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Il “caso” Lorenzo Lotto

   
 Ultimi giorni per scoprire, in terra marchigiana, la mostra diffusa sul grande pittore. Tinta di un po’ di giallo e qualche inedito Anna de Fazio Siciliano 
 
Il “caso” Lorenzo Lotto
pubblicato

Articolata com’è tra più località, la mostra su Lorenzo Lotto è stata concepita non per una città ma per un territorio. Jesi, Macerata, Recanati, un vero e proprio museo diffuso lungo la rotta marchigiana. L’esposizione principale "Lorenzo Lotto. Il richiamo delle Marche” a Macerata, che per altro rimette al centro le bellezze infrante dal sisma, punta sulla vicenda di Lotto, personalità artistica tirata fuori dal cappello di Bernard Berenson, il geniale studioso che nella prima metà del ‘900 fu il primo ad invaghirsi di lui (visitò la mostra del 1953 ben sette volte!) come poi Sgarbi, più avanti Banti e oggi Tancredi. Proprio Vittorio Sgarbi, qualche tempo fa, a proposito dello studioso, di cui in mostra troviamo copie dei famosi taccuini, in un breve articolo, scrisse: "Berenson non perdona a Lotto di essere uno che struscia i piedi per le strade di periferia (…) ringraziando il buon dio di tanta umiliazione”. Aggiudicato, sembra comprovato, il Nostro era piuttosto remissivo, più incline alla solitudine che alla frequentazione di gente e salotti nobili. Forse anche per questa indole introversa, e certamente per colpa della prepotenza creativa di Tiziano che gettava ombra su tutti, il prezzo da pagare fu molto caro, tanto da essere spinto a lasciare molto presto la sua Venezia. Però l’esigenza, in verità condivisa con molti altri artisti, di trovare un posto nel mondo che lo induce a spostarsi nelle Marche, si rivelerà la scelta giusta. E qui tra Recanati e Jesi non mancheranno importanti committenze ed altre opportunità. E poiché, come succede spesso, talento e occasione vanno di pari passo ecco che le Marche sono il luogo incunabolo della sua carriera. Ai nostri giorni in cui prolifera l’interesse per Lotto, anche dopo mezzo secolo dalla sua nascita, dopo eventi come la celebrazione dell’anno lottesco, dopo la pubblicazione di saggi e ricerche, perché la sua storia che per giunta resta ancora controversa, continua instancabilmente ad affascinare? È curioso, è una faccenda che non solo ci strega, ma a ben vedere, anche grazie a questa mostra ha anche il potere di inaugurare un nuovo corso alle cose. Si, perché vede riaprire casi di attribuzioni irrisolte (fatto non insolito) o rispolverare (questo è meno frequente) opere lasciate a lungo tra le scartoffie dei depositi come la Madonna delle Grazie "custodita” inconsapevolmente nel sottoscala dell’Ermitage. 

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Lorenzo Lotto, Svenimento della Vergine durante il trasporto di Cristo al sepolcro, 1541

Di più, la mostra lancia provocazioni, per mezzo di una cornice e del quadro vuoto, sui furti d’arte. Su uno in particolare, quello della Madonna con il Bambino e tre angeli avvenuto nel 1911, che forse si poteva evitare, se l’allora consiglio comunale di Osimo non si fosse incaponito dal trattenere l’opera in un luogo mal protetto invece che destinarlo altrove, anche se fuori regione (Gallerie dell’Accademia di Venezia o Uffizi come era stato proposto da Ricci e Cavalcaselle). Non possiamo essere certe se proprio per via di queste tinte da romanzo poliziesco, la pittura lottesca sia oggi così seguita. Non fosse per altro, almeno così si sta iniziando a rendere giustizia a un uomo e artista considerato per secoli un illustre sconosciuto. Oggi addirittura si profila la smania di conoscerlo, sta nascendo un vero e proprio culto, che crea intorno a sé un nuovo esercito di aficionados. Accanto agli studi e alle ricerche, infatti si individuano altri risvolti persino letterari. 

