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Diario di una Biennale
al Cairo/3

   
 Terza puntata del “diario” di Elena Giulia Abbiatici, raccontando fortemente la situazione egiziana e quotidiana  
 
Diario di una Biennale - al Cairo/3
pubblicato

29 ottobre

La maledizione dei taxi insieme all’incapacità di molti taxi driver di guidare bloccano la mia mattina e i miei movimenti, per quel tanto da frenare l’allestimento, rallentato già da una tempistica egiziana che conosce una potenzialità inespressa nella programmazione, ma compiuta nel districarsi fra il caos cittadino. Il taxista con una me metà dentro e una me metà fuori dall’auto, decide di partire: sento il mio piede sinistro scivolare sotto la ruota e vivo secondi di terrore. Fra lo spavento, il panico e la preoccupazione per un piede già ampiamente rotto e operato, a fianco a me, sul taxi, c'è chi chiede di sbrigarsi che siamo in ritardo! In ritardo per una colazione. Incasso a fatica e arrivo al Felfela per il brunch di gruppo. Ghiaccio sul piede e taamiya. 
La giornata si dipana poi in corse su Uber per qualche stampa, e un tentativo di installazione. 
L’esperienza della città, la si fa in auto con l’occhio fuori dal finestrino e una speranza riposta sul freno. Le auto illese sono pochissime, si dà la precedenza guardandosi negli occhi e i semafori sono una rarità del centro città. Le strisce pedonali restano un miraggio a distanza di qualche kilometro fra di loro e attraversare la strada si trasforma ogni volta in una corsa per la vita. E così, sorvolando clacson e guida a slalom, si assapora l’anima del Nilo dal finestrino, trovando scorci di bellezza in ogni diversità. Ho ancora negli occhi la leggiadria con cui i venditori ambulanti agitano un ventaglio di piume di struzzo sulle pannocchie alla griglia.

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Il Nilo dal finestrino


La giornata è lunga, almeno fino alle 2 di notte, ma si conclude poco-pochissimo ogni giorno, perché ogni azione richiede ore di preparazione, per la ricerca di banali scale, martelli, livelle, del muro adatto, del laboratorio che stampa a dovere. Sul poster, ad esempio, che mi hanno consegnato, sono impresse delle impronte di olio e so che lo dovrò fare ristampare, senza sperare in alcun diritto. Qui se godi di un servizio, in qualsiasi modo esso si sia svolto, lo devi pagare una volta e ri-pagarlo se lo riordini perché non ne sei soddisfatto. Sono training di tempi e modalità africane, che aiutano, se si valica l’esaurimento, a relativizzare le urgenze e anche le necessità. 

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Il Tavolo, unico sostituto utile della scala


Ad esempio: la scala si è liberata alle 22, domani e dopodomani non la potrò avere. Per installare il lavoro di Sara Enrico, devo rinunciare al party serale. Stretch Squeeze Still è un lavoro complesso perché bisogna dare forma ad un tessuto bidimensionale e lavorare con precisione e la sera tarda troviamo a fatica l’energia. Alle 23 con Mohamoud iniziamo ad installare; lui che è un grande appassionato di musica italiana, mi mette l’hip hop di Coez e mi canticchia "Essence benzina o gasolina” di Rino Gaetano. «È stata molto urgente e bella la primavera araba – mi dice – ma ora è rimasta la difficoltà dei giovani di vivere. Se sei giovane attivista o ex manifestante, sei un soggetto in pericolo». «Randomly they come to pick up you». «Anche alcuni tuoi amici?». «Sì, certo, anche alcuni miei amici». Li prelevano nelle case e li fanno scomparire. Queste cose si sanno, ma sentirle dalla voce viva di un ragazzo con il quale stai condividendo scale, chiodi e martelli da tre giorni, ha l’effetto di una cassa di risonanza. Vorrebbe migrare, fuori dall’Egitto, perché non è facile vivere lì, ogni giorno che ci si alza è una sfida e insieme un atto di coraggio. 

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Sara Enrico

Il lavoro per stanotte è finito. Prenoto un Uber, come fosse un attimo. Il driver mi aspetta all’angolo della via, fra Hoda Shaarawy e Talaat Harb. Sono venti metri, ma il doorman dell’edificio incalza e non mi fa uscire, mi prende il braccio e mi dice in mezzo inglese e molta gestualità "Don’t move”. Sembrano attese normali, a scriverle, ma viverle è diverso. La sensazione che è quella di non potersi mai sentire al sicuro e del dover evitare il pericolo. In quei 20 metri, a quell'ora, potrebbe succedere di tutto. L'auto dopo una breve attesa se ne va. Il segnale GPS della mappa non è abbastanza preciso, non mi vede. Chiamo il secondo Uber. Devo raggiungerlo all'angolo, pochi metri, che saranno mai, mi avvio ma il doorman mi blocca di nuovo. Non mi fa fare un passo. L'auto se ne va. Ne chiamo un terzo e finalmente arriva davanti a me. Lo pago il triplo che i 10 pounds delle due corse precedenti mi sono state addebitate, ma almeno arrivo in hotel sana e salva. Ho fame anche stasera, per tutto il giorno ho mangiato solo due cocktail al mango, il bar dell’albergo è già chiuso e uscire per strada è sconsigliabile. Spero nel sonno che plachi la fame. Qualche messaggio agli artisti e una rapida scrollata alle mail. La crema sul viso e i tonfi pesantissimi dei lavori della metro sotto la mia stanza. Alle 3 di notte. 

Elena Giulia Abbiatici

Continua…

Something Else – Off Biennale Cairo 
(Chief Curator: Simon Njami; Direzione artistica: Moataz Nasr) 
"Polyptoton / πολύπτωτον", a cura di Elena Giulia Abbiatici 
Fino al 15 Dicembre 2018 
Sede: Darb1718, Cairo. Artisti: Brodbeck & De Barbaut, Sara Enrico, Ryts Monet, Mariagrazia Pontorno, Marta Roberti, Serj, Emilio Vavarella
In partnership con l’Istituto Italiano di Cultura, Cairo. 
Grazie per la cooperazione a Galleria Doris Ghetta, Ortisei; Galleria Passaggi Arte Contemporanea, Pisa; Galleria Operativa Arte Contemporanea, Roma; GALLLERIAPIÙ, Bologna

 


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