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Una donna formidabile in Francia

   
 L’appassionante storia e la preziosa collezione di Margherita d’Austria, raccontate in una grande mostra al Monastero reale di Brou   
 
Una donna formidabile in Francia
pubblicato

La mostra allestita la scorsa estate nel Monastero reale di Brou, a Bourg en Bresse, nel dipartimento francese dell’Ain, "Primitifs flamands. Trésors de Marguerite d’Autriche”, ha messo in evidenza i legami fra arte, potere e religione all’inizio del Rinascimento nell’Europa dell’impero di Carlo V ma presentava anche un altro motivo di interesse. 
Se infatti la raccolta di opere di pittori fiamminghi del periodo dal 1430 al 1530, da Jan Van Eyck a Bernard van Orley, passando per Robert Campin, Rogier van der Weyden, Hans Memling e Hieronimus Bosch, rappresenta un interessante campionario per aiutare a comprendere meglio il percorso di formazione e di maturazione dell’arte olandese nel XVI secolo, non meno importante è il contributo di conoscenza fornito dal tentativo di ricomporre una delle più importanti collezioni d’arte dell’Europa del nord e tra le meno note, accendendo l’attenzione su Margherita d’Austria, ammirevole collezionista di opere quali il celebre Ritratto dei coniugi Arnolfini, di Jan van Eyck, o il prezioso codice miniato franco fiammingo Très Riches Heures du duc de Berry, dei fratelli Limbourg.
La visita completa a quest’unicum, comprendente tanto la mostra quanto gli appartamenti della principessa ereditaria riallestiti, il monastero con i suoi chiostri e la candida, sfolgorante cattedrale restaurata con le sculture cinquecentesche delle sue sepolture, risulta un omaggio alla celebrazione di una figura femminile di grande spessore e al gusto e alla cultura che diedero vita a questo prezioso tesoro.
È illuminante la specifica sezione storica che racconta la ricchezza degli scambi culturali ed economici fra le diverse regioni europee, intrecciati agli scontri dinastici, e la complessità della sua vicenda umana e politica, cui val la pena accennare anche per come è collegata a quella dell’altra mirabolante figura femminile, a noi più vicina, l’omonima Margherita d’Austria de Medici Farnese. 
Il gradevole allestimento di pannelli, proiezioni ologrammatiche, ricostruzioni di abiti e di ambienti, sintetizzano il denso e complicato percorso di potere e sapienza della principessa "Marguerite d’Autriche” - in realtà Margherita d’Asburgo, in quanto figlia dell’imperatore Massimiliano I d’Asburgo e di Maria di Borgogna - iniziato a soli tre anni quando, promessa in sposa a Carlo VIII di Francia, fu trasferita alla corte di Blois per essere educata come regina di Francia. Ma tale non divenne per confuse ragioni dinastiche, di potere e di alleanze. La seconda promessa di matrimonio che la coinvolse a 15 anni, per quanto intricata, la portò a celebrare le nozze con Giovanni d’Aragona due anni dopo in Spagna, raggiunta con un avventuroso viaggio per mare per sfuggire ai temuti attentati, secondo una rotta che fu commissionata, dalla futura suocera Isabella di Castiglia, niente meno che a Cristoforo Colombo. Matrimonio durato tuttavia solo tre mesi, per l’intervenuta morte del giovane sposo già malaticcio. Una terza promessa a un rampollo Tudor, possibile erede al trono d’Inghilterra, svanì. Ma nel 1501 convolò a nozze finalmente felici con Filiberto di Savoia detto il bello, Duca di Savoia, Principe di Piemonte e Conte d'Aosta, Moriana e Nizza. Nozze appassionate ma di breve durata, perciò alla sua morte, con grande rimpianto, decise di costruire alle porte di Bourg-en-Bresse questo monastero reale di Brou, per ospitare tre sepolture: quella del marito Filiberto, quella della madre Margherita di Borbone-Clermont, già defunti, e la sua. 
A quel punto rifiutò categoricamente l’imposizione di altre nozze e nel 1507, anche per le sue dimostrate capacità, fu nominata dal padre Governatrice dei Paesi Bassi. Oltre ai delicati compiti e ruoli di governo che eserciterà con energia e successo, si sarebbe occupata di allevare i nipoti, figli del fratello Filippo II, cioè Carlo - il futuro Carlo V- Eleonora, Isabella e Maria, tutte future regine di svariati troni europei, e dell’educazione e protezione della figlia illegittima del nipote ormai imperatore Carlo V, quella che diverrà la sua omonima Margarita d’Austria. E così iniziò a essere mecenate e collezionista d’arte.
La mostra è particolarmente emozionante perché si svolge in quello che fu il luogo nel quale l’intera collezione fu trasferita alla sua morte, legata al monastero che aveva fondato nel 1504. Quella raccolta di opere oggi sparite o disperse è infatti conosciuta per via degli inventari successivi. Il primo fu compilato nella sua residenza di Malines nelle Fiandre nel 1523, una ricevuta del 1533 riporta la lista delle opere effettivamente consegnate al monastero di Brou dopo la sua morte e un documento del 1659, redatto in occasione del passaggio di consegne fra comunità monastiche, riporta ancora sostanzialmente lo stesso elenco. Ma con la Rivoluzione francese la collezione si disperde quasi completamente. 
