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Un malinteso allo Stedeleijk. L’ex direttore Beatrix Ruf dice la sua sull’affaire mezzo milione

   
   
 
Un malinteso allo Stedeleijk. L’ex direttore Beatrix Ruf dice la sua sull’affaire mezzo milione
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A poche settimane dalle sue dimissioni dall’incarico di direttore dello Stedelijk, Beatrix Ruf racconta la sua versione dei fatti, in una intervista rilasciata al New York Times. Considerata tra le personalità più influenti del sistema dell’arte contemporanea, Ruf si è improvvisamente trovata sotto il tiro incrociato della stampa e dei commentatori, a seguito di alcune indiscrezioni pubblicate da NRC Handelsblad, quotidiano olandese considerato vicino alle posizioni della sinistra liberale. 
Lo scandalo, portato alla luce dai giornalisti Daan van Lent e Arjen Ribbens, riguardava inizialmente i rapporti intercorsi tra il museo e Thomas Borgmann per l’organizzazione della prossima mostra, "Jump into the future. Art From the 90’s and 2000’s", in apertura il 26 novembre, con opere, tra gli altri, di Wolfgang Tillmans, Isa Genzken, Heimo Zobernig, tutti nella prestigiosa collezione del tedesco. Dopo la mostra, le opere rimarranno in prestito al museo e alcune saranno acquistate per la permanente ma le clausole del contratto – obblighi di acquisti di certe opere, come sei lavori di Michael Krebber, a 125mila euro ciascuno, oppure un’installazione di Matt Mullican a 750mila euro – hanno insospettito i giornalisti, che hanno indagato più a fondo, scoprendo altro. In particolare, alcune attività parallele di Ruf, molto redditizie, in aria di conflitto di interessi e non dichiarate al Museo. Attività che, nel 2015, il primo anno di direzione, hanno fruttato circa 500mila euro in più rispetto allo stipendio "ufficiale”, di circa 100mila euro, un emolumento tutt’altro che secondario, dunque, proveniente dalla sua partecipazione alla società di art advisor Currentmatters. E tra questi due incarichi è scattato il sospetto di incompatibilità che ha fatto indignare l’opinione pubblica olandese, sempre molto attenta alle questioni di trasparenza, e oltre ad obbligare Ruf alle dimissioni, ha messo sul chi vive il museo, che attraverso Madeleine de Cock Buning, membro del board, ha fatto sapere che non saranno rilasciate dichiarazioni fino a quando le indagini saranno in corso. 
Nell’intervista al Times, però, l’ex direttrice ha detto la sua, spiegando che la sua attività di consultant era stata approvata dallo Stedelijk e che, oltretutto, i pagamenti in questione derivavano da commissioni precedenti all’affidamento dell’incarico olandese. «Sono sicura di aver riportato tutto in buona fede», ha dichiarato, ricordando altri suoi incarichi ufficiali, come membro della giuria di premi internazionali, oppure nel board di istituzioni a Mosca, Roma, Vienna, o ancora come advisor per la corporate collection della sede londinese di Goldman Sachs. Quei 500mila euro proverrebbero, inoltre, da un pagamento ottenuto dalla Ringier Collection, dovuto per un lavoro svolto precedentemente all’incarico del museo olandese, una informazione confermata da Ringier. 
Insomma, a sentire Ruf, tutto sembra essere dovuto al più classico dei fraintendimenti ma le indagini proseguono e potrebbero creare un precedente da non poco conto, nell’intricato sistema di relazioni dell’arte contemporanea. (MFS)
 


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