pubblicato venerdì 20 aprile 2012
Oscar Tuazon è nato nel 1975 a Seattle ma vive e lavora a Parigi. Recentemente, prima della sua partecipazione alla scorsa Biennale di Venezia, ha dichiarato, riportato in Vogue Italia, che per il suo lavoro trae ispirazione dal whiskey, dal porno e dalla moglie Dorothée. «Non sapevo di preciso cosa significasse essere un artista, finché non l'ho incontrata. Lei dice sempre la verità, dunque la ascolto». Il discorso non fa una piega, e risulta davvero credibile come frase uscita dalla bocca di un originale abitante degli Stati Uniti siderali. «È maledettamente duro sopravvivere facendo arte, ma sono molto orgoglioso di riuscire a farlo da un paio di anni» aveva continuato Tuazon.
Stasera sbarca in Italia, per la sua prima personale alla Fondazione Giuliani di Roma, ma di certo non lo fa in maniera politicamente corretta secondo le etiche "classiche" dell'arte, perché costruisce una personale attraverso una serie di pezzi presi in prestito da un corposo nucleo di altri artisti.
Una personale a più voci.
Dove, insieme a Tuazon, vi saranno anche Scott Burton, Beau Dick, Peter Fend, Jackie Ferrara, Martino Gamper, Bruce Goff, Elias Hansen e Bea Schlingelhoff. Tuazon si è fatto mettere in fondo a questa lista, partecipante in ordine alfabetico del suo stesso show.
E ha diffuso un comunicato stampa abbastanza confuso dove però la mostra è descritta piuttosto bene nelle sue corrispondenze, nei suoi incidenti, nelle sue zone di con-fusione e di post-produzione. Ecco, forse la chiave sta qui di nuovo, nel fatto che un artista "ruba" materialmente il lavoro di altri per costruire il proprio percorso espositivo. Massì, in fondo nessuno se la prenderà, tantomeno Scott Burton, architetto statunitense morto di Aids nel 1989 che, oltre a dare il titolo alla mostra, risulta essere di particolare ispirazione per Tuazon e per i suoi mille reverse di opere che confluiscono in poetiche appartenenti ad altri e viceversa. Confusione? Beh, questa affermazione potrà chiarirvi le idee: «L'essenza di una sedia è che quando la stai usando non la stai guardando. Può una scultura di una sedia può essere anche una sedia, può una cosa può avere una doppia identità, essere raddoppiata, transessualizzata, perché non può una cosa non essere due cose?».