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Se l’Italia crolla a pezzi…

   
 Più denaro alle Soprintendenze? Maggiore manutenzione? Non solo. Servirebbero stimoli e incentivi, oltre alle grida temporanee che si levano da destra a sinistra stefano monti 
 
Se l’Italia crolla a pezzi…
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Nulla da dire. Non è un bel momento per il nostro Paese. Prima Genova, poi Roma. Due cose diverse. Due impatti diversi. Ma che nell’immaginario non possono far altro che unirsi e rafforzarsi l’un l’altro. 
Il problema della manutenzione (e della tutela e della conservazione e del restauro) sono temi che raramente entrano nella sfera del dibattito pubblico se non quando, come in questo caso, si verifica qualche disastro, assumendo toni inevitabilmente emotivi. Proprio per questo, ci sono alcune questioni che vale la pena trattare, prima che il dibattito "di pancia” possa portare all’affermazione di posizioni forse imprecise.
Primo punto: le Soprintendenze non hanno bisogno, oggi, di ulteriori riforme. Non perché l’assetto istituzionale sia perfetto, ma perché sottoporre nuovamente tutto il sistema del dicastero, mentre è ancora in fase di "assestamento, ad un’ulteriore modifica” avrebbe come unico risultato quello di rendere ancora più confusionaria la vita quotidiana dei professionisti con prevedibili (spiacevoli) conseguenze sul carico di pratiche da evadere e rallentamenti sui già tortuosi iter da seguire.
Secondo punto: le Soprintendenze non hanno bisogno, oggi, di più soldi. Non perché ne abbiano a sufficienza, anzi. L’annosa questione della riduzione delle risorse economiche ed umane è già stata evidenziata negli anni. Ma la situazione non si risolve con più soldi o più persone. È necessario, invece, strutturare una migliore spesa delle risorse pubbliche, e con l’adozione e/o lo sviluppo di profili professionali adeguati. 

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Chiesa di San Giuseppe dei Falegnami

Il timore è che, a fronte di questo tipo di evento che inevitabilmente coinvolge anche gli aspetti emotivi delle persone (e quindi dell’elettorato) un Governo che ha sinora mostrato una grande attività di amplificazione delle corde più "emozionali” dei cittadini, possa ritenere efficace la formulazione di dichiarazioni che assegnino "in modo spot” maggiori risorse a questa o quella attività, guadagnando (con denaro pubblico) l’occasione per potersi differenziare dai governi precedenti.
È giusto, invece, che gli ultimi eventi portino ad una riflessione più strutturata sul ruolo delle Soprintendenze, sulle necessità di personale, sulle modalità di organizzazione del lavoro e sulle procedure da attivare. Una riflessione che coinvolga tutti i dovuti ministeri e i rispettivi uffici. Una riflessione da cui possa scaturire (perché no?) un’azione programmatica volta a "mappare” ed "elencare” tutto il patrimonio culturale presente in Italia, al fine di poter quindi avviare un programma manutentivo adeguato e ottenere, al contempo, un registro che potrebbe rivelarsi utile per molteplici necessità attuali e future.
Altrettanto giusta è una riflessione che miri a creare degli strumenti attraverso i quali tutti i soggetti (pubblici e privati) non siano soltanto "obbligati” a fare manutenzione, ma "stimolati” a farlo. Non solo in termini di incentivi (che sarebbe la condizione ottimale) ma anche in termini di congruità degli oneri, sia a capo del proprietario del bene da manutenere sia a carico di tutti coloro chiamati a supervisionare e "gestire” tutti gli iter che è necessario attivare. 

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Genova, Ponte Morandi

Si potrebbe, ad esempio, iniziare col verificare che per le Soprintendenze, le ore-uomo richieste per ciascuna attività prevista all’interno dell’ordinaria amministrazione siano (più o meno) equamente distribuite e che il personale del ministero possa lavorare con una programmazione ordinata, facendo così in modo che tutti i servizi che la Pubblica Amministrazione offre ai cittadini (e che, in alcuni casi, i cittadini sono obbligati a richiedere) possano essere espletati in periodi congrui e certi.
Ulteriore riflessione, infine, che potrebbe essere opportuno avanzare è relativa alle modalità con cui le risorse economiche sono state, negli anni, distribuite tra le varie voci di spesa del Capitolo MIBAC e se tali criteri di distribuzione possano essere modificati e/o ottimizzati e avviare strategie per evitare che la quasi totalità della Spesa Statale in Cultura venga destinata al mero pagamento dei dipendenti. 
Perché se le Soprintendenze non funzionano come dovrebbero (ed è sotto gli occhi di tutti) non è certo una responsabilità dei dipendenti, sovraccarichi, stanchi e spesso circondati da pratiche affastellate su scrivanie che spaventerebbero chiunque. 
I problemi da risolvere, in merito al nostro Patrimonio e alla nostra Cultura, sono tantissimi e compaiono ciclicamente sotto forma di "urgenze” ed emergenze che, sinora, sono stati principalmente risolte attraverso l’erogazione di risorse aggiuntive e "speciali”. Ancora una volta, però, l’Italia si mostra sempre pronta a curare con grande solerzia i sintomi, dimenticandosi, spesso, di curare le cause. Una manovra straordinaria non servirebbe a niente, se non a guadagnare un po' di consenso politico. Quello che occorre è un intervento sistemico e ordinario, attraverso il quale migliorare tutte le condizioni che incidono sulla qualità del nostro Patrimonio: dalla tutela alla valorizzazione, dagli interventi pubblici alla regolamentazione (e semplificazione) di quelli privati. 
Speriamo che il governo, in questo senso, possa formulare un’ipotesi d’intervento credibile, e che non si lasci andare ad azioni più comunicative che di sostanza.

Stefano Monti
 

 


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