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L'intervista/ Marilyn Arsem

   
 L'ASCOLTO COME ANIMA DEL TEMPO
Viaggio nell'happening, con una delle sue grandi protagoniste, durante “Performance Art Week” di Venezia
 Penzo + Fiore 
 
L'intervista/ Marilyn Arsem -
pubblicato

Si dice che nel mondo sciamanico i capelli lunghi siano un prolungamento delle terminazioni nervose, e che siano fatti crescere appositamente per poter captare prima le vibrazioni del cosmo. Marilyn Arsem, coi suoi lunghi capelli grigi, la sua voce calda e profonda, i movimenti vellutati e morbidi, fa sentire la sua attenzione rivolta a tutto ciò che la circonda e che sembra entrare naturalmente dentro di sé. La qualità del suo ascolto è alta, rara, piacevolmente rivolta a cogliere il nucleo di ogni questione. Affronta la riflessione sulla performance come qualcosa di intimamente legato a lei e alla sua attitudine di vita. Ci appare come una ricercatrice che osserva attraverso le azioni che compie, rendendole una fonte di sapere e un luogo in cui l’altro possa trovare una piccola e nuova parte di sé. 
A un mese dall’apertura della nuova "Co-creation live factory” nata dall’esperienza triennale dell’International Performance Art Week veneziana, che quest’anno ha visto in questo week end tre giorni di eventi live, proponiamo l’intervista fatta ad una delle artiste protagonista dei laboratori, parallelamente alla proposta di VestAndPage e Andrigo/Aliprandi
Dopo le prime tre riuscitissime edizioni del festival di performance art che ha abitato le sale di Palazzo Mora, nel cuore di Venezia, e  interamente curato e ideato dal duo italo-tedesco VestAndPage, il progetto si trasforma in un evento formativo della durata di dieci giorni, durante i quali esplorare diversi linguaggi di questa disciplina. Oltre ai laboratori condotti dai tre nuclei artistici, le giornate sono state caratterizzate da lecture e incontri con diverse personalità del mondo della performance art. L’idea di co-creazione porta con sé quella di un confronto e di uno scambio profondo che rende consistenza di una pratica in grado di coinvolgere il corpo su vari livelli. 
Marilyn Arsem ci parla così del suo lavoro performativo.  

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Marilyn Arsem Day 95: Black Sand 100 Ways to Consider Time 100 6-hour durational performances at the Museum of Fine Arts, Boston November 9, 2015 – February 19, 2016 Photograph by Bob Hall

Se dovessimo immaginare il nostro corpo diviso in tre parti, una spirituale, una mentale e una materiale, quale parte riterresti di usare di più nel tuo lavoro?
«Personalmente credo che la parte mentale e quella spirituale del corpo si manifestino entrambe nella fisicità, e per me il momento più interessante nel mio lavoro è quando tutte e tre raggiungono uno stato di equilibrio reciproco. A volte tuttavia è più facile ignorarne una, per esempio quando tentiamo di restare nel campo spirituale o mentale e ignoriamo il nostro corpo fisico, ma poi succede sempre qualcosa che ci riporta alla realtà. Credo che alla fin fine ciascuno di noi spenda la maggior parte del proprio tempo cercando di elevare ciascuna di queste parti di sé, e contemporaneamente sforzandosi di mantenerle unite come una cosa sola. Probabilmente per me la performance è lo spazio che mi concede l’occasione di sentirmi pienamente consapevole di ciascun livello del mio corpo nello stesso momento, cosa che non credo di riuscire a fare altrettanto bene nella mia vita quotidiana, capitano giornate in cui sono più sensibile a una parte di me piuttosto che a un’altra…ma durante la performance credo di riuscire a raggiungere uno stato in cui i miei tre "corpi” si uniscono il più possibile».
Normalmente il tuo lavoro ha sempre una durata specifica. Credi che questo abbia a che fare con la necessità di riuscire ad entrare in un particolare stato del corpo?
«Sì, per me la durata è utile perché mi consente di avere il tempo necessario per raggiungere uno spazio diverso per la mia performance. Mi spiego: solitamente si inizia con un’idea o con un progetto, ma se si rimane sul pezzo a sufficienza si riesce a trovare un’altra versione di esso, che ti permette di andare oltre quello che avevi immaginato e di creare una situazione nuova. Il tempo per me è importante anche perché mi consente a un certo punto di smettere di preoccuparmi di quello che il pubblico sta pensando o vorrebbe vedere durante la mia performance; mi dimentico di quello che "dovrei” fare e semplicemente inizio a scoprire cosa "ho bisogno” di fare in quel momento. A volte mi sembra di voler compiere qualche azione che poi, nel mentre, mi rendo conto essere completamente l’opposto di quello che sento. La durata mi permette così di lasciar andare in un flusso tutto quello che mi attraversa e di raggiungere un nuovo posto, un nuovo stato che all’inizio non avrei mai potuto immaginare»
Rispetto al tuo percorso artistico, hai iniziato subito ad occuparti di performance o è un linguaggio che hai scoperto successivamente? 
«Quando ero alle scuole superiori negli anni '60 mi ricordo che lessi qualcosa a proposito degli happenings. All’epoca dipingevo e studiavo musica e danza. Con i miei amici decidemmo di realizzare qualcosa di simile perché eravamo incuriositi, ma avevamo semplicemente letto i giornali, non avevamo mai assistito ad una vera performance…quindi direi che iniziai da lì! Mi interessava molto l’idea di poter mescolare diversi mezzi artistici in una situazione dal vivo, in cui lo spettatore potesse diventare parte attiva e l’artista potesse lavorare contemporaneamente con il tempo, lo spazio e i materiali. Era molto più stimolante della pittura o della musica, e a quel tempo mi stavo anche interessando alle tele di Pollock, ai lavori con la luce al neon e alle mostre interattive».