Sulla base dei diversi documenti d’archivio e ispirandosi alle collezioni nei musei europei, i commissari dell’esposizione, Pierre-Gilles Girault e Magali Briat-Philippe, hanno cercato di rendere lo spirito della collezione, in parte improntata alla devozione e in parte alla celebrazione del lignaggio. Infatti, nell’eredità di Brou, alla predominanza dell’iconografia sacra, tra la passione di Cristo (Ecce Homo di Jan Mostaert verso 1525), la celebrazione di Maria e le scene delle vite di santi quali Francesco, Antonio e Girolamo, motivate come reazione alla Riforma protestante e alla diffusione del calvinismo nelle Fiandre, si affiancano i ritratti profani di Margherita e della sua famiglia e le rappresentazioni dell’opulenza, del potere e della corte, con opere che splendono nell’imitazione mirabolante di gioielli, stoffe, tessuti, pellicce e merletti.
Le opere esposte evidenziano l’evoluzione artistica che, dal primo modello borgognone agli inizi del ‘400, rappresentato da Jan van Eyck e Rogier van der Weyden, porta al secondo modello borgognone della seconda metà del ‘400, con Jean Hey e Hans Memling. Il terzo modello, detto asburgico, dell’inizio del ‘500, è rappresentato da una rarefatta versione della Tentazione di sant’Antonio di Hieronimus Bosch o di un suo seguace o dall’agghiacciante Festin d’Hérode di Juan de Flandes, dipinto per Isabella di Castiglia nel 1496 e ora al Museum Mayer van den Bergh di Anversa, dove un’impettita Salomé serve su un vassoio la testa del Battista come fosse un pollo arrosto a Erode ed Erodiade, vestiti con sfarzosi costumi dell’epoca. Alcuni artisti mostrano l’influenza subita dal rinascimento italiano, quali Joos van Cleve e Bernard van Orley, quest’ultimo quasi suo pittore di corte che è autore di due diversissime opere esposte: un ritratto della reggente che più fiammingo non si può e un Gesù che cade portando la croce, realizzato verso il 1520 e conservato all’Oriel College, Oxford, con chiare reminiscenze raffaellesche.
L’esperienza vissuta, la sensibilità e la cultura di questa donna forte, possiamo presumere abbiano influenzato fortemente la sua protetta Margarita in particolare formandola con due modelli di comportamento: accettare di buon grado di sposarsi per ragioni dinastiche e appassionarsi alla raccolta di opere d’arte. In tal modo creò le basi per trasformare la figlia illegittima di Carlo V in una pedina importante nella strategia delle alleanze, in un Europa dilaniata da guerre territoriali e religiose, oltre che in una donna colta. 
La giovanissima Margarita viene inviata in Italia alla corte di Napoli dove, in attesa delle nozze con Alessandro dei Medici, duca di Firenze, volute da Papa Clemente VII de Medici, riceve l’educazione propria di una nobile rinascimentale: studia il latino, l’italiano, lo spagnolo e i modi di corte. Ma l’unione celebrata nel 1536 sarà breve perché, dopo un anno, Alessandro viene assassinato dal cugino Lorenzino de' Medici. Questo incidente consente al nuovo papa Paolo III Farnese di chiedere in sposa per il nipote Ottavio Farnese la vedova sedicenne e celebrare l’anno successivo le nozze.
Questi furono i primi momenti della carriera di quella che diventerà una donna di Stato di rango europeo e abile diplomatica nel giostrarsi fra le volubili alleanze del padre Carlo V e di tutti i potentati centroeuropei e italici grandi e piccoli, con lei apparentati o meno. Ma queste parentele, in un’epoca nella quale le corti e l'altissima aristocrazia feudale erano internazionali e gli stati nazionali ancora in formazione, e i tanti titoli, fra cui duchessa di Firenze, duchessa di Parma e Piacenza, crearono le condizioni per il suo coinvolgimento nell’ampliamento della collezione Farnese.
La raccolta, iniziata nel secolo precedente a Roma, da Alessandro VI Borgia, si era sviluppata anche a Parma, con opere di scuola emiliana e fiamminga, e a Piacenza, nel palazzo di famiglia Farnese. Dal 1564, cominciarono ad affluire le sculture dagli scavi archeologici a Caracalla e da altri luoghi di Roma e, a seguito della nomina del figlio di Margarita, Alessandro Farnese a reggente dei Paesi Bassi, si arricchì di un nucleo di pitture fiamminghe. Specificamente di Margarita fu il contributo alla collezione per gli arazzi fiamminghi - di cui raccolse più di duecento pezzi - e per l’avvio della raccolta di gemme con pezzi provenienti dalle collezioni quattrocentesche del Papa Paolo II e di Lorenzo il Magnifico, fra i quali la preziosa tazza Farnese. 
La collezione Farnese, com’è noto, pur avendo subito vicende secolari complicatissime è quasi integralmente conservata ed è comunque rintracciabile anche se in sedi diverse - i musei di Capodimonte e l’Archeologico Nazionale a Napoli, sono le sede di gran parte della raccolte - proprio perché continuò ad arricchirsi e fu protetta dai successivi eredi. Ma ha una complessità di provenienze e di scelte non sempre coerenti, diversamente dalla raccolta fiamminga di Margherita d’Asburgo che, invece, presenta una singolare omogeneità nelle scelte identificabili con la singola personalità di una donna formidabile.
Come tale è una testimonianza preziosa di un momento storico e culturale che la disponibilità di documenti consentirebbe di ricostruire nel dettaglio procedendo sulla strada intrapresa con la realizzazione di questa prima mostra.

Giancarlo Ferulano

 


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