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Icone per caso #7

   
 Performance in galleria, tra sacro rituale e finzione. Due esempi recenti sotto un’altra luce

 Roberto Ago 
 
Icone per caso #7
pubblicato

Poteva mancare la performance a "Icone per caso”? Ne è protagonista naturalmente qualcuno che artista non è, e precisamente il gallerista e mercante Lino Baldini, recentemente salito agli onori delle cronache per un’azione che ha fatto molto discutere, anche per la successiva, presunta accusa di plagio da parte dell’artista Enzo Umbaca, il quale realizzò una performance apparentemente identica negli Anni Novanta. 
Ma andiamo per ordine, cominciando dall’antefatto precedente gli eventi. Qualche anno fa Baldini diede in appalto la sua nota galleria, Placentia Arte, a una squadra di giovani, affinché proseguisse il lavoro intrapreso decenni addietro. Per un po’ tutto è filato liscio, finché Baldini non si è accorto che i ragazzi avevano obliterato sul sito della galleria la pagina web relativa alla sua storia professionale. Apriti cielo. Baldini, comprensibilmente adirato, immediatamente ha ripreso possesso del suo spazio, ma non prima di averlo "disinfestato” attraverso un autentico rituale. Da cosa? Dalla cattiva arte passata nel frattempo per esso, sulla quale aveva sempre fatto buon viso finché il gioco non ha riguardato anche lui. 

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Lino Baldini disinfesta gli spazi di Placentia Arte

Non deve interessarci qui il risvolto etico della questione, ma solo quello estetico e antropologico. La sua performance è indiscutibilmente una delle più ficcanti, autentiche e originali degli ultimi decenni, e tale perché non ambisce a essere arte. Egli disinfesta non solo simbolicamente uno spazio a suo avviso contaminato da una cattiva gestione, la quale, occorre aggiungere, è parte integrante dell’operazione. La logica magico-rituale di Baldini si dimostra pari a quella di un antico sacerdote che purifichi il tempio da influssi nefasti, attraverso lo spargimento di effluvi lustrali che marcando pavimento, pareti e soffitto di un reticolo verdastro, intercetta la retorica pittorica, oltre a quella performativa. Ma egli va ancora oltre convocando, certo suo malgrado, il problema dello statuto finzionale dell’arte. Tale purificazione "di” una galleria apre infatti una breccia nello status quo, capace di evidenziare qualsivoglia performance "da” galleria in quanto professionalizzata, posticcia, inautentica. Se pensiamo che tale auto-sacrificio è officiato da un autentico gallerista, la cosa fa particolarmente effetto.
Per tutti questi motivi l’accusa di plagio da parte di Umbaca non regge. Le due azioni appaiono del tutto diverse per modalità, circostanze di realizzazione e significazione. Quella "artistica” di Umbaca, consistendo nel prelievo ed esposizione di qualcosa di inusuale per uno spazio espositivo come l’azione del disinfestare, si inscrive nel classico registro duchampiano, dimostrandosi per ciò stesso un’operazione codificata, prossima a tanti altri "appropriazionismi” in onore del cubo bianco.  Quella di Baldini, all’opposto, ha il merito di reintrodurre nel contesto finzionale dell’arte un registro sacrificale non dissimulato, il quale mostra di riflesso il vulnus di un’estetica che facendo della simulazione la sua ragion d’essere, disinnesca quella stessa vitalità di cui incessantemente è alla ricerca.

Roberto Ago

 


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2 commenti trovati  

11/05/2018
Roberto
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Caro Enzo ma che t'importa? Lino non è mica un artista. In caso contrario avresti avuto il sacrosanto diritto di prendertela. Senza nulla togliere alla tua versione primogenita, personalmente preferisco quella di Lino perché è un atto polemico concreto contro determinate persone senza alcuna ambizione artistica. Il tuo gesto duchampiano indirizzato a non si sa bene chi è invece dentro la retorica dell'opera, e in quanto tale mi interessa meno. Lo scopo del mio pezzo non era soppesare le vostre performance gemelle in difesa di Baldini, ma rimarcare lo iato tra ciò che ambisce o meno ad essere arte, a parità di risultati. La performance di Lino cadrà nel dimenticatoio, la tua non lo so ma certo il suo "plagio" l'ha fatta riscoprire. Bene hai fatto a mettere le cose in chiaro e bene faresti a essere contento che la tua azione riviva per il tramite di Lino. Un caro saluto Roberto

09/05/2018
enzo umbaca

Caro Roberto,
per la verità mi rincresce ritornare sull’argomento, ma sento il dovere di farlo per coerenza e poi perché ho l’impressione che molta arte prodotta in quegli anni che non veniva apprezzata e osservata con diffidenza ora sembra ritornare in auge.
Diceva il giusto Wittgenstein “ ….chi è soltanto in anticipo sul proprio tempo da questo sarà raggiunto.” Mi fa piacere che tu abbia “vivisezionato” entrambe le performance ma naturalmente non posso che essere in disaccordo riguardo a quanto scrivi: ribadisci concetti che sono stati in parte già detti, sia nella forma che nel contenuto, “l’autopsia” ti ha dato scarsi risultati…
Le due performance hanno lo stesso scopo: disinfestare metaforicamente uno spazio “infetto” per rincominciare su nuove basi e in entrambi i casi si parla di azzeramento nel contesto delle arti visive, con lo stesso liquido di color verdastro (forse di marca diversa) stesso schizzo sulla parete, (alludendo alla pittura) stessa gestualità, compreso il Duchamp che c’è in noi e tutto il resto.
La performance non l’ha fatta la mia portinaia che non ne sa niente di arte, nè tantomeno il sacerdote, bensì una persona che tratta l’arte professionalmente e che usa mezzi di comunicazione quali i giornali di settore per giustificare la palese cagata fuori dalla tazza, e andare alla ricerca dell’origine e dell’evoluzione della specie mi sembra fuorviante.
Stiamo parlando di un atto effimero, nell’arte per confrontare le opere non ci si avvale a uno strumento scientifico, non esiste la filigrana di un’opera nè tanto meno il codice a barre.
A questo proposito di recente ho pensato a Emilio Isgrò, che accusa Roger Waters di plagio per aver “copiato “ un’opera, una delle sue cancellature degli anni 60, per la copertina del suo disco, certo a scopo commerciale.
Andarono per vie legali e la vendita fu bloccata, e poi tutto si concluse con una riappacificazione.
Dunque Lino giustamente difende la sua azione, ma è stato distratto e ha ritenuto di poca importanza citare il mio nome. Buoni, corretti, disponibili sì, fessi no, altrimenti si fa del semplice sofismo.
Certo la disinfestazione non l’ho inventata io, e non ho pretese di aggiudicarmi il guinnes dei primati, ma l’ho messa in pratica e ho sviluppato un concetto e messo in atto una catarsi.
Quindi la cosa per me finisce qui, in fondo a entrambi ci lega ancora un pensiero di frontiera, almeno credo.
EU




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