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L’intervista/ Luisa Laureati – 2

   
 IO, L’ARTE E ROMA
Seconda parte di un resoconto sincero, ironico e partecipato di una città che c’era, con la sua internazionalità
 ludovico pratesi 
 
L’intervista/ Luisa Laureati – 2
pubblicato

Come hai conosciuto Franco Angeli?
«Un giorno mio padre mi disse che c’era una mostra interessante alla Salita: una collettiva con Angeli, Festa, Lo Savio, Schifano e Uncini. E mi portò. Papà aveva conosciuto Franco nello studio di Burri e me lo presentò. Il 31 dicembre del 1960 dovevo andare a passare il capodanno con Salvatore Dierna, detto Tato, e alcuni suoi amici architetti che si incontravano dopo mezza notte; avevano una consegna ed erano in ritardo. Passai la prima parte della serata da Mara Coccia, dove c’era una festa, e da lì conclusi la serata con Angeli e disertai l’appuntamento con Dierna».
Com’era il rapporto con Angeli?
«Difficile. Forse per ambedue, ma io nel frattempo sono cresciuta, ho imparato a vivere e a lavorare, ma siamo stati profondamente legati fino alla sua morte. Quando la nostra storia finiì-ma mai del tutto- i miei genitori ed io rimanemmo la sua famiglia, la sua piccola sicurezza. Mio padre, allora questore al Senato. lo protesse tutte le volte che gli si rivolse. Molti anni dopo, intorno al ‘65, incontrò l’attrice svedese, giovanissima e bellissima, Ulla Bergryd, che aveva la parte di Eva nel film La Bibbia di John Houston e la portò in casa dei miei genitori, come si porta una giovane fidanzata a casa dei propri genitori. Franco mi trovò il locale a Via dell’Oca dove nacque L’Oca. Nessuno conosceva Roma come Franco, la città gli apparteneva già da bambino quando era per le strade, spesso a chiedere l’elemosina con la madre. Anni dopo mi ricordo che ero all’Oca e mi chiamarono dall’ospedale San Giacomo dicendo che una persona che aveva tentato il suicidio aveva fatto il mio nome. Era Franco che allora aveva un flirt con la Rossellini e un amore con Marina Lante della Rovere; non so che era successo, e non lo chiesi mai, ma gli detti l’aiuto che mi chiedeva, forse per andar via da lì».

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Nunzio, Senza titolo, 2003, legno dipinto e combustione su legno, 170 x 300 x 300 cm.

Hai mai avuto opere di Angeli?
«Ho avuto delle opere bellissime di Franco e alcune ancora ne ho. Con Franco ho vissuto per quattro anni a Passeggiata di Ripetta 24 mentre Mario Schifano era al 25, nella stessa strada Ileana e Michael Sonnabend al numero 12, credo a Palazzo Borghese. E da loro vedemmo le prime opere Pop. Che non si chiamavano così allora. Più tardi quando nacque l’Oca andai ad abitare a Piazza del Popolo in un appartamentino nel cortile del grande portone accanto al Bolognese, di proprietà dell’architetto e amico Attilio Lapadula. Quando la mattina uscivo di casa per andare all’Oca vedevo sempre un signore più grande di me con un viso interessante e nobile che, seduto, scriveva sul tavolo tondo da Rosati, con davanti una tazza di caffè. Cominciammo a salutarci, poi mi offrì di prendere un caffè con lui, si presentò, si chiamava Joseph. Diventammo quasi amici. La mia giornata di lavoro cominciava con delle chiacchiere sue meravigliose. Non so se sparì lui o io. Passò del tempo e io vivevo a via della Mercede con Giuliano, passeggiando per via del Babuino con lui mi sentii abbracciare da qualcuno: era Joseph. Gli presentai Giuliano e dissi Joseph lui aggiunse Rykwert (aveva già scritto La Casa di Adamo pubblicata da Adelphi), uno dei miti di Giuliano. Nacque una amicizia che continua ancora».
Giuliano Briganti…come mai? 
«Attraverso un amico che aveva pubblicato una riedizione di Valori Plastici e mi chiese di portarla a Briganti per ottenere una recensione sull’Espresso. Lo conoscevo e perché papà me ne aveva parlato, ma confondevo i due Briganti (Aldo, il padre, anche lui storico dell’arte amico di Longhi e Giuliano che aveva fatto un dibattito all’Oca con Ripellino organizzato da Carla Vasio qualche mese prima). Andai nel suo studio, a via del Borghetto dentro Villa Borghese e gli portai il libro. Chiacchierammo un po’ poi mi chiese di cenare con lui. Ero felice perché mi ero divertita, non avevo nulla da fare per la serata, ma misi subito le mani avanti, non avevo mai voluto giochi con uomini sposati e non ne avrei avuto. Dopo poco venne a vivere con me e successivamente mi sposò, ma non fece mai la recensione al libro».

