pubblicato mercoledì 25 gennaio 2012

«Il Medioriente non ha prodotto nulla di culturalmente buono negli ultimi cinquecento anni, e allo stato attuale è ancora un'area geografica arretrata». C’è andato giù duro Hossein Amirsadeghi, noto editore e fondatore del summit "Art e Patronage” tenutosi giorni fa al British Museum e Royal Collage of Art di Londra.
Amirsadeghi ha lasciato di stucco l’assemblea, ma il "piantagrane”, come si è lui stesso definito, ha respinto le critiche, dicendo che il "summit” è un atto di sovversione che vuole prendere alla gola gli intellettuali impegnati e dare una risposta all'arretratezza dell'area della mezza luna. Ma la provocazione non ha sortito gli effetti sperati.
Un paludato Hans-Ulrich Obrist ha parlato della necessità di pensare ai Paesi tra il Mediterraneo e il Golfo come un arcipelago di nodi da sviluppare, piuttosto che nell'ottica di una serie di monolitiche tradizioni. Morbido anche Chris Dercon, direttore della Tate Modern, che ha puntato l'attenzione sulle piccole realtà che creano cultura piuttosto che sui grandi musei in costruzione negli Stati Arabi.
Il dibattito si è acceso quando è entrato nel vivo dell’arte contemporanea. Una delle cause dello stallo è individuata nel potere di chi ha ne preso in mano le redini e che bada più a controllarla che a svilupparne la valenza poetica. Si è difeso William Wells, co-fondatore e direttore della Townhouse Gallery del Cairo, uno dei rari spazi no-profit della capitale egiziana attivo dal 1998, rivendicandone l’autonomia. Insomma, il dibattito è appena iniziato, mentre l’interesse del mercato occidentale verso questa area del mondo è in forte crescita. E della primavera araba quasi non si parla più.