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TEATRO

   
 Un vento chiamato Willy Willy, per spostare l’incontro tra suono, performance e arte visiva
di Paola Granato
 paola granato 
 
TEATRO
pubblicato

Willy Willy è il nome di un vento, da qui il titolo della performance del duo Sigurney Weaver composto da Biagio Caravano e Daniela Cattivelli. Un lavoro che, proprio come il fenomeno dust devils prodotto dal passaggio di quel vento nei territori desertici australiani, sposta e sorprende, nel suo indagare la scena in una tensione continua che intreccia il piano sonoro e performativo in un incontro giocoso e gioioso con l’arte visiva.
Abbiamo incontrato Biagio Caravano, Daniela Cattivelli e Edoardo Ciaralli (artista visivo che ha collaborato a questo progetto del duo) lo scorso novembre a Bologna, in occasione della presentazione di una tappa del lavoro all’interno della stagione di Raum curata da Xing, anche produttore della performance.
Willy Willy debutterà a Roma all’interno di Buffalo un focus sulla performance pensato per gli spazi di Palazzo delle Esposizioni nell’ambito di Grandi Pianure, rassegna del Teatro di Roma curata da Michele Di Stefano
Che cos’è Sigurney Weaver? Quali desideri vi hanno portato a lavorare insieme?
Daniela Cattivelli: «Sigurney Weaver nasce nel 2011. Io e Biagio (Caravano, ndr) abbiamo una formazione diversa: lui è conosciuto come danzatore e performer e io come musicista, in questo duo interagiamo l’uno nel territorio dell’altra. Siamo nati come una formazione che sperimenta sul piano acustico e corporeo in relazione allo spazio e a dei corpi che non sono solo fisici, ma che sono anche delle strutture. Ci pensavo questa mattina: quello che caratterizza il nostro lavoro è che il suono e il corpo hanno spesso a che fare con degli altri corpi: in Honda la partitura fisica e sonora si costruisce attorno ad un agglomerato di speaker che vengono impacchettati. Il suono che si produce e la postura sono in relazione, oltre che allo spazio in generale, a questo elemento centrale. Così è stato anche per You say goodbye, I say hello, you say stop, I say go go go! che vede al centro un tavolo da ping pong lunghissimo, un altro corpo con cui abbiamo a che fare, utilizzando le regole di un ipotetico match di ping pong».
Biagio Caravano: «Pur venendo da esperienze diverse, anche se lei è una musicista che ha sempre avuto a che fare con la performance, si crea  un cortocircuito tra due cose che parlano linguaggi diversi ma che, in realtà, producono un piano comune. Ciò che per me è interessante è che tutto è nato quasi per caso, non ci siamo mai messi d’accordo per lavorare insieme: la prima volta eravamo qui a Bologna, c’era una festa da Betty & Books e ci avevano chiesto di fare qualcosa. A me piacciono le cose che nascono per caso, non messe a tavolino, non considerate come progetto. Piano piano ci siamo resi conto che la nostra diversità, che è anche caratteriale, infatti litighiamo tantissimo, funziona. Diamo vita a una cosa terza che non appartiene né a me né a lei, ma è qualcosa che si produce lontano da noi. Per me il suo mondo è completamente lontano ma ne sono molto incuriosito. In realtà vengo dalla musica, facevo punk negli anni 80 e sono da sempre interessato al suono, infatti la mia idea dea del corpo in scena è sempre l’idea di un corpo sonoro».
D.C: «Anche visto il passato di Biagio siamo partiti con l’idea di produrre qualcosa di sonoro, poi ci siamo spostati altrove e si sono mescolate le cose».

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Willy Willy di e con Sigourney Weaver (Biagio Caravano/Daniela Cattivelli) segni e oggetti di Edoardo Ciaralli produzione Xing/Raum, Foto di Luca Ghedini

In che modo fate incontrare suono e corpo? Secondo voi qual è la relazione profonda che li lega? 
D.C.: «Sono strettamente dipendenti l’uno dall’altro. Tendenzialmente lavoriamo su universi paralleli: da un lato un suono elettronico e dall’altro sull’elemento acustico e i suoni dei materiali che agiamo (ad esempio lo scotch, il tavolo da ping pong…). È interessante lo sbilanciamento che crea lo spazio sonoro sia con un suono che proviene dall’impianto che dagli strumenti che sono agiti fisicamente».
B.C.: «È interessante come il suono rimanda un’informazione che sposta il corpo completamente da un’altra parte, creando condizioni posturali anomale. In Hey (una nostra performance a partire dalla quale abbiamo fatto anche un lavoro con MK), ad esempio, producevamo suono attraverso soffi nei microfoni che rimandavano un’informazione al corpo che, a sua volta, veniva spostato completamente fino a diventare sbilenco. La produzione di suono non fa altro che spostare i punti di vista del corpo nello spazio agendo su di esso. Il corpo, poi, interviene, attraverso questo sbilanciamento, sulla musica, in un rimando continuo. Willy Willy lavora proprio su questo: sulla possibilità di cortocircuito, mette in campo più cose e cerca di farle dialogare per creare ogni volta delle condizioni che non sono mai fisse».
D.C: «Willy Willy, dal punto di vista del rapporto suono-corpo, rappresenta un’evoluzione nel nostro percorso. Tutti gli altri lavori erano quasi delle partiture fisiche per produrre suono in tempo reale. Qui ci sono diversi elementi nuovi, come prima cosa c’è una figura, quella di Edoardo (Ciaralli ndr) che esplora l’aspetto visivo e materico, che è sempre messo in campo ma che in questo caso è più approfondito. Il lavoro è meno finalizzato alla produzione sonora, pur essendo presente molto suono composto e questo è un ulteriore elemento nuovo. Non parlo di una colonna sonora, ma ci sono materiali che per noi è strano utilizzare: campionamenti da field recording di bande polifoniche africane, suoni della tradizione australiana tribale, che si mescolano a un piano che spesso abbiamo perseguito che è quello della produzione sonora in tempo reale».
B.C.: «L’idea di Willy Willy viene da una performance precedente in cui avevamo lavorato sull’emissione del suono dal microfono. Era già presente l’idea di oggetti simbolo, aspetto che è esploso completamente con l’entrata di Edoardo. Ciò che più mi piace è la produzione su più piani di cose che vanno completamente in cortocircuito, lo sguardo non si ferma più sull’oggetto in se ma sulla frizione tra le cose. C’è l’idea di qualcosa che si sposta dal suo senso verso un’altra cosa che non sai che cos’è, ma che torna indietro producendo sempre vie di fuga e sguardi differenti. Willy Willy lavora proprio su far cortocircuitare le cose tra loro per produrre in continuazione qualcosa che non si sa dove va».

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Willy Willy di e con Sigourney Weaver (Biagio Caravano/Daniela Cattivelli) segni e oggetti di Edoardo Ciaralli produzione Xing/Raum, Foto di Luca Ghedini


Qual è il ruolo dell’arte visiva nel vostro lavoro e il ruolo dell’arte performativa nel tuo lavoro Edoardo?
Edoardo Ciaralli: «Per me questa è stata un’occasione per cercare una mia fisicità in relazione a dei dispostivi. Sono un artista visivo e lavoro molto con lo spazio, andando a costruire lo spazio mi sono reso conto che avendo a che fare con dei dispositivi che hanno una durata, ci voleva anche un ingresso fisico che mi mettesse in relazione con questi oggetti. Gesti minimi, semplici, senza una ricerca fisica precisa: si trattava di entrare nello spazio per costruirlo. Costruisco cose che interagiscono tra loro e vedo come cambia lo spazio, come vanno in cortocircuito».
B.C.: «Le forze messe in campo e le tensioni tra gli oggetti costruiscono dinamicamente una partitura orchestrale. Questi oggetti usati da Edoardo hanno anche una vita propria, si spostano in autonomia nello spazio, il ritmo che produce la relazione tra le cose sembra casuale ma in realtà è molto organizzato. Si tratta di un calcolo non calcolato, ed è questo che contribuisce alla costruzione di complessità».
D.C.: «Per me il coinvolgimento di Edoardo è interessante perché è avvenuto in un secondo momento. Abbiamo cominciato a lavorare su Willy Willy lo scorso giugno ed è stato presentato in una prima che definirei teatrale. Questa di Raum è una seconda tappa, è un lavoro in evoluzione. Il lavoro prevedeva già una sorta di collisione dei corpi con dei dispositivi, da qui il coinvolgimento di Edoardo, che ha creato uno spostamento, come se avesse rotto la nostra impostazione così teatrale del lavoro».
B.C.: «Per noi era stata una sorpresa aver fatto un lavoro teatrale, che rimandava al teatro nō. Quando abbiamo incontrato Edoardo non ci aspettavamo di essere spostati di nuovo da tutta altra parte. Eravamo dell’idea di continuare il processo teatrale che, pur non essendo nelle nostre corde, ci incuriosiva. Poi ci siamo ritrovati nella selva oscura, a ricominciare di nuovo e a finire ancora altrove».
In che maniera dialogate con la dimensione temporale in Wlliy Willy? Perché parlate di stratificazione?
B.C.: «Riguarda il tempo e il ritmo. Avendo più oggetti autonomi nella loro animazione si crea una stratificazione che manda in cortocircuito le cose, le fa dialogare anche se di per sé non hanno nulla a che fare l’una con l’altra. In questa frizione che si crea tra gli oggetti animati e non si produce un’idea di espansione del tempo. Ci sono degli oggetti di cui non si può calcolare ne la traiettoria ne la durata. È interessante come queste cose in piena autonomia si dispongono nello spazio in un tempo e un ritmo, non è la cosa che si sposta oggetto dello sguardo ma ciò che si muove intorno».
D.C: «In passato abbiamo usato il termine stratificazione più in senso di complessità sonora, qui è amplificato su più piani che si stratificano su dimensioni diverse, oltre a quelli che volontariamente compiamo c’è una specie di ironico spirito animistico tra le cose che indipendentemente da noi agiscono e che non possiamo prevedere fino in fondo».
B.C.: «Si aprono altre situazioni che stranamente hanno un rapporto preciso con le cose».
D.C.: «Willy Willy è un lavoro che poteva durare un giorno intero o anche un attimo».

Paola Granato

 


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