pubblicato martedì 31 gennaio 2006Il volto simbolo dell’accesa demonizzazione della cultura islamica viene decapitato. Il viso di Oriana Fallaci, sapientemente ritratto da
Giuseppe Veneziano (Caltanissetta, 1971), con tecnica illustrativa, viene posto come immagine-slogan di un evento, che ha più a che fare con la pubblicità che con l’arte. Senza inneggiare ad alcuna censura, la mostra in questione è portatrice di un messaggio inconsistente, anche se indubbiamente ben architettato.
Scendendo nel dettaglio dell’opera discussa, la pittura semplice e chiara affonda le basi nella resa fumettistica e, si ispira (a dire della curatrice e di Veneziano) a personaggi del calibro di
Andrea Pazienza. Fortunatamente lo stesso artista enuncia nel catalogo quali sono i suoi maestri, si potrebbe sennò commettere l’immane errore di accostare, per taglio e posa del soggetto, la testa decapitata della Fallaci alla Medusa caravaggesca… Ma è in ben altri “capolavori” che si ritrova il riferimento più diretto al film di Sam Mendes, a cui l’esposizione chiede in prestito il titolo.
Introdotti dal ricordo, neanche troppo implicito, della data più famosa degli ultimi anni, si deve fare i conti con la rappresentazione metaforicamente banale di una New York ferita, il cui sangue scende sulle gote della Statua della Libertà. Strana commistione tra un provocatorio memoriale e un dissacrante riferimento alla montatura informatica di due episodi tra loro molto distanti (le finte lacrime della Madonna di Civitavecchia e l’attentato alle Torri), la tