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DANZA

   
 I nuovi linguaggi performativi? A “B.Motion”, dove il profondo Veneto incontra il mondo
di Giuseppe Distefano
 Giuseppe Distefano 
 
DANZA
pubblicato

È a Bassano del Grappa, al festival B.Motion, che si possono intercettare i nuovi fermenti della giovane danza contemporanea internazionale in ambito performativo, per quel lavoro che il direttore artistico Roberto Casarotto persegue da anni instaurando contatti e relazioni con artisti di diverse aree geografiche anche extra europee, avviando collaborazioni e progetti. Tra questi gli artisti selezionati all'interno di Aerowaves 2018, il platform condiviso da istituzioni di 34 Paesi dell’Europa geografica. Ricchissimo come sempre il programma dei cinque giorni del festival, che meriterebbe una lunga permanenza. Ma anche sostando solo un giorno di può vivere un’appagante full immersion nella danza sparsa in diversi luoghi della splendida cittadina veneta. 
Danse mutante della canadese Melanie Demers si svolge in una stanza di Palazzo Agostinelli affollata di microfoni sospesi, dove, a stretto contatto con gli spettatori, due interpreti maschili seminudi – in slip, scarpe e calze bianche – si sottopongono al nostro sguardo voyeristico come prigionieri di un luogo di costrizione, forse per un bisogno di raccontarsi ed esprimere qualcosa di sé stessi. Hanno delle coperte che indossano e tolgono di continuo, e delle lattine del cui liquido si bagneranno. In silenzio inizialmente si truccano di biacca, ci guardano, confessano ai microfoni qualcosa della loro identità; poi una musica, un suono d’organo, una canzone pop, segnano diverse situazioni di una danza solitaria, quindi a due, tra suggestioni di lotta greco-romana e contorcimenti. Un corpo a corpo sempre più furioso tra colpi, morsi e lamenti dai toni disparati, fino allo sfinimento che sviluppa immaginari riconducibili all’esclusione e alla dominazione.

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Ari Teperberg

Nella Chiesetta dell’Angelo l’israeliano Ari Teperberg, con And my heart almost stood still ispirandosi alla scrittrice americana sordo-cieca Helen Keller, che descrive come poteva ascoltare la Nona di Beethoven toccando l’altoparlante della radio e ascoltando le sue vibrazioni, costruisce una performance muovendosi quasi sempre ad occhi chiusi e muovendosi in base agli impercettibili rumori e suoni che percepisce attorno, per sviluppare man mano una serie di articolazioni delle braccia e della testa, del viso e degli occhi aperti e chiusi, attraverso la musica che giunge da una cassette a nastro con le note della Nona e ad una serie di palloncini rossi coi quali gioca usandoli come cuore che batte, gonfiandoli col fiato delle parole che pronuncia, indossandoli nelle mani, mangiandoli e fatti a brandelli; fino a coinvolgere un altro performer e, infine, il pubblico, distribuendo dei palloncini da gonfiare. La creazione rientra in un progetto di avvicinamento delle persone non udenti alla danza contemporanea. Ma il meccanismo, alla lunga, risulta alquanto debole drammaturgicamente.
In uno spazio ancora più intimo, la Chiesa Annunziatina, il giovanissimo australiano James Batchelor ha mostrato l’ultimo dei tre lavori, Hyperspace, nati dall’esperienza in una spedizione scientifica nel mare antartico in una condizione di isolamento e di ripetitività della routine giornaliera. Su una piattaforma in costante movimento, ha indagato la semplice e difficile ricerca della stabilità, su come il corpo percepisce e misura l’ignoto. Con gesti lenti Batchelor - quasi sempre fermo in ginocchio, salvo alcuni momenti in cui si inarca o si ripiega - mappa il suo corpo tatuato facendo scorrere le mani come una sonda sensibile di impulsi impercettibili che percorrono i muscoli di spalle e busto, che deformano il viso e gli occhi, che vibrano sulle braccia e attraversano ogni arto. Tutto riconducibile ad un moto interno che parte dal cuore e si apre alla percezione. Una danza ipnotica, poetica, che ci cattura. 

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Danse Mutante con Riley Sims Francis Ducharme ® Christian Brault

Scarabeo_Angles and the void, del giovane coreografo Andrea Costanzo Martini, anche interprete insieme a Avidan Ben-Giat, è un duetto ironico e giocoso che mette in atto una sorta di sfida tra i due amici-nemici occupando il vasto spazio di Garage Nardin, spostandosi e correndo avanti e indietro, componendo figure in pose e movimenti sempre diversi e in competizione, sbeffeggiandosi, specchiandosi l’uno nei gesti dell’altro, in una continua trasformazione fisica ed espressiva della quale vediamo lo sforzo e la fatica crescente. Sembrano personaggi da cartoon o da comiche, ora giocattoli dinoccolanti, ora creature liquide, ora oggetti impazziti all’alternarsi della musica – di Julyan, John Cale/Brian Eno, Battiato – e dei suoni. Qui è divertente il loro gesticolare scricchiolante dietro il segnale dei molti rumori che arrivano – fischi, graffi, cigolii, ingranaggi vari, dondolii, voci di animali, ecc. – fino a uno sfinimento che li vedrà unirsi quando un cambio d’atmosfera e un suono inquietante e minaccioso, li porrà davanti ad una porta luminosa dalla quale esce del fumo. Entrandovi ne usciranno in abiti luccicanti trasformati ancora in qualcosa di nuovo, come lo scarabeo a cui si riferisce il titolo, simbolo egizio del ciclo celeste preso a prestito in quanto segno di rinascita, ma anche gioco di composizione, come quello da tavola, con le stesse lettere usate per formare parole diverse, con sempre nuovi esiti.
Un’altra prova di grande resistenza fisica è quella dei cinque danzatori francesi di Homo Furens, coreografia di Filipe Lourenço, che, nel silenzio assoluto nel quale udiamo il loro respiro e affanno, eseguono incessanti esercizi militari fino a quando, con l’aumento della ripetizione e della fatica, si placheranno pacificati. Ispirato all’immaginario del film di Kubrick Full Metal Jacket in cui un gruppo di giovani marines appena reclutati vengono duramente addestrati con metodi brutali, lo spettacolo investiga il modo in cui guardiamo al movimento, sia per farne coreografia che per farne combattimento. E diventa tale il crescente flusso e riflusso dei danzatori, interrotto solo per brevi momenti per riprendere fiato, che si dispongono in articolate posture seguendo moduli e percorsi spaziali geometrici. Una performance rigorosa che mette alla prova il corpo e la volontà, che richiede il superamento di se stessi e del proprio limite per passare dall’individualismo al senso collettivo. Il gruppo inizialmente avanza e indietreggia in circolo, poi in fila. Uno dietro l’altro. I performer scandiscono i tempi con la precisione del passo militaresco. Strisciano a terra all’indietro, con la schiena, poi carponi, braccia alzate. Saltellano a scatti, eseguono capriole, s’intrecciano tra le gambe e le braccia a formare ponti, catene umane, cunicoli. Smottamenti con spinte e urti violenti, rotolamenti l’uno sopra l’altro, poi a turno ciascuno viene preso, bloccato, sollevato, e piegato dal gruppo. Tutto al ritmo del loro fiato del quale sentiamo l’ansimare e la crescente fatica. Se non si può non ammirare l’impegnativa prova dei danzatori e l’ingegnosa struttura coreografica, ci si aspettava qualcosa che scardinasse quel rigoroso schema di esecuzione che alla lunga, capito il meccanismo, non stupisce più. 

Giuseppe Distefano

 


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