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La linea per tessere il simbolo. Incontro con Alessandro Giampaoli, per la sua mostra a Genga

   
   
 
La linea per tessere il simbolo. Incontro con Alessandro Giampaoli, per la sua mostra a Genga
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Si è conclusa da pochi giorni "Symbolum - l’impenetrabile semplicità di ciò che è”, la personale di Alessandro Giampaoli (Pesaro, 1972) curata da Maria Savarese che ha avuto luogo a Genga dal 4 agosto al 9 settembre. Questo piccolo paese dell’entroterra marchigiano, così denso di architetture naturali come le tante grotte carsiche che ne puntellano il territorio, sembra aver costituito lo scenario perfetto per ospitare il delicato, il rarefatto e il silenzioso, di cui la ricerca di Giampaoli si caratterizza. Il Comune di Genga ha poi saputo fornire all’artista due spazi – Palazzo Fiumi Sermattei e il Museo Speleopaleontologico e Archeologico – più che adatti a entrare in dialogo con la dimensione simbolica e sacrale che, evidentemente, finisce con lo scaturire dalle immagini fotografiche, affiancate anche al linguaggio filmico e a quello dell’installazione, che compongono il percorso espositivo. Giampaoli ne ha approfondito con noi alcuni aspetti, ripercorrendone le dinamiche. 

