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Alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, lo sguardo è sulla donna, tra simbolo e rivoluzione

   
   
 
Alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, lo sguardo è sulla donna, tra simbolo e rivoluzione
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I percorsi tracciati tra Ottocento e Novecento nel processo di emancipazione della figura femminile hanno trovato ampia risonanza in ambito artistico, partecipando alla creazione di importanti testimonianza figurative. L’esposizione "Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione”, visitabile fino al 6 ottobre presso la Galleria d'Arte Moderna di Roma, si configura come un felice tentativo di fornirne una testimonianza, riorganizzando sotto questa chiave di lettura oltre cento opere provenienti prevalentemente dalle collezioni della Galleria o da altre collezioni comunali romane. Non è però una realtà esclusivamente locale, quella evocata nelle sale della mostra ma, piuttosto, una narrazione estesa su più ampia scala che racconta di una tematica universale e inesauribile. 
Configurandosi prevalentemente come una rassegna dello sguardo maschile rivolto verso la donna, la mostra svolta infine verso una conclusione in cui la donna può finalmente rivolgere lo sguardo verso se stessa, acquisendo una libertà di autodeterminazione che trova ampia espressione nel periodo delle lotte femministe. Nella produzione degli artisti esposti, tumulti e inquietudini personali vengono canalizzati nella rappresentazione femminile. 
Ciò si evince già dalla sala d’apertura in cui la donna è rappresentata come femme fatale, un tema particolarmente caro ai simbolisti e che trova una perfetta esplicitazione nell’opera di Giulio Aristide Sartorio, Le Vergini savie e le Vergini stolte (1890-1891). Nelle sale successive si assiste a un susseguirsi di nudi e ritratti femminili che rimarcano la volontà di porre la donna al centro di un’indagine psicologica e formale; si possono così incrociare dei veri e propri capolavori, di artisti quali Giacomo Balla, Massimo Campigli, Felice Casorati, Antonio Donghi, Mario Mafai, Marino Marini e Fausto Pirandello. Si procede così verso gli anni ’60, periodo in cui la presa di consapevolezza della scarsa rappresentanza femminile in ambito artistico diventa tematica sentita con estrema urgenza. Questa esigenza si fa evidente nelle sale conclusive della mostra, dove iniziano a comparire alcune protagoniste della scena artistica italiana femminile, quali Giosetta Fioroni e Tomaso Binga (pseudonimo di Bianca Pucciarelli in Menna), mettendo in atto un cambiamento di registro verso un tono vibrante e ironico. 
Confermando un’attenzione verso le storie e le risorse locali, la mostra consente ancora una maggiore contestualizzazione grazie a una consistente selezione di riviste, locandine e fotografie provenienti da ARCHIVIA – Archivi Biblioteche Centri Documentazione delle Donne. 
Di grande interesse è inoltre il ricco calendario di eventi e approfondimenti interdisciplinari, consultabile qui. (Gaia Bobò)
 


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