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L’INTERVISTA/ MOTUS

   
 L'OSTINATA RICERCA DELL'ALTROVE, PARLANDO DI ADESSO
Una conversazione sugli “incontri” in uno spettacolo che, dopo New York, sbarca alla Triennale di Milano
 paola granato 
 
L’INTERVISTA/ MOTUS
pubblicato

Panorama di Motus è il racconto di un incontro, anzi, degli incontri con gli attori della Great Jones Company e le loro storie. Lo spettacolo, visto all'Arboreto/Teatro Dimora di Mondaino (Rimini) in occasione dell’apertura di una residenza artistica, ha debuttato a gennaio a New York nell'ambito del festival Under the Radar.
Sul palco ci accoglie un green screen: il video e il cinema sono già lì e insieme ai corpi degli attori danno vita a un racconto per immagini non lineare. Proprio questa non linearità lo rende affascinante: lo scambiarsi le parole e con esse le biografie mostra che le narrazioni per quanto intime possono essere quelle di tutti e, se all'inizio cerchiamo di ricondurre il racconto a un volto, capiamo subito che la strada non è quella, anche quando gli attori si riappropriano della loro biografia.
L'importanza è proprio nell'altrove in cui ci vuole condurre lo spettacolo, l'ostinata ricerca della felicità che per alcuni è più difficile che per altri, ma è ciò che veramente ci accomuna. Il cinema e il video non sono solo il set della scena, ma l'uso delle immagini è cardine nello spettacolo, e ci colpisce su più livelli: riprese in diretta, interviste agli attori in scena, video di documentazione, citazioni cinematografiche, interazioni degli attori con l'immagine, tutto passato al vaglio della sapienza tecnica e di un gusto riconoscibile al quale Motus ci ha abituato in molti lavori precedenti.
Panorama è ora in tournée europea. Lo potremo vedere in prima italiana nel mese di maggio presso La Triennale di Milano, ma oggi abbiamo raggiunto Daniela Nicolò al telefono e abbiamo discusso di cosa è stato lavorare a Panorama.
La protagonista di MDLSX rivendica il diritto alla non appartenenza, Panorama pone l'attenzione sul l'esperienza diasporica: un viaggio dall'interno all'esterno che tocca alcune delle scelte più intime di un essere umano. La mutabilità, la fluidità, la scelta, o la scelta di non scegliere, la possibilità di un divenire continuo...cosa vi ha spinto a lavorare su questi temi?
«È qualcosa che arriva insieme al fare arte e al fare teatro. È lo spirito che ha animato in tutti questi anni il lavoro di Motus: abbiamo cercato di farlo in campo artistico cercando sempre di abbattere il più possibile i confini e i recinti dei linguaggi delle diverse forme d'arte. Lavorando, poi, con persone come Silvia Calderoni in MDLSX, ma anche con tanti altri attori con cui abbiamo collaborato nella nostra storia, queste tematiche diventano urgenti perché sono vere e le stanno vivendo sulla loro pelle. In realtà sono tematiche di tutti e vorremmo che fossero sempre più condivise. Con il clima politico che c'è ora in Italia e quello che abbiamo visto negli Stati Uniti, la questione della libertà, del rispetto dell'altro e di tutte le diversità è centrale per poter davvero pensare a una società civile rispettosa e aperta».

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Motus, Panorama

Quali sono le letture che vi hanno accompagnato in questo viaggio?
«Di fondo c'è sempre Judith Butler che continua a ispirarci e poi c'è il libro di Wendy Brown Stati murati. Sovranità in declino, che è stato molto importante per noi, per iniziare una riflessione sulle frontiere e sui nuovi muri. È stato sia d'ispirazione per MDLSX, per quanto riguarda la questione dei generi e della sessualità, ma anche per Panorama; abbiamo, infatti, lavorato con una comunità di artisti e di attori con background di altre nazionalità, immigrati, come buona parte degli abitanti degli Stati Uniti, che sono stati vittima di discriminazioni per il colore della pelle, perché hanno un accento non perfetto o un tipo di tradizione culturale diversa. Per noi è stato come un flusso unico il passaggio da MDLSX a Panorama, tra i due c'è stato Raffiche, che tocca il tema del transfemminismo, centrale nel nostro pensiero, ma è un lavoro che ha un formato diverso che parte da un testo, mentre con Panorama abbiamo continuato a lavorare sulla mescolanza di linguaggi, ed è molto spostato sul cinema, che è il nostro grande amore».
Cosa della protagonista di MDLSX avete trovato nelle persone coinvolte in Panorama?
«Ci sono tante sfaccettature, le persone coinvolte in Panorama sono persone meravigliose che provengono da background diversi. Questa dimensione caleidoscopica è la stessa che abbiamo cercato di ricreare in MDLSX. In Panorama è fatta con tanti corpi diversi e con fisicità diverse, e questo ci piace molto. Sono persone estremamente generose che ci stanno dando tantissimo, ci sentiamo molto legati, al di là della scena e del lavoro passiamo molto tempo insieme. Per loro questo spettacolo è stata una grande esperienza perché si sono trovati a lavorare su se stessi a ripensare a molti momenti della loro vita, a scelte che hanno fatto; avere questo spazio per un attore non è così comune: c'è sempre un momento in cui deve mettere da parte se stesso per far posto al personaggio, specialmente nel sistema americano, invece qui c'è un continuo rispecchiarsi. Ci sono molte similitudini, anche se in MDLSX il testo non viene da Silvia (Calderoni, n.d.r.) e in Panorama tutte le parole vengono dagli interpreti, io ho fatto solo un grande lavoro di montaggio e di decostruzione, ricostruzione e mescolanza».

