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Unlimited, forte e debole

   
 Neo Minimalismo non sempre memorabile, dalla forte impronta politica, e trionfo dei grandi classici. Una riflessione sulla sezione più “in vista” di ArtBasel 2019 ludovico pratesi 
 
Unlimited, forte e debole
pubblicato

È l’opera The Sun (2018) di Ugo Rondinone ad aprire questa edizione di Unlimited ad Art Basel: il profilo del sole composto da una serie di calchi di rami in bronzo dorato, che ricordano una corona di spine. Un’opera maestosa ma allo stesso tempo minimale, essenziale ma simbolica, che fornisce la chiave di lettura dell’intero padiglione, che ospita 79 lavori di grandi dimensioni, selezionati da Gianni Jetzer, curatore delle ultime otto edizioni. Una sorta di neo minimalismo, con alcune strizzate d’occhio all’attualità, è il fil rouge che unisce molte opere esposte ad Unlimited 2019, forse non tra le più memorabili ma non priva di spunti interessanti. Poetica e rigorosa l’installazione di Sislej Xhafa Ovoid solitude (2019), una grande serranda chiusa a parete, dove al centro una porticina aperta rivela all’interno una serie di contenitori di uova, sorvegliati da un cubano, Raul Portillo Samà, seduto su una sedia davanti all’ingresso, a testimoniare la memoria silenziosa di un intero popolo. Anche Farsa (2019), l’installazione di Renata Lucas, corrisponde agli stessi criteri: una grande tenda di colore verde ospita due tende più piccole, che creano un movimento continuo dovuto agli spostamenti d’aria, per alludere alla fluidità dell’attuale situazione politica e sociale in Brasile, il paese natale dell’artista. Una riflessione sulla percezione della luce è invece alla base di Breathing Room II (2010), l’installazione di Antony Gormley composta da una struttura geometrica fluorescente immersa nella totale oscurità per 10 minuti, seguiti da 40 minuti di luce intensa e violenta, mentre Rose of Nothingness (2015) di Belu-Simion Fainaru è una grande piscina rettangolare scura piena di acqua, che viene animata da una pioggia di gocce d’acqua ad intervalli regolari, in omaggio ad una poesia di Paul Celan. 

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neugerriemschneider Jorge Pardo © Art Basel

Nera è anche la lunga frusta, composta da decine di cinture di pelle, che scende dal soffitto ed è protagonista di Breathing (2017), l’opera di Monica Bonvicini azionata da un pistone pneumatico che la muove facendola sbattere in maniera violenta. Diretta e provocatoria Open Secret (2018) dell’artista attivista Andrea Bowers, che racconta in maniera oggettiva e senza mezzi termini la biografia di ognuna delle persone coinvolte nello scandalo #MeToo con un’opera-archivio di notevole potenza. Più mediato il messaggio contenuto nel video Concrete affection-Zopo Lady (2014) dell’angolano Kiluanji Kia Henda, che riflette sulla memoria dell’esodo dei portoghesi dal Paese dopo il 1975, quando l’Angola ottenne l’indipendenza. 
Sul versante delle videoinstallazioni spicca Aquila Non Capit Muscas (2018) di Mircea Cantor, incentrato sulla cattura di un drone da parte di un’aquila, oltre a Cosmic Generator (Loaded#3) (2017), l’ironico parallelo suggerito da Mika Rottenberg tra cibo messicano e cinese e raccontato in maniera surreale. La vulgata neosurrealista ha ispirato le opere di diversi artisti, come OttO (2018) il video di Laurent Grasso girato nelle zone più remote del deserto australiano, oppure Flies Bite, it’s going to rain (2018) l’installazione del georgiano Vajiko Chachkhiani con una foresta di alberi morti dove spuntano frammenti di sculture classiche, quasi a rappresentare la decadenza dell’occidente. 

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Magazzino, Galleria Tega Lucio Fontana © Art Basel

Fa storia a se Nirvana (2019) del cinese Xhu Zhen: una sala da gioco dove i tavoli sono realizzati dall’artista con la tecnica dei mandala tibetani, a suggellare la volatilità del gioco e del denaro nel mondo di oggi. Infine la forza dei grandi classici si impone su un panorama piuttosto deludente, con il soffitto in gesso di Lucio Fontana realizzato nel 1960 per la casa milanese dell’ingegner Melandri, il Cedro di Versailles (2000-2003) scolpito all’interno da Giuseppe Penone e Untitled (2000), l’installazione di Jannis Kounellis che ricorda un ospedale militare.

Ludovico Pratesi 

 


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