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È questione di Classis

   
 Tra numeri, domande e una proposta museale in grado di “arrivare” al pubblico e di coinvolgerlo emotivamente. Giro nel nuovo fiore all’occhiello della Romagna Elena Percivaldi + Anna De Fazio Siciliano 
 
È questione di Classis
pubblicato

Risucchiata da necessità edilizie, solo oggi dopo anni di abbandono, la città scomparsa di Classe, nata nel V secolo sotto Onorio riaffiora alla luce dal buio dei secoli. Passando da periferia in degrado a fiore all’occhiello dell’intera regione, erede unica di una raffinata civiltà antica e multietnica che ha lasciato tracce indelebili al nostro patrimonio artistico, per brillare di nuovo in tutta la sua bellezza, riparte dalla cultura, ricomincia da un museo. Classis Ravenna Museo della Città e del Territorio, inaugurato lo scorso dicembre, rappresenta solo la punta dell’iceberg di una realtà finora del tutto sommersa. Luogo - satellite attorno al quale nel corso degli anni ruoteranno numerose iniziative, Classis rappresenta la posa della prima pietra di una più vasta e ambiziosa operazione di resurrezione archeologica, storica e urbana. Perché sì, è vero, era urgente un intervento di riqualificazione e recupero di un edificio di archeologia industriale come è l’ex zuccherificio ma questo adesso non basta più: l’altra metà del cuore di Ravenna, Classe pretende il suo posto nella storia. Ed è tempo, affinché le sia restituita la dignità del suo passato, con questo progetto reso possibile grazie alla Fondazione Ravennantica, l’Amministrazione Comunale e la Cassa di Risparmio di Ravenna, è tempo di rimettere in piedi un territorio e iniziare a rimappare i veri confini. 

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La vetrina dedicata alla preistoria e agli etruschi


Accanto alla Ravenna dei mosaici, alla vicenda di Sant’Apollinare in Classis, o della futura musealizzazione di San Severo, infatti ci sono altre storie non solo da raccontare ma proprio da ricostruire. E il nuovo museo per farlo e rendersi più leggibile, lo fa istallando lungo il soffitto pannelli con linee del tempo, con un allestimento corposo fatto di 600 pezzi, tra diversi ambienti e focus su temi specifici. Ma anzitutto utilizza le più moderne tecnologie di sondaggio geofisico del sottosuolo, cosa che per altro ha permesso di riportare alla luce non solo reperti eccezionali tra quelli esposti ma anche in termini più tecnici, ha consentito il ritrovamento di quei tubi di terracotta che qui e a San Vitale sono stati utilizzati per alleggerire il peso delle strutture edilizie. Inoltre, ed è la prima volta che succede, realizzando disegni e mappature che hanno restituito la toponomastica della città che fu. L’intero intervento, costato una cifra considerevole pari a 22 milioni e 125mila euro, ha diversi obiettivi, e uno è rimettere il museo al centro della proposta culturale cittadina, per poterla immaginare cuore pulsante di una comunità vibrante, esattamente come lo era in passato. Considerando che in tempi come questi, in cui progetti di valorizzazione e tutela, sia del patrimonio archeo-artistico sia del paesaggio ancora latitano per diverse ragioni in numero e qualità, il piano messo a punto in concerto tra Fondazione, Comune e Cassa di Risparmio finora ha pochi eguali. Se si pensa poi al tempo impiegato per poterla rivedere alla luce, 16 anni circa, e agli ostacoli che sembravano insormontabili, come quelli sollevati per alcuni spostamenti di reperti antichi, allora è ancora più notevole il risultato raggiunto, costi quel che costi. Ma è davvero così? È più importante spostare per valorizzare dentro un museo che ha quasi valore nazionale o negare lo spostamento adducendo al valore d’identità di un luogo? Un museo che nasce anche con l’intento di fare memoria e rinsaldare il senso di appartenenza può arrogarsi, per così dire, il diritto di prelazione? Forse, non andrebbe fatto il paragone, perché al contrario che qui a Ravenna, li c’è spesso il rischio di perdere per sempre un oggetto d’arte, ma domande come queste sono state poste per molte mostre tenute nei luoghi interessati dal sisma di due anni fa. Al di là di questo però occorre accendere i riflettori su ciò che prima non vedevamo e che ora, nonostante il disappunto del trasloco di alcune opere, possiamo fare. Con questo museo Ravenna entra ed esce nella sua storia. Quella nota e quella più inedita. Finora sospesa sulla bellezza dei mosaici adesso grazie a questo impianto espositivo, con la visita di Classis che si lega fin da subito anche sul piano comunicativo all’intera vicenda ravennate, abbiamo l’occasione di apprezzare tutta la sua lunga ed eccezionale parabola storico artistica. Dagli anni longobardi, a quelli degli Ottoni, dall’età comunale alla dantesca, è tutta Ravenna che si lascia finalmente conoscere.