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Motus, Panorama

I protagonisti di Panorama non sono solo delle persone che hanno intrapreso un nuovo inizio in un luogo diverso da quello di origine, ma sono tutti artisti: che cosa c'è di unico in queste esperienze? Come ha influito la loro condizione nomadica nella loro pratica artistica?
«Questa è una questione che cerchiamo di sfatare nello spettacolo. Il desiderio di spostarsi di andare in un altro Paese, anche se è indubbio che possa essere accompagnato da motivi importanti, dovuti a guerre o disastri climatici è comunque un diritto di tutti. Cosi come le persone che lavorano in Panorama hanno avuto il desiderio di spostarsi e andare a New York partendo da zero e rischiando tantissimo è qualcosa che può volere chiunque. Che fare un viaggio, provare un'esperienza artistica o lavorativa in un altro Paese non sia possibile per alcuni in questo mondo è inaccettabile.
È vero che per un artista questo viene fuori in maniera forte: il fatto di potersi spostare, entrare a far parte di altre comunità, mettersi in gioco in un modo diverso rispetto al proprio paese d'origine, è un'esperienza che fa parte dell'arte, e credo sia un desiderio di tutti coloro che fanno arte; ma, anche se siamo partiti dal punto di vista degli artisti, e c'è un lavoro sul teatro e sull'essere attore in teatro, per me la questione è universale. Nello spettacolo c'è un ragazzo dominicano, che è nato in un quartiere di New York che si chiama Washington Heights, ci ha raccontato come molte delle persone della sua comunità non si siano mai mosse dal quartiere: per lui il fatto di andare a lavorare a Manhattan non è stato scontato, i suoi genitori e molti dei suoi compagni di scuola non hanno neanche imparato l'inglese e continuano a parlare spagnolo. Questi muri invisibili si trovano un po' ovunque anche dentro le città, fra le periferie e i centri, questo lo abbiamo sperimentato molto anche lavorando in Francia dove le banlieu rimangono dei ghetti».
Com'è avvenuto l'incontro con la Great Jones Repertory Company?
«Siamo stati per diversi anni a fare spettacolo a New York, nel 2011 la prima volta e nel 2012 ci ha ospitato La MaMa, anche se eravamo dentro il festival Under the Radar. La direttrice de La MaMa, Mia Yoo, che compare in un'intervista all'interno dello spettacolo, si è innamorata del nostro lavoro e dal momento che Ellen Stewart (Fondatrice e regista di La MaMa, n.d.r.) è deceduta ma la compagnia esiste ancora, ci ha proposto di fare un lavoro con gli attori della Great Jones. Abbiamo fatto prima un laboratorio per conoscerli e, ascoltando le loro storie così forti e scoprendo i loro background così interessanti, abbiamo deciso di lavorare proprio su questo».

