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 Incontro con la compagnia Muta Imago, e un teatro fatto di “sentire” tra corpo e parole

 paola granato 
 
TEATRO
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Ci sono degli incontri teatrali che segnano più di altri e sicuramente quello con Muta Imago è uno di questi. La compagnia romana fondata da Riccardo Fazi e Claudia Sorace porta avanti una ricerca che dialoga con l'artigianalità, le nuove tecnologie e un lavoro sul  testo e sul corpo mai didascalico. Elementi che contribuiscono a tessere una drammaturgia organica di un teatro che potremmo definire del sentimento, nel senso etimologico del termine.
Incontriamo Claudia Sorace in occasione della presentazione di Libro Ottavo – Canti Guerrieri di Claudio Monteverdi a Romaeuropa Festival
Dopo Hyperion (2015) e L'arte e la maniera di affrontare il proprio capo per chiedergli un aumento (2016) è la terza volta che vi trovate a lavorare con il teatro musicale. Com'è avvenuto l'incontro con l'opera?
«In tutti e tre i casi ci è stato proposto da altri di lavorare con queste opere. L'incontro con  Hyperion è stato molto complesso perché l'opera di Bruno Maderna è un universo di frammenti da ricostruire, una forma lasciata volutamente aperta dal compositore che ogni volta va ricomposta secondo la propria chiave di lettura; con L'arte e la maniera di affrontare il proprio capo per chiedergli un aumento di Vittorio Montalti ci siamo confrontati con un autore contemporaneo, vivente e anche più giovane di noi, una materia estremamente fresca, e priva di una tradizione rappresentativa; infine è stata la volta de I canti guerrieri di Claudio Monteverdi: un classico di enorme spessore e importanza. In tutti e tre i casi il punto di partenza è stato uno studio approfondito della materia che ci è stata affidata. Si tratta di tradizioni che non avevamo mai incontrato prima, tradizioni che vanno comprese e conosciute bene per poterci entrare in relazione alla pari, per poter attivare un dialogo fertile e reciproco e per capire dove posizionarsi rispetto a questo altro elemento creativo molto forte. Quando lavoriamo su dei progetti propriamente nostri  tutto viene da noi: in questi casi il punto di partenza è lo sguardo di un altro artista, che si struttura in una composizione musicale precisa, dettagliata e approfondita, che impone inevitabilmente la sua presenza».

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Muta Imago, Canti Guerrieri

Che cosa ha portato nella vostra ricerca artistica questo incontro con l'opera?
«Nel caso de i Canti Guerrieri, siamo molto felici dell'incontro con Anna Maria Ajmone e Sara Leghissa, due figure talmente stratificate che risulta difficile definire. Anna Maria ha sicuramente una forte preparazione da danzatrice ed è stato interessante lavorare con lei, ci siamo capite, incontrate perché abbiamo scoperto un terreno comune ampio sul quale confrontarci. È stato, in realtà, molto naturale lavorare con entrambe e per noi è stato interessante lavorare esclusivamente sul corpo, il corpo e nient'altro, proseguendo il percorso iniziato due anni fa con Jonathan Schatz, protagonista di Hyperion. Abbiamo lavorato sul comporre con il corpo e sulla costruzione dei loro due linguaggi che sono profondamente diversi e che volevamo risultassero come due strumenti all'interno della stessa partitura: due voci in accordo, sempre in profonda relazione ma che dettano tempi, modalità e ritmi diversi, quasi opposti. Questa è la parte che ci portiamo dietro, e, il confronto con i tantissimi limiti che queste partiture impongono credo sia la parte più interessante del lavoro sulle opere musicali. In queste opere il testo è già scritto, si tratta di metterlo in scena senza doppiarne il significato; ed è per questo che in queste produzioni, abbiamo scelto il corpo come campo d'indagine principale. La relazione che dei danzatori instaurano con la musica ha una doppia natura, indipendente e in ascolto allo stesso tempo».