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Lorenzo Lotto - Cristo conduce gli Apostoli sul monte Tabor - 1510-1512 - olio su tavola - 26,5×57,5 cm - San Pietroburgo, Ermitage

È il caso per esempio del romanzo L’Otto scritto proprio di Lucia Tancredi del 2016: con 340 pagine accattivanti che tracciano per mezzo dell’escamotage di una seduta psicanalitica, la storia del pittore e la passione nei suoi confronti da parte di Berenson. Insomma Lotto diventa un caso, letterario e storico artistico. E tra gli altri casi studio e i dubbi attributivi sollevati proprio dalla mostra c’è il quadro La negazione di Pietro, in prestito da una collezione privata milanese. L’opera è riferibile a un periodo che oscilla tra il 1523 e il 1532. Finora le ipotesi erano due. Nel catalogo della mostra del 1953, lo si immaginava d’ispirazione raffaellesca, cioè Lotto avrebbe mutuato il soggetto dal San Pietro liberato dal carcere delle Stanze vaticane. È plausibile come ipotesi? dal momento che Lotto lavorò alle Stanze soltanto fino all’epifania di Raffaello? Nel 1980 Caroli invece l’associa all’ultimo periodo di Tiziano o Tintoretto. Il curatore Enrico Maria Dal Pozzolo propone un’altra idea, e l’avvicina al periodo di soggiorno bergamasco, momento per Lotto di ricerca luministica più intenso. E secondo voi qual è la più plausibile? La domanda resta aperta. E anche questo è il senso profondo di una mostra di ricerca, offrire nuovi spunti critici. Affiancata da un pannello multimediale che ricostruisce il quadro che c’è sotto il quadro, i pentimenti e rifacimenti di Lotto, La Venere adornata dalle Grazie racconta una storia che ha dell’incredibile. Anche se pubblicata nel 1957 da Zampetti, è rimasta all’oscuro per sette decenni. E sette sono, da quanto risulta dal restauro eseguito in occasione della mostra maceratese, gli strati di ridipintura. Sotto questi sette livelli, c’è un vero e proprio "palinsesto” che si è deciso di azzerare per riportare il quadro allo stato di realizzazione iniziale. Ma le novità non finiscono qui perché il curatore sostiene che il quadro sia di un periodo che va dal 1524 e il 1527, quindi più indietro negli anni rispetto alla data finora assegnata del 1530. 

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Lorenzo Lotto, San Girolamo penitente, circa 1513-1514, olio su tela, Brukenthal Museo Nazionale di Sibiu, Romania

Come che sia, sappiamo che l’opera è stata molto amata dal pittore. Gli indizi? La tenne con sé per svariati anni e la toccò e ritoccò a lungo. Non sappiamo ancora però da quale "insigne quadreria” principesca romana provenga. Molti altri sono i meriti dell’esposizione. L’affresco che ritrae San Vincenzo Ferrer, per esempio è stato staccato dalla chiesa di San Domenico a Recanati per preservarlo da ulteriori pericoli sismici, facendo in questo modo dell’esposizione anche un’importante operazione di tutela dei beni artistici della regione. E non solo da questo punto di vista, si è lavorato anche per contribuire a proporre un aggiornamento degli studi perché l’idea del pittore che incapace di imporsi a Venezia, rifugge in un piccolo centro come Recanati è stata del tutto abbandonata. Recanati era una città molto vivace – come sostiene Dalpriori in catalogo "centro di una fitta rete commerciale e in quegli anni politica”. Perciò si tratteggia finalmente un’immagine di Lotto non più come frate laico che si riduce al peregrinare per città e paesi, le Marche e soprattutto Loreto era un santuario internazionale che divenne presto un cantiere artistico di grande risonanza. 

Anna de Fazio Siciliano

 


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