Anna De Fazio Siciliano

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Testa di Tyche, marmo, II secolo d. C.

"Classis Ravenna”, il Museo della Città e del Territorio, ha inaugurato a dicembre nell’ex Zuccherificio di Classe: 2.600 metri quadrati complessivi per un percorso che, attraverso oltre 600 reperti, ripercorre la lunga e gloriosa storia di Ravenna dalla preistoria all’antichità romana, dalle fasi gota e bizantina all’Alto Medioevo. I "numeri” dell'iniziativa sono imponenti: l’investimento che il Comune di Ravenna, con il Mibact, la Regione Emilia-Romagna e l’Unione Europea hanno messo in campo, con l’apporto determinante della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, supera i 22 milioni di Euro. La progettazione del nuovo "Classis Ravenna”, realizzato e gestito dalla Fondazione RavennaAntica così come l’Antico Porto, la Basilica di Sant’Apollinare e, nel cuore di Ravenna, la Domus dei Tappeti di Pietra, il Museo TAMO e la Cripta Rasponi, è stata affidata all’architetto Andrea Mandara mentre la parte scientifica è curata da Andrea Augenti. Tutto intorno, sta inoltre sorgendo inoltre un’oasi verde di 15.0000 mq e collegamenti da e per i principali monumenti della città.  

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Alcuni oggetti rinvenuti negli scavi di San Severo

Al Museo si entra salendo una doppia rampa di ingresso aperta su un grande a prato. A dividere le due rampe un grande "nastro” interamente rivestito a mosaico di tessere di varie tonalità di blu, che riproduce l’idea del mare su cui Ravenna nasce e da cui ha tratto linfa vitale, ricchezza e commercio nel corso dei secoli.  Varcata la porta, si è accolti da una bellissima installazione composta da un grande telo-vela che riproduce le navi stilizzate della flotta di Classis così come sono rappresentate nel celebre mosaico di Sant’Apollinare Nuovo. Nella zona accoglienza è presente la biglietteria, un punto informazioni e un bookshop ben fornito. Una volta entrati nelle sale, ecco iniziare il "racconto” vero e proprio della storia cittadina, concepito come in continuo dialogo con l’architettura recuperata del vecchio Zuccherificio, che rimane sempre visibile.  A condurre il visitatore per mano attraverso i tanti secoli di vita della città è una "linea del tempo” rossa, come un fil rouge appunto, che segnala le date principali e una serie di banner con le gigantografie dei personaggi (Teodorico ovviamente, ma non solo) che hanno scritto la storia di Ravenna.
I reperti archeologici sono inseriti in appositi espositori disposti cronologicamente – dall’età preromana al basso Medioevo con la fine di Classe – lungo le gallerie del percorso, intervallati da vetrate e altri apparati grafici, visivi e sonori: una proposta vivace e interessante, in grado di "arrivare” al pubblico e di coinvolgerlo emotivamente. Spazi particolarmente ampi sono dedicati, come un focus, a temi ritenuti cruciali come ad esempio la navigazione e i commerci, affrontati in una sezione dedicata al loro approfondimento.  Completano l’allestimento numerosi plastici ricostruttivi, a volte collegati a proiezioni di immagini, e pannelli che ricostruiscono anche l’aspetto delle genti che, via via, hanno partecipato a comporre l’identità cittadina: etruschi, romani, goti, longobardi, bizantini. Ma il museo non sarà solo una raccolta di reperti pregevoli (e ce ne sono: uno ad esempio è lo spettacolare mosaico del VI secolo proveniente dal cosiddetto "Palazzo di Teodorico”), ma anche un luogo dove docenti e studenti dell’Università potranno seguire i loro percorsi formativi e di ricerca.

Elena Percivaldi

 


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