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Ludico sociale

   
 Intervista a Stefano Cerio, a partire dai luoghi dell’assenza dell’Aquila. E dal loro rumoroso silenzio che sembra invocare una identità perduta che ritorna “gonfiabile” jacqueline ceresoli 
 
Ludico sociale
pubblicato

Stefano Cerio a Milano, nella sede di THE POOL, presenta fino al prossimo 23 marzo una nuova serie di opere "Aquila” in omaggio all’Abruzzo ancora in bilico tra catastrofe e ricostruzione in seguito al terremoto del 2009. Apparentemente ludico, l’autore coglie luoghi dell’assenza, surreali dalla luce rarefatta immerse nel loro rumoroso silenzio che sembrano invocare una perduta identità. Sorprende l’installazione di una casa gonfiabile e cortocircuiti visivi e sonori, scopriamo come e perché in questa intervista.
Quando e perché ha introdotto i gonfiabili di quelli utilizzati nel parco giochi per bambini, case, stadi o altro come soggetti delle sue giocose "architetture effimere?
«Tutto il mio lavoro ha sempre avuto una forte componente ludica. Nel momento in cui ho pensato di spostare il mio interesse da una riproduzione oggettiva della realtà a un lavoro essenzialmente installativo, ho deciso di utilizzare i giochi gonfiabili attratto dalla loro leggerezza sia fisica che concettuale».
Come nasce la serie "Aquila” esposta per la prima volta nella galleria THE POOL a Milano?
«Fondamentalmente avevo voglia di lavorare su una tematica sociale senza in nessun modo cadere nella retorica che è spesso presente in molti lavori contemporanei. Il terremoto e la sofferenza che il territorio ha subito dovevano essere presenti, ma non evidenti».
Lei si caratterizza per fotografie di grande formato di parchi del divertimento di massa svuotati e silenti, sospesi tra realtà e finzione, in ogni caso spaesanti, quando e perché nella sua ricerca artistica ha adottato anche il video?
«Dalla prima serie "Aquapark” del 2011 il video ha sempre rappresentato l’opposto del lavoro fotografico. Le zone di divertimento venivano riprese piene di folla, in una sorta di inversione delle foto prive di ogni presenza umana. Erano un contrappunto che serviva a comprendere meglio il lavoro fotografico. In "Aquila” il video è il centro dell’operazione e la fotografia il supporto».

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Stefano Cerio, Aquila, 110x140 pigment print

"Souvenir”, "Aquapark”, "Night Ski”, "Cruise Ship”, "Night Games”, "Chinese Fun”, sono i titoli di una serie di opere già note a livello internazionale, che indagano la dialettica assenza/presenza, paradossi tra naturale e artificiale, in cui non compaiono figure, bensì "ingombranti” e apparentemente giocosi reperti di cause ed effetti della globalizzazione, quale critica della società dei consumi, del divertimento forzato. Nella serie "Aquila” noto un’evoluzione della sua ricerca più poetica e intimista, concentrata sugli effetti atmosferici, con chiaroscuri d’effetto pittorico, intensità luminescenti, come se fosse alla ricerca di materializzare sottese "trasparenze” di metafisiche interconnessioni tra reale e immaginario che sembrano "scolpire” nello spazio le sue ludiche e quasi tragiche sculture gonfiabili: è solo una mia impressione?
«Sicuramente in questo lavoro, anche da un punto di vista formale, c’è una differenza. Ho potuto scegliere non solo i soggetti, ma anche dove inserirli. Il rapporto con la natura è molto forte, e questo ha determinato contrasti e condizioni, a volte anche casuali, che non si potevano presentare nelle serie precedenti, che avevano nel sintetico e nel finto la loro ragione di esistere».
Nel video esposto nella prima sala della galleria lei si è concentrato anche sulla resa dell’aspetto sonoro del gonfiabile nel mentre del suo gonfiaggio, cosa indica questa tensione nel suo lavoro?
«Ho sempre avuto una particolare cura del sonoro. Nella mostra "Night Ski” del 2013 allo Studio Trisorio avevo amplificato in galleria il sonoro campionato dagli impianti di risalita. Trovo che a volte l’audio sia più esplicito del video».

Oltre al video e alle cinque grandi fotografie a colori raccolte nella seconda sala espositiva della galleria, ha collocato anche una grande casa gonfiabile, "Happy House”, la stessa che si vede in una fotografia a fianco, decontestualizzata in un contesto naturale, dove tutto sembra immobile e silente. Perché questa scelta? 
«La casa gonfiabile inserita fisicamente nella galleria viene gonfiata e sgonfiata periodicamente riproducendo il meccanismo di collasso e ricostruzione tipico del terremoto».
Lei fino a che punto gioca con le immagini e spinge oltre la rappresentazione del reale la sua ricerca artistica?
«Anche nelle serie precedenti in cui la realtà sembrava riprodotta oggettivamente penso ci fosse comunque una lettura personale e non esplicita. In quest’ultima serie l’aspetto soggettivo mi sembra ancora più evidente».
Come nasce la collaborazione e, quindi, questa mostra condivisa con le opere di Giuseppe Stampone, raccolte in un’altra sala?
«Ho una grande stima di Stampone come artista, e il fatto che proprio nello stesso momento stesse lavorando a un progetto sull’Abruzzo e sulle montagne che stavo fotografando ha reso questa collaborazione naturale».
Architetture effimere, luoghi del divertimento sospesi nello spazio e nel tempo, evocazioni surreali, come reperti di una innocenza perduta? 
«Nel mio caso non esiste un rapporto con l’infanzia, piuttosto con il gioco che non ha un’etá, ma è una componente essenziale di vita».
Lei manipola le immagini al computer in fase di post-produzione?
«Nessuna trasformazione, uso il computer come "camera oscura digitale” ottimizzando contrasti e colori».

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Stefano Cerio, Aquila, 110x140 pigment print

Quali sono i suoi maestri di riferimento nell’ambito fotografico e storico artistico?
«Sicuramente sono stato influenzato da certa fotografia tedesca, da Renger-Patzsch fino ai coniugi Becher».
Quale serie l’ha più coinvolto e per quali ragioni?
«Come penso sia per tutti gli artisti, l’ultima serie è quella che mi ha coinvolto maggiormente, credo rappresenti un cambiamento fondamentale del mio modo di procedere».
Se dovesse scegliere una sola immagine per i posteri, quale diventerebbe il "manifesto” della sua poetica e per quali ragioni?
«Amo particolarmente il campo di calcio gonfiabile sulla Piana di Campo Felice, la foto lo rappresenta non completamente gonfio, come se fosse in costruzione».
Sta lavorando a un nuovo progetto? Quale?
«I miei lavori durano anche diversi anni. Di fatto non considero ancora finita la mia riflessione sull’Abruzzo, e sicuramente ci saranno altre tappe di questo progetto».

Jacqueline Ceresoli

 


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