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Marco Gastini, Apeiron 2, 2005 - Il canto del blu, 1996

Come iniziò l’avventura dell’Oca?
«Come una libreria e, mentre ero smarrita con i libri da mettere a posto, passa una bellissima donna che si ferma incuriosita: era il 1965 e mi chiese che stavo facendo, risposi "vorrei fare la libraia” e lei "ed io l’editrice”. La bellissima donna era Rosellina Archinto. Così nacque la nostra amicizia che dura tutt’ora. Incominciammo a fare insieme le presentazioni dei suoi libri e ancora oggi abbiamo un progetto insieme. Mio padre mi diede due milioni e mezzo e altri due e mezzo li ebbi in prestito da Dino Del Bo, collezionista conosciuto con Franco e amico di tutta la vita. Qualche tempo dopo l’apertura della libreria qualcuno mi disse che il regista Antonioni voleva vendere un dipinto di Morandi, lo vendetti subito. E restituii quando dovevo a Dino, come restituii i denari a mio padre, non ricordo, ma con un’altra vendita di opere d’arte. Ma la mia vita cambiò completamente nel 1968, quando, faticando a vivere vendendo libri, pensai di chiedere agli artisti di fare delle tirature di litografie da vendere in libreria».
Da libreria a galleria?
«Feci disegnare dall’architetto Gianni Folchitto un trabiccolo girevole che doveva contenere le lito dentro delle buste di plastica, perfetto. Iniziai con Ettore Colla, sempre amico di mio padre, mi fece due tirature dello stesso disegno con due misure diverse, che ho tutt’ora. Soddisfatta di questo inizio andai da Matta che alloggiava al Plaza. Gli chiesi di farmi una tiratura di una lito, io avrei pagato le spese e fatto a metà della tiratura. Fu subito un "si” e seguì un "ma perchè spendere le mie energie nel cercare di vendere una litografia a poche lire, molto meglio vendere delle tele”. Fece in modo di farmi avere subito tre tele di media grandezza da vendere e così iniziò un rapporto che durò fino alla sua morte».
Hai mai venduto dei falsi?
«Probabilmente si. Ero amica di Sandro Penna ed ebbi da lui alcuni disegni di de Pisis da vendere, ora ho molti dubbi sulla loro autenticità. Del resto avevo solo 23 anni: forse qualcuno non era autentico».

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Giosetta Fioroni, Immagine del silenzio, 1964, smalto su tela, 180 x 80 cm La Danza, 1966 smalto su tela, 140 x 120 cm

Chi erano i tuoi amici artisti?
«Abitavo a passeggiata di Ripetta, lavoravo a via dell’Oca, il punto d’incontro degli artisti e letterati era Rosati: come non essere amica di tutti? I rapporti più forti erano con Giulio Turcato, Gianni Novak, Ettore Sordini, Gastone Novelli, Sandro Penna, Ennio Flaiano, Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Germano Lombardi, Pablo Volta, Carla Vasio, Goffredo Parise. Quando mia sorella Laura fece la comunione le regalai un disegno di Novelli che pagai 5000 lire. Credo rimase malissimo, e ora credo sia felice di averlo, è piccolo ma bellissimo».
Allora i rapporti umani erano più semplici…
«Senza dubbio. Per strada incontravi il poeta Alfonso Gatto, Ennio Flaiano veniva in libreria … la città era diversa. Non c’era il problema di perdere tempo».
E oggi?
«Uno dei miei più cari amici è Giulio Paolini, che ho conosciuto nel 1968. Allora per breve tempo fui in società all’Oca con Carla Vasio, che era stata insieme a Giorgio de Marchis: lui ci suggerì di fare una personale di Giulio Paolini. Avevamo attaccato i disegni con le puntine da disegno. Ne vendetti due, uscirono anche delle recensioni. Un altro grande amico fu ed è Luigi Ontani».
Qual è la mostra che hai fatto che ti ha più coinvolto?
«In galleria feci una mostra di Paul Klee, ottenuta con l’aiuto di Giuliano, del quale purtroppo non comprai nulla e me ne rammarico».
Che rapporto aveva Giuliano Briganti con gli artisti contemporanei?
«Si divertiva molto con loro. Credo che Giuliano faticava molto con la storia dell’arte, non era un topo di biblioteca e tanto meno d’archivio. Quindi il contemporaneo era un territorio dove ti potevi muovere con più facilità».
Sei stata felice nella sua vita?
«Vorrei chiedermi "è stato felice con me Giuliano?”. Da una specie di cantilena che mi ha scritto prima di morire direi di si. Sono infelice adesso. Del mio mondo del passato è rimasto poco, mi sento sola e non mi piace».

Ludovico Pratesi


 


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