Jimmie si fa in tre 3118 utenti online in questo momento
exibart.com
 
community
Express
25/04/2018
Il genere della scrittura. Da Albumarte, reading, performance e talk con Juliet Jacques
24/04/2018
Un giro in Vespa, senza inquinare. Con il nuovo prototipo dal cuore elettrico
24/04/2018
Cristian Valsecchi sarà il Direttore Generale di Fondazione Prada
+ archivio express
Exibart.segnala
Blog
recensioni
rubriche
         
 

Jimmie si fa in tre

   
 Da Milano a Lione, e con una mostra da poco conclusa al Whitney di NY, ecco il lavoro di Durham, artista che parla del mondo “per sottrazione”. E che apre l’art week meneghina Matteo Bergamini + Vittoria Pavesi 
 
Jimmie si fa in tre
pubblicato

Ha aperto poche ore fa, alla Fondazione Pini di Milano, il progetto speciale "Labyrinth” di Jimmie Durham, curato da Gabi Scardi.
Un momento d’oro per l’artista statunitense ma naturalizzato europeo, che da New York (dove questo inverno è stato protagonista con una retrospettiva al Whitney) è in questo momento anche protagonista all’Institute of Contemporary Art di Villeurbane, dove tutto il museo è stato occupato dal grande progetto "The Middle Earth”, concepito con la compagna Maria Thereza Alvez
Mentre la mostra newyorchese ha presentato una serie di lavori (dagli anni ’70 ad oggi) tutti basati su una ricerca identitaria legati all’aspetto del colonialismo e del suo persistere, il progetto milanese (insieme a quello di Lione) ha un appeal più legato all’ambiente, alla capacità dell’uomo di far propri gli elementi della natura, e di immaginare un’architettura organica. Ecco perché nelle vetrine del bello spazio di Corso Garibaldi convivono barattoli di vernice e viti, pezzi ossidati di un tubo, parti di una traversa di legno che arriva da un antico tetto. Con il suo tono "leggero” ma non per questo meno potente, Durham riflette sia sulla interconnessione di elementi che formano ogni edificio (che sono anche quelli che riconosce la cultura umana) e allo stesso tempo indaga il concetto di lavoro, di artigianalità, senza esclusione di categorie neppure rispetto all’immaginazione, come accade con il video The man who had a beautiful house, dove l’artista in Messico, nel 1994, basandosi sullo scritto di Julian Villasenhor e con la regia della compagna, descrive una casa che non c’è, ma si trova (e si costruisce, come la propria identità) ovunque la si voglia riconoscere. 

null
Jimmie Durham, Labyrinth, Fondazione Pini, crediti Andrea Rossetti

Ecco, anche, il collegamento con la "Middle Earth” che fino alla fine di maggio è in scena allo IAC.
Tutto dedicato al Mediterraneo, il progetto a quattro mani è nato dal desiderio di sondare insieme in modo poetico e critico il territorio dove la coppia ha scelto di abitare. 
Sulla scia di "Eurasian”, iniziato nel 1994 dopo aver lasciato gli USA, la mostra si forma a poco a poco e nulla si scorge rispetto a geografie politiche, ma in scena vi sono solamente sguardi, sogni, orizzonti illimitati.
I due artisti, stavolta, sembrano lasciare da parte l’esperienza politica che permea le loro opere, e i temi di ricerca comuni. Anche se, in entrambi i casi, le riflessioni partono da una critica rispetto ai quadri ideologici e normativi che formano il nostro sguardo sul mondo, e dunque del Mediterraneo.
Militante per il movimento degli Indiani d’America, Durham anche qui rompe gli stereotipi e la messa in scena dei poteri concependo la storia come un processo e cercando la realtà degli oggetti, scoprendone la loro intenzionalità, inserendoli nel contesto evolutivo dell’uomo, a ritroso della loro categorizzazione. 
Alvez, invece, tra poesia ed etnologia, studia i fenomeni migratori e i popoli a cui è stata "strappata” la razza, proprio come accaduto per gli aborigeni degli Stati Uniti.
A partire dalla loro relazione tra pratica artista e luoghi abitati i due artisti aprono così una ricerca sull’eredità meticcia che è propria della nostra area, in barba alle idee separatiste e a ogni secessionismo di vecchia e nuova data.

