. Il report Symbola è un buon report descrittivo, ci sono delle riflessioni che possono essere contestate, altre un po' fuori tempo, altre che invece forniscono anche spunti interessanti. Ma questo è un commento che è possibile fare ad un libro, un prodotto editoriale, una rivista. 
Bisogna quindi arrivare ad una percezione chiara: esiste una differenza tra cultura (in senso esteso) e produzione, distribuzione e consumo culturale. Nella dimensione della produzione, distribuzione e consumo culturale (vale a dire l’economia della cultura – o cultural economics) le indagini e le analisi devono essere differenti dalle dimensioni speculative e riflessive di una tavola rotonda.

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Torre Mediaset

Come "atti del convegno”, infatti, il rapporto Symbola ha una propria dignità e autonomia, presenta voci interessanti e qualche spunto di riflessione. Sarebbe dunque il momento di scegliere per questo "report” una linea strategica che coniughi in modo più coerente forma e contenuto.
Più il tempo passa, infatti, e più le Industrie Culturali e Creative acquisiscono agli occhi di tutti una propria dimensione economica rilevante. Più questa percezione si diffonde e più l’interesse verso le dinamiche economiche sarà esigente. 
Il rapporto Symbola ha guadagnato nel tempo una certa brand awareness, (ovvero la "consapevolezza del marchio da parte del pubblico) ma se rimane immutato, nei prossimi anni è destinato ad essere soppiantato da report a carattere più verticale. In altre parole, deve decidere se essere un report (e quindi iniziare a fare, il report) o una riflessione sullo stato dell’arte (e quindi iniziare a chiamarsi con questo nome). Nel mondo dei tecnici, quello dei giovani che capiscono esattamente di cosa si sta parlando, il rischio è che un mix come quello attuale possa sembrare un po' qualunquista. 

Stefano Monti
 


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