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TRE DOMANDE A…

   
 Una nuova rubrica per scoprire, in breve, progetti e artisti. Inizia Davide Sgambaro
di Giulia Coletti
 Giulia Colletti 
 
TRE DOMANDE A…
pubblicato

La pratica artistica di Davide Sgambaro muove da una ricerca intimistica e dall’interesse per la natura umana in ogni sua sfaccettatura. Lo scorso 25 settembre ha inaugurato la sua prima personale presso la galleria Ritaurso Artopiagallery di Milano. 
Da quale intuizione ha preso il titolo la tua prima mostra personale in galleria Una Cosa Divertente che Non Farò Mai Più, che apre il ciclo espositivo di Ritaurso artopiagallery?
«Una cosa divertente che non farò mai più (1996) è un saggio di David Foster Wallace. Il suo intento è di recensire una crociera extralusso ai Caraibi. Ciò che mi interessa di questo scritto è il rapporto tra lo scrittore e quel qualcosa di estremamente superficiale che si crea in descrizioni esilaranti, date da uno straniamento descrittivo e dai suoi malinconici cliché. Parallelamente, mi sono di recente avvicinato al concetto di "inclinazione” intesa come forma di debolezza attraverso il saggio di Adriana Cavarero Inclinazioni. Critica della Rettitudine (2013), in cui la filosofa si interroga sul significato morale e politico della postura verticale del soggetto, proponendo una soggettività in termini di "inclinazione”. Il mio bisogno è di riflettere su com’è cambiata la divulgazione dei nostri contenuti privati, e delle nostre intime paure o vergogne, finendo quasi per considerare l'omissione un atto necessario a proteggere un'individualità precaria. L'omissione è inevitabilmente accompagnata da un cinismo difensivo, che si trasforma talvolta in ironia…talvolta in rabbia. I saggi sopraccitati mi hanno accompagnato nella produzione di una serie di lavori che si sviluppano per tappe – come una "crociera” nella quale si possono visitare lidi che conducono a ricordi reali, celati nella forma e che alla fine del tour riportano a una superficialità quasi scontata, accompagnando il visitatore all'uscio. Ecco la scelta di prendere in prestito il titolo da D.F.W., il quale oltre a sdrammatizzare la solennità dell'occasione (una sorta di "titolo-talismano”) lega anche i tre corpi di lavori presenti in mostra. Sin da principio, ho cercato un titolo che potesse essere anch'esso un lavoro a sé, chiave di lettura soggettiva per le opere in mostra».

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Davide Sgambaro, Una Cosa Divertente che Non Farò Mai Più

Parlaci delle opere in mostra.
«In mostra si trovano tre serie di lavori differenti. Apre la personale una serie di dieci monocromi, smalto da carrozzeria su tela, concepiti come lavoro unico. Ho lavorato in passato come addetto al tintometro, per un'azienda veneta che produceva colori su ordinazione e su campione. Ogni volta che mi si chiedeva di replicare un colore, il procedimento era quello di produrre lo smalto e farne dei campioni, passo dopo passo ci si avvicinava al colore richiesto. Da quella esperienza ho archiviato campioni di smalti e pitture murali. Nel caso dei monocromi, utilizzo questi campioni come modello per riprodurre, quanto più fedelmente possibile, i colori di alcune opere d'arte che hanno ispirato la mia ricerca. La resa non vuole e non potrebbe essere quella del lavoro originale. In quanto omaggio, una volta utilizzato un colore non può essere replicato e così via fino ad esaurimento scorte. Seguono delle sculture in ottone e pannolenci, tutte dalle forme e colori differenti, in base al ricordo analizzato. L'ottone non è altro che il tempo presente, l'autoritratto, che si modifica, si ossida, mentre l'innesto in pannolenci è il ricordo che risulta inalterato. Le sculture rappresentano una serie di "prime volte”, deducibili solo dagli interventi che ho riportato sui materiali stessi. Chiude la mostra un neon bianco, posto nell'angolo più esterno dell'edificio con la dicitura You Have to Bury Me Twice. Si ha qui il ritorno alla superficialità, a un cinismo autodifensivo e brutale che allo stesso tempo potrebbe fungere da mantra, da recitare al mattino accompagnati dalla registrazione di un qualche maestro di autostima».
Cosa muove la tua ricerca artistica verso l’intimità ?
«Non mi sono mai chiesto perché fosse per me naturale ragionare sull’intimità. Ognuno di noi può trarre conclusioni differenti davanti al medesimo oggetto. Mi è semplice narrare punti di vista attraverso i miei lavori, giocando con le loro proprietà mai scelte a priori. Ciò che è interessante è che sei tu ad aver acceso la scintilla di una prospettiva diversa, inizi a dare maggiore attenzione a cose che prima magari non notavi… e ora sono rivelazioni. Eppure sono sempre state lì».

Giulia Colletti

 


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