null
Jimmie Durham, Labyrinth, Fondazione Pini, crediti Andrea Rossetti

Allontanando campi di competenza specifici, ecco che sala dopo sala a Villeurbane si mettono in scena, con l’obiettivo di una apparente classificazione, un dialogo tra oggetti etnologici e archeologici e opere recenti, e tra scritti scientifici e altri poetici. 
Tra le nove stanze e la loro identificazione spiccano per bellezza quelle dedicate al "Vetro” e alla "Tintura”, mentre la sala 6, dedicata al mare è un incrocio minimalista e brutale: l’acqua di quello che è il povero Mediterraneo è contenuta in un barile usato per il petrolio, e tutt’intorno, in mezzo all’azzurro delle pareti, si cammina in una delicata selva di rifiuti, come in una spiaggia abbandonata a se stessa.
Ma insieme alla natura, alla collezione di vetri (che sembrano mimare anche contenitori in plastica) e di pietre della collezione dello stesso Durham, non si poteva eludere l’aspetto mitico del Mediterraneo, con l’installazione We know everything that happens over all the generous earth (2018) di Maria Thereza Alvez. Attraverso un grande dipinto ad acquarello, ad una installazione sonora e ad una splendida mano dalle unghie-artigli sospesa nel vuoto si ripercorre quasi per sottrazione il mito di Circe e gli avvertimenti ad Ulisse, che legatosi al palo della nave e tappato le orecchie dei compagni riuscì allo stesso tempo a fuggire dalle Sirene e ad ascoltare il loro canto ammaliatore. 
Ad ogni singolo sguardo questo percorso non si discosta dalla maniera di Durham, profondamente minimale, e il mare nostrum (a anche monstrum) esce per sottrazione. 
Mosaici e due tronchi di ulivi secolari raccolti in Puglia trattati come sculture, rimandanti al valore della civilizzazione delle aree di Egitto o Grecia (compare nelle leggende della fondazione di Atene) si rincorrono da una parte all’altra del museo, sconfinando e intrecciandosi nelle sale che diventano un panorama da osservare con estrema attenzione e delicatezza. Trovandoci al cospetto di uno scavo poetico e necessario per approfondire questo meraviglioso continente in miniatura, dal quale è stata – nel bene e nel male - forgiata buona parte dell’umanità.

Matteo Bergamini


L’affare Cherokee

La retrospettiva di Jimmie Durham al Whitney Museum scopre la questione identitaria degli Stati Uniti 

 "Jimmie Durham: At the Center of the World” è stata la prima retrospettiva nord-americana dedicata alla ricerca dell’artista, poeta, saggista, performer e attivista Jimmie Durham (Arkansas, 1940). Concepita dall’Hammer Museum di Los Angeles nel gennaio scorso e ripresentata durante la stagione estiva al Walker Art Museum di Minneapolis, la mostra ha generato un acceso dibattito, rinfocolato a ogni inaugurazione, sulla veridicità delle origini native americane dell’artista, sollecitando il nervo scoperto del senso di colpa su cui reggono gli Stati Uniti e obbligando tutti e tre i musei a prendere posizione, nella delicata incombenza di non offendere le comunità cherokee e di non mandare all’aria una mostra che preparavano da mesi. Dopo la tappa al Whitney, la mostra sarà in esposizione al Remai Modern di Saskatoon, Canada, fino al 12 agosto.
Con circa 120 opere dagli anni ‘70 a oggi disposte in ordine cronologico, la retrospettiva ha presentato una ricerca artistica densa di consapevolezza del persistere del colonialismo – anti-nativo, contro il riconoscimento dell’alterità – come condizione fondante della vita americana, a cui l’artista risponde opponendo il dialogo con un mondo che è stato dimenticato o giudicato superfluo, mentre l’occidente andava incontro al capitalismo e reprimeva il suo inconscio collettivo e il suo mistero. 

null
Jimmie Durham, Self-portrait, 1986. Courtesy Whitney Museum of American Art, New York.

Accostando simboli del benessere occidentale a componenti proprie delle culture non-dominanti, Durham ci parla dell’immateriale e dello spirito delle cose, di tutto ciò che è ovvio ai sensi ma oscuro al pensiero. L’artista modula il rapporto e lo spazio tra gli elementi, uno spazio che sembra vuoto, ma in realtà scadenza con precisione geometrica l’incastro tra un proiettore tedesco degli anni ’40 e un frammento di teschio proveniente dal deserto centro-americano, forse di un coyote, in un innesto perfetto in cui l’incavo dell’orbita ferina ha lo stesso diametro dell’occhio meccanico del trasmettitore di immagini (Behold my hands and my feet, that is myself: Handle me and see; for a spirit hath not flesh and bones-as ye see me have, 1993). 
Le combinazioni scultoree non sono mai casuali: i prodotti vernacolari della civiltà occidentale vengono completati da pezzetti di pelle, piume, fanali delle macchine, perline, capelli, ossa, colori, vetri e qualsiasi cosa serva per rovesciare un oggetto, finché non arrivano a coesistere al suo interno le tre entità fondamentali di uomo-spirito-animale. 
È così che una testa impagliata d’alce esibisce un corno palmato e l’altro fatto di tubi del rubinetto, o che la pelle picchiettata di un serpente trova il suo prosieguo naturale in un tubo della doccia. Ed è così che un dissuasore del Police Department dello stato di New York è dotato di tridimensionalità grazie a un braccio di legno dipinto da transenna che diventa il corpo ortogonale di un idolo sciamanico, con occhi di turchese e fauci di puma spalancate e aggressive. 
Il discorso che porta avanti l’artista è tutt’altro che nostalgico o naïve: con un gesto acuto e sarcastico, Durham fa un passo indietro dalla società in cui viviamo e ne mette a nudo i parossismi, le ridicolezze, le esasperazioni. Le particelle di realtà sono divise e sapientemente ricombinate dall’artista in rapporti alternativi, dando luogo a una materia modulata che ha un diverso grado di densità, una dimensione alterata che, grazie a piccoli spostamenti semantici, presenta un significato distorto e ribaltato. 

null
Jimmie Durham, Language is a tool for communication, like a city, or a brain, 1992. Collezione dell’artista; courtesy kurimanzutto, Città del Messico.