Il contesto all’interno del quale è ospitata Symbolum è Genga, un comune marchigiano particolarmente connotato dal punto di vista storico-naturalistico e al contempo un piccolo centro pressoché marginale rispetto alle pratiche dell’arte contemporanea. Come è avvenuto l’incontro tra la tua produzione artistica e il luogo? E il video?
«Dopo varie esperienze espositive in contesti urbani ed internazionali mi sono chiesto se avesse ancora senso oggi concentrare le azioni artistiche nei soli grandi circuiti deputati all’arte contemporanea. Sentivo la necessità di calarmi in una dimensione di raccoglimento e creare le condizioni per cui questo stato potesse essere condiviso attraverso un progetto site-specific, di tracciare una linea continua tra radici e contemporaneità e fare incontrare gli estremi. Ho trovato in Genga il contesto ideale, in grado di generare una naturale risonanza con il mio lavoro, caratterizzato dalla ricerca di essenzialità, silenzio, sacralità. Il fatto che sia un centro marginale rispetto alle pratiche dell’arte contemporanea dà un senso compiuto all’operazione. Come artista mi sento investito di una responsabilità: quella di lasciare segni, di incrociare sguardi lungo strade inconsuete, dove l’occhio goda della stessa libertà che cerco nell’espressione e l’incontro sia incontro sincero ed incondizionato. Il video è stato girato nella grande grotta dove nel 1828 fu edificato il Tempietto del Valadier: un palcoscenico naturale di commovente bellezza che mi ha offerto la condizione ottimale per celebrare l’unione simbolica con i luoghi che hanno accolto il mio lavoro in una dimensione sacrale». 
La mostra si sviluppa in due sedi distinte, il Museo Speleopaleontologico e Archeologico e Palazzo Fiumi Sermattei. Sulla base di quali criteri è stato costruito il dialogo tra i due luoghi? 
«La mostra ha un impianto narrativo basato sul progressivo svelamento di contenuti simbolici. Per cogliere il senso profondo del messaggio è necessario portare a compimento un percorso. Anche lo spostamento fisico da un luogo all’altro rappresenta metaforicamente un’evoluzione nella comprensione del Tutto: da San Vittore delle Chiuse, dove è ubicato il Museo Speleopaleontologico ed Archeologico, bisogna attraversare tutta la gola di Frasassi per arrivare fino a Genga, a Palazzo Fiumi Sermattei. Quell’intervallo temporale tra pareti verticali di roccia è assolutamente necessario per far sì che la visione maturi. Al termine si comprende che non c’è inizio e non c’è fine, o meglio, la fine coincide con l’inizio poiché il progetto è stato concepito con una struttura ciclica. Le due sedi sono inoltre fortemente caratterizzate dall’elemento pietra, aspetto che favorisce l’idea di una continuità tra spazio espositivo e natura del luogo». 
La natura è un elemento indubbiamente cardine del percorso espositivo; cosa ha determinato la scelta di coinvolgere la natura sia in forma reale (decontestualizzata e ricontestualizzata) che in forma di rappresentazione fotografica/filmica? 
«La mia ricerca è sempre stata caratterizzata dalla relazione con la Natura di cui ogni essere è emanazione: siamo parte di un ordine naturale, che è manifestazione viva e tangibile di una Verità che spesso ci sfugge. Utilizzo semplicemente una grammatica che possa riportare alla luce quella Verità». 
C’è poi la dimensione simbolica a costruire il filo rosso dell’intero progetto espositivo. Cosa innesca, secondo te, la necessità di avere, di conservare, di condividere il "simbolo” nella contemporaneità? 
«Il bisogno di una visione unitaria, di ricollocare il sé nel Tutto. Se non ci riconosciamo nella storia perdiamo le coordinate esistenziali. Il simbolo è una bussola interiore. Il mio lavoro indaga la natura umana in chiave evolutiva; è quindi logico che io attinga ad un codice simbolico che appartiene alla nostra storia. Ciò mi consente di creare collegamenti tra varie correnti filosofiche e spirituali e di riallacciarmi alla tradizione iconografica attraverso linguaggi contemporanei come quelli della fotografia e del video. Vedo il simbolo come un forte elemento di congiunzione tra passato e presente, tra piano materiale e piano spirituale, tra culture diverse, quindi inclusivo. Il simbolo mi permette inoltre di evocare tematiche e contenuti complessi senza descriverli o annunciarli a grandi titoli, mantenendo quella dimensione di silenzio e raccoglimento che reputo fondamentale per innescare una riflessione profonda». 
Per concludere: in entrambi gli spazi espositivi il canale visivo da te usato viene accompagnato, unito, completato da contributi sonori, ora poetici, ora musicali. Quale apporto ti sei auspicato nello scegliere queste due collaborazioni?
 «L’artista per come lo intendo è un tessitore, deve cucire insieme concetti, spazi e visioni in una forma armonicamente completa ma al contempo aperta. Nella mostra ogni elemento rimanda all’altro. Il suono ha una funzione ben precisa: se al Museo Archeologico di San Vittore delle Chiuse assume forma poetica, si fa voce narrante (quella del poeta Stefano Sanchini), oracolo, evocando contenuti simbolici che entreranno successivamente nel campo visivo, a Palazzo Fiumi Sermattei, nell’intervento installativo Kòsmos, ritorna suono primordiale, congiunzione tra aria e terra, spirito e materia (Mario Mariani, Kalpa, for piano, 2018). É proprio nell’insieme che la visione trova forma compiuta. Tutto è annunciato, nulla è rivelato perché il percorso è dialogico e si fonda su quello che potremmo definire un processo di riconoscimento inconscio. É una situazione immersiva e chi entra accetta di calarsi in una dimensione relazionale, trovandosi di fronte ad una narrazione perturbante: il simbolo è la porta di accesso, induce interrogativi profondi e spinge a trovare risposte. Riprendendo i versi di Stefano Sanchini "non si agiti l’animo alla risposta / piuttosto trovi la giusta domanda”. Per il momento storico che stiamo vivendo, reputo oggi molto importante l’aspetto relazionale, il confronto e il dialogo umano e professionale. Proprio per questo Symbolum ha rappresentato anche un modello operativo: è stato un concerto armonico di energie ed idee in cui ognuno ha avuto un ruolo fondamentale, da Maria Savarese che ha curato la mostra, a Casa Sponge che ha sapientemente gestito coordinamento e regia progettuale. Sponge è una realtà estremamente vitale che dall’entroterra marchigiano, appoggiando su solide fondamenta di condivisione, cooperazione e ricerca ha saputo tessere una trama significante di relazioni virtuose su scala nazionale. Esattamente quello di cui abbiamo più bisogno oggi in Italia: la sana pratica della riedificazione culturale». (Marta Magini)
 


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