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Marilyn Arsem, Marking Time V 7 day/24 hour durational performance II Venice International Performance Art Week "Ritual Body – Political Body” Palazzo Mora, Venice, Italy December 14 – 20, 2014 Photograph by Monika Sobczak

Un’altra domanda riguardo alla parte mistica del tuo lavoro artistico, a quel "qualcosa” di invisibile che tu senti ma non puoi toccare…
«Mi fa piacere che ne abbiate notato la presenza, ma è qualcosa di cui non posso realmente parlare. Nelle mie performance cerco di creare uno spazio per lo spettatore in modo che egli, in prima persona, possa servirsene per scoprire qualcosa di se stesso: perciò alcune parti del mio lavoro sono molto private, sia per me che per il mio pubblico. C’è una cosa che ero solita dire ai miei studenti quando ancora insegnavo: puoi parlare del tuo lavoro in tre modi diversi. Uno è quello che usi parlando con i critici, un altro con i tuoi amici, e un altro ancora con te stesso. Quest’ultima è una voce che solo tu puoi comprendere in relazione alla tua vita personale e al dialogo che hai con la tua arte; spesso il nostro lavoro ci racconta cose di cui noi stessi che lo realizziamo non siamo consapevoli, ci permette di capire cosa pensiamo e come ci sentiamo davvero. È l’unico modo per conoscere quella parte di te, spesso la scopri solo quando hai finito un progetto, ed è qualcosa di molto privato».
Hai dei progetti per delle nuove performance? Come ti approcci di solito alla creazione di una nuova performance?
«Di solito quando realizzo delle performance in contesti come festival o occasioni simili, non pianifico niente in anticipo. Quando arrivo nel posto mi guardo intorno, osservo, parlo con le persone e realizzo qualcosa che assomiglia a un dialogo tra me e il luogo in cui mi trovo. Solitamente sbircio gli oggetti ai mercatini, cerco qualcosa che mi intrighi in qualche modo. Si tratta proprio di qualcosa che è legato al LUOGO. Spesso cerco di informarmi leggendone la storia, ma non è possibile conoscere davvero un posto finché non ci si trova lì, parlando con la gente per scoprire cosa c’è nell’aria, di cosa si preoccupano le persone e a cosa prestano attenzione, così alla fine cerco sempre di creare un lavoro che in qualche modo sia un dialogo tra il punto in cui mi trovo io nella mia vita e ciò che sto scoprendo nel posto che mi ospita. Questo è il motivo per cui non riesco mai a partecipare ai concorsi, ti chiedono sempre un progetto preciso, ma io davvero non so in anticipo cosa realizzerò! Fortunatamente ci sono situazioni dove vengo invitata senza che questo mi venga richiesto».
Cosa ne pensi del modo in cui viene storicizzata la performance art? Di come vengono scelti gli artisti che entreranno a far parte della storia?
«La storia ci permette di fissare dei fatti precisi, ma è molto più facile guardare ai dipinti di trent’anni fa piuttosto che studiare la performance art. Questa è la storia: solo un frammento di ciò che avviene in realtà. Diversi anni fa insegnavo in una classe la storia della performance, ma ricordo di aver detto ai miei studenti: "Solo perché non potete vederne fotografie o documenti, non significa che non sia successo!”. Vedi, di solito le persone sono convinte che tutto girasse intorno a New York, ma c’è stata molta attività performativa anche in altre parti degli Stati Uniti: a Boston, a Chicago e in altre città minori. Così in quell’occasione chiesi ai miei studenti di andare a intervistare gli artisti a Boston e di scrivere qualcosa sul loro lavoro, confrontandolo con ciò che stavamo leggendo nei libri di storia dell’arte. Puoi infatti studiare un artista ancora e ancora, ma sarà sempre una conoscenza parziale del suo lavoro perché così funziona nel mondo accademico: si scrive solo di chi  è stato già studiato da qualcun altro. Ci si può riferire a una bibliografia e concordare con quanto si legge, e argomentare ancora…ma svolgere una ricerca per primi costa molta più fatica. Bisogna avere molto coraggio come accademici per iniziare a parlare di qualcuno che nessuno conosce o ha mai studiato, e cercare di crearne un caso artistico degno di essere valutato e confrontato con personaggi più conosciuti. In realtà quello accademico è un lavoro che non ho mai desiderato, ma ho dovuto farlo! (ride)».

Penzo + Fiore

Traduzione dall'inglese di Alice Bortolazzo

In home page: Marilyn Arsem: 100 Ways to Consider Time, at the Museum of Fine Arts, Boston
Jeanne and Stokley Towles Gallery
Photograph © Museum of Fine Arts, Boston 


 


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