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Tra ventuno suore e un groviglio di liquirizia. A Roma le storie nere di Rita Mandolini

   
   
 
Tra ventuno suore e un groviglio di liquirizia. A Roma le storie nere di Rita Mandolini
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Ventuno suore e un groviglio di viscere di liquirizia sono i poli d’attrazione delle storie nere di Rita Mandolini nella mostra "Disturbo di comprensione” che chiude oggi a Roma, ospitata dall’associazione Operatori Culturali Flaminia 58 e curata da Diletta Borromeo. Una personale intimamente femminile, una sorta di autoritratto scomposto, uno scandaglio interiore che sfida il visibile, il limite degli occhi. Il titolo, spiega la curatrice, allude al «meccanismo psichico e psicosomatico causato da fattori mentali quali lo stress e il conflitto” che "dà luogo a fenomeni che esprimono chiaramente ciò che fino a quel momento è stato celato, invisibile ad occhi esterni». 
A partire dal ventaglio realizzato utilizzando una sua ecografia intrauterina, che racconta con la leggerezza di un movimento d’aria un vissuto personale che passa attraverso la malattia e modifica il corpo. La trasposizione della sonda ecografica trascrive il movimento dal buio alla luce, come il ventaglio svela e protegge, manda messaggi e fa da schermo. Collocandosi su questa soglia, l’interesse di Rita Mandolini è rivolto verso quello che non si vede, per limiti fisici, anatomici oppure temporali. 
Le memorie si fanno traccia olfattiva grazie al groviglio di liquirizie, apparentate alle profondità uterine nel loro essere matassa viscerale. Il paesaggio interno del corpo si lega, nella trama del nero, ai ricordi d’infanzia dei dolciumi comprati dalle suore, che si rivelano all’artista-bambina incorniciate da una finestrella, in un rituale di pomeriggi lontani. Volti perduti che vengono ossessivamente evocati in una galleria di ritratti – qualcuno in estasi e qualcuno sofferente – realizzati nell’arco di dieci anni che annegano l’immaginetta sacra nell’esercizio abissale di una pittura monocroma. Laddove nei primi esperimenti un alone di colore viene cancellato, negli anni la progressiva riduzione della gamma cromatica porta Mandolini alla giustapposizione di neri su neri, in un’intensa ricerca dell’impercettibile. Quasi a voler sfiorare la pellicola stessa del ricordo, la sua natura effimera, deformata, un sogno diurno che si fa fantasticheria. 
È un elogio del nero che siamo, nella certezza che anche il buio ha una sua densità, un suo volume, una sua acerba luminosità da scoprire. Rita Mandolini si muove nelle pieghe della sua ricerca artistica come un pesce degli abissi e il suo autoritratto è senza volto, senza il suo volto. 
Completa questa ricognizione di frammenti l’emergere dal nero di un oggetto: un pettine vezzoso, un orpello che assurge a monumento trionfale ed effimero. Archeologia di un ricordo, di quel porsi agli altri che è forse l’unica cosa che resta di noi, sul confine bituminoso che separa i vivi e i morti. (Francesco Paolo Del Re)
 


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