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Muta Imago, Canti Guerrieri

Come vi siete rapportati ai materiali di queste opere?
«In realtà il Libro Ottavo - I canti guerrieri non è un'opera di per sé, non è usuale rappresentarla nella sua interezza, ed è anche uno dei motivi per cui la Sagra Musicale Malatestiana ce l'ha commissionata. Uno degli obiettivi di questo festival e del curatore Alessandro Taverna, è proprio quello di fare proposte inusuali, di far incontrare mondi lontani. Il Combattimento di Tancredi e Clorinda, che è solo una parte del lavoro, è stato rappresentato in forma scenica ma non gli altri madrigali. L' Hyperion di Maderna è stato rappresentato pochissimo, l'ultima volta prima di noi è stato messo in scena nel '92, perché si tratta di un'opera aperta, complessa da ricostruire. In quel caso abbiamo portato avanti un lavoro di ricerca delle fonti e delle varie versioni dell'opera eseguite da Maderna e poi abbiamo ricomposto tutto mettendo in dialogo musicisti dal vivo con un'orchestra "fantasma" composta di tutte le registrazioni effettivamente dirette da Maderna. Sono tutti e tre lavori che, anche se legati al mondo dell'opera,  possono essere definiti di ricerca, non si tratta di "classici” dell'opera. Nel caso di Monteverdi, il Libro Ottavo contiene i Canti Guerrieri e i Canti Amorosi. Noi portiamo in scena la prima parte del libro, quindi i Canti Guerrieri, dove però l'argomento è sempre quello della guerra d'amore. Per noi il Libro Ottavo rappresenta una sorta di best of, dove Monteverdi mette in sequenza una serie di madrigali anche lontani nel tempo con due madrigali rappresentativi: il Combattimento di Tancredi e Clorinda e Il ballo delle Ingrate.  Noi adesso vediamo tutto insieme a teatro ma in realtà la prima parte dei madrigali è una forma musicale ancora polifonica e non narrativa, non c'erano ancora i personaggi. Si tratta di componimenti poetici a tema amoroso messi in musica dal compositore. Nella parte del Combattimento, invece, Monteverdi getta le basi della futura opera lirica: è qui che ha inizio il famoso "recitar cantando”, le voci soliste si staccano dal coro e compaiono i primi personaggi, assieme a un narratore che racconta la storia. L'ultima parte dei Canti, quella del ballo, è un momento che veniva usato nelle serate di rappresentazione dell'epoca per coinvolgere il pubblico nella danza. Quindi è una materia estremamente eterogenea che ha come tratto unificante soltanto il tema, che è il tema amoroso e noi da questo siamo partiti: l'idea dell'amore come guerra. La guerra d'amore, quindi, vista come corteggiamento amoroso, che racchiude tutto quello che c'è prima dell'unione, dell'atto dell'amplesso. L'amore è guerra finché non si trova un territorio comune, non ci si placa e non ci si ritrova in un accordo. Tutto il prima è fatto dai due ego, i due io che si mostrano, si scontrano e si seducono. Questo prima è l'oggetto di questa musica e noi su questo abbiamo lavorato, spostando però l'immaginario, cercando di far risuonare questo tema e queste parole tentando di uscire dal cliché di questa musica di corte».

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Muta Imago, Canti Guerrieri

Cosa di questi materiali parla ancora oggi?
«Soprattutto il Combattimento di Tancredi e Clorinda, che, forse, è il brano più emozionante. Si racconta infatti che durante la prima rappresentazione rimasero tutti sconvolti perché per la prima volta questa musica fece "gittar lacrime”. In fondo è così ancora oggi, attraverso il racconto e attraverso la musica c'è la capacità di costruire un'emozione altissima. Per me funziona benissimo ancora oggi, la dinamica di questi due cavalieri che s'incontrano e poi si scontrano. Lui, Tancredi, cavaliere cristiano, innamorato di Clorinda, guerriera musulmana. Si scontrano di notte, Tancredi non sa che lei è il suo amore e la uccide, riconoscendola solo in punto di morte. Questo madrigale è un classico con tutta la forza dei classici».
C'è un'immagine, una visione, che si è presentata dopo che avete letto e ascoltato i materiali de I Canti Guerrieri per la prima volta?
«È stato molto difficile costruire questo immaginario, non è stato un processo immediato. È stato un lavoro molto lento e molto lungo, proprio per il desiderio di cercare qualcosa che si relazionasse al materiale musicale più in profondità. Non c'è stata una visione, c'è stato un lento entrare dentro questa materia e probabilmente una delle prime immagini è stata l'idea di ambientare questo scontro principalmente in un luogo buio e scuro che è diventato, poi, una foresta pluviale, c'era la volontà di abitare un luogo sempre più selvaggio. Da lì siamo partiti per strutturare poi l'immaginario legato al mating (il complesso sistema di danze che alcuni animali maschi attivano per sedurre le femmine) e alle danze selvagge di alcune tribù centro-africane».
Una parola per descrivere il vostro lavoro
«Sensibile, perché ha che fare con la percezione che interessa tutti i sensi e allo stesso tempo perché quello che vedi non urla immediatamente, non grida, non è sovraesposto».
Il tuo libro preferito:
«Artisticamente sono due i libri che mi hanno segnato: Trilogia della Città di K. di Agota Kristoff e, per il motivo contrario, La Storia di Elsa Morante».
Se potessi scegliere un personaggio (della storia, dell'arte, della letteratura...) da invitare a cena, chi inviteresti?
«Ingmar Bergman».

Paola Granato
 


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