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Motus, Panorama

Non avete attraversato solo le biografie dei performer ma avete condotto una ricerca antropologica attraverso interviste con i familiari delle persone coinvolte nel progetto. Cosa ne è venuto fuori?
«Sono tante storie e nello spettacolo ne esce davvero una minima parte di tutti i materiali che abbiamo accumulato. Abbiamo deciso di partire dai loro nomi, molti di loro hanno un doppio nome, questo ci fa già capire a quanto siano stati costretti a rinunciare della loro storia, della loro identità e diversità. Ad esempio, Valois (n.d.r. Mickens) è del '45, è nata nel periodo della segregazione, gli altri, invece, sono più giovani e molti di loro hanno deciso fare dei viaggi per visitare i loro luoghi d'origine, pur non parlando, in alcuni casi, la lingua. Una delle cose che abbiamo scoperto è quanto gli asiatici siano stati ghettizzati negli Stati Uniti, c'è persino un bando del '24 che impediva loro di entrare, ci sono stati campi di concentramento veri e propri per i giapponesi durante la seconda guerra mondiale, queste sono cose di cui si parla di meno. Ogni comunità ha vissuto, specialmente la generazione dei genitori ma anche i più giovani di riflesso, questo tipo di esperienza discriminante che segna, quindi l'idea di fare arte, riuscire a diventare un attore, lavorare nel cinema è una grande conquista, perché è molto più dura per uno straniero riuscire a entrare nel sistema. La MaMa proprio per lo spirito che aveva Ellen Stewart e attraverso la creazione di questo gruppo teatrale fatto di persone che vengono da tutto il mondo, ha sempre lavorato sul cercare di far nascere qualcosa di altro proprio dall'incontro fra culture diverse. Ed è la cosa più bella ed è quello su cui dovremmo lavorare tutti, pensare all'apporto che possono dare gli stranieri che vivono in questo paese, alla ricchezza che portano».

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Motus, Panorama

Siamo sicuramente indietro su questo, pensando anche a quanto sia difficile incontrare spettatori non bianchi e di nazionalità altre quando si va a teatro...
«È una cosa difficile anche negli Stati Uniti, alla fine la maggioranza degli spettatori sono sempre bianchi anche a New York. Noi abbiamo fatto tre settimane di repliche per Panorama e un po' perché ognuno di loro ha invitato persone delle loro comunità di origine, avevamo un pubblico misto e questa è una delle tante cose belle che è successa a New York, perché non è così comune lì come in Europa, in Italia ma anche in Francia. Noi giriamo tanto e la maggioranza degli spettatori sono sempre bianchi, magari in Francia accade che portino delle scuole ad assistere agli spettacoli, in quei casi ci sono studenti di varie nazionalità, ma sono progetti dedicati. A New York è stato bello perché è stato naturale, hanno scritto del lavoro anche giornali asiatici. Lo spettacolo ha avuto davvero una forza enorme in questo momento, poi, è stato davvero molto amato perché ha dato voce a questa ricchezza culturale che c'è nella mescolanza».
In Panorama c'è un esplicito rivolgersi a un altrove: cos'è questo altrove per Motus?
«L'altrove è quello che ci attira di più pur non sapendo che cos'è, ed è bello per questo. Devo dire che forse è quello che ci tiene in vita, pensare all'andare al di là. I confini e le barriere, a volte, non sono visibili ma ci sono, e quindi pensare alla possibilità di entrare in zone che non sono così visibili o così percepibili o così definibili, perché poi si tratta, molte volte, di qualcosa di non definibile. E per me il teatro è fortemente legato al centro dell'altrove e dell'alterità, è forse l'arte che permette davvero di esplorare lo sconosciuto perché sono così tante le possibilità che hai di maneggiare i linguaggi, le visioni, di ricostruirli, sono sempre dei tentativi, però, dai quali non c'è un punto di ritorno. Anche in questo titolo: Panorama, il vedere tutto, ma il panorama quando è veramente aperto è infinito, implica un senso di andare senza un punto di arrivo, ed è un po' questo quello che vuole passare nel nostro lavoro».

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Motus, Panorama

Durante quest'anno avete abitato molto NY, puoi darci un'immagine che per te rappresenta questa città in questo particolare momento storico?
«Ce ne sono tante, è difficile, perché poi bisogna capire di quale New York si parla. Noi sicuramente abbiamo vissuto l'East Village, che è anche il luogo dove ha sede La MaMa e dove abbiamo passato più tempo tutte le volte che siamo stati a New York. Se devo dire l'immagine dell'East Village che ho, è quella di qualcuno che si avvicina e inizia a parlare per strada raccontandoti la propria storia da zero o con la scusa di una sigaretta. È una dimensione molto bella e c'è tantissima gente che ha voglia di relazionarsi, basta che stai un po' fermo: nell'East Village qualcuno arriva da te. Questa è la dimensione che più amo di questa città: nonostante le tensioni, c'è molta voglia di comunicare. Questo è uno dei quartieri più vecchi di New York, uno dei meno gentrificati, dove ancora si percepisce questa dimensione di mescolanza. Poi ci sono altri quartieri come Williamsburg molto più europeizzati e poi ci sono zone come Harleem e il Bronx che invece sono altri mondi. È difficilissimo dare un'immagine unica e comune di New York, ma quella che ho io è proprio questa: stare su una strada e passare del tempo a chiacchierare con uno sconosciuto e ascoltare le storie, ed è la cosa che mi piace di più anche fare».

Paola Granato
 

 


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