Come succede in Arc de Triomphe for Personal Use (1996), realizzato durante un soggiorno parigino in cui Durham rimase colpito dalla monumentalità con cui lo stato francese celebra la propria gloria militare. L’opera è un esemplare di arco di trionfo immensamente più piccolo, finalmente riportato a misura umana, portatile, in modo da rendere possibile a chiunque ricomporlo per l’occasione e passarci sotto, magari fischiettando un motivo, per celebrare i piccoli successi della vita di ogni giorno, un aumento di stipendio, un affare andato in porto, e così via.  
La realtà manipolata da Durham è una realtà di scarto, estremamente residuale, che l’artista stesso è andato a cercare nei contenitori di spazzatura distribuiti metodicamente a ogni angolo dei block newyorchesi o negli ammassi disordinati dei rifiuti napoletani di Porta Capuana. Gli scarti delle società occidentali, afferma l’artista, contengono una serie di materiali che «Non hanno niente di sbagliato, solo non sono buoni abbastanza». La protagonista assoluta di questa metodologia pauperista è la pietra: che sia catlinite del Minnesota, ossidiana del Messico o sillar del Perù, la pietra per Durham non è più l’oggetto sulla cui morfologia si opera con degli strumenti artificiali, come nella scultura classica, ma diventa essa stessa dispositivo tramite cui operare sulla vasta gamma di prodotti creati dall’uomo, in un’inversione del rapporto attivatore/attivato. Con una scheggia di ossidiana l’artista incide il foglio di carta per disegnare la bocca a una faccia perplessa (Obsidian Tongue, 2009), con dei sanpietrini lapida un frigorifero nel cortile del FRAC Champagne-Ardenne, trasformando uno degli oggetti di consumo più iconici dell’era pop americana nella carcassa barcollante di un martire, St. Frigo (Stoning the Refrigerator, 1996).

null
Jimmie Durham, Self-Portrait Pretending to Be a Stone Statue of Myself, 2006. Courtesy ZKM Center for Art and Media, Karlsruhe

Ed è ancora la pietra a operare, in una delle sue azioni più conosciute, la riduzione della materia al suo minimo comune multiplo, in una decomposizione in particelle che mette in ridicolo il consumismo liberista utilizzando il lessico vuoto della burocrazia (Smashing, 2004). L’atto distruttivo si traduce in iconoclastia della cultura materiale, nello scioglimento del falso binomio natura/cultura per portare alla luce la sostanza atomica di cui sono composte tutte le cose. 
Ma la pietra si fa anche maschera nell’opera-pilota della mostra (Self-Portrait Pretending to be a Stone Statue, 2006), parte del ciclo di autoritratti in cui Durham rifiuta la logica rappresentativa della verosimiglianza, per autoritrarsi in un processo di ironico travestimento alla Cindy Sherman, che lo vede, di volta in volta, Maria Thereza Alves, Rose Lavy (un riferimento all'alter ego femminile di Marcel Duchamp), statua di pietra. L’auto-ritratto si rovescia in non-identitario: invece di raffigurare mostrando, ritrae nascondendo. 
Parafrasando Deleuze, quella di Jimmie Durham non è un’arte anti-capitalista, post-imperialista o post-identitaria, e l’artista ha una profonda avversione per le formule e le etichette. Si tratta di un'operazione molto precisa: si comincia col rovesciare tutto quanto costituisce un elemento di potere, nella forma e nel simbolo, nella rappresentazione e nel rappresentato. E quello che resta è una nuova forma, un nuovo significato. 
«I wanted to say things that were not true, but that were absolutely not lies. Nothing is true, nothing is a lie. I don’t tell any lies», afferma l’artista, richiamando un insegnamento condiviso da Jorge Borges, cioè che l'irrealtà è la condizione immanente all'arte. Lasciamo che Jimmie Durham continui a decostruire stereotipi, occidentali e non, senza che nessuno si offenda.  

Vittoria Pavesi

 


strumenti
inserisci un commento alla notizia
versione in pdf
versione solo testo
le altre recensioni di Matteo Bergamini + Vittoria Pavesi
registrati ad Exibart
invia la notizia ad un amico
 

trovamostre
@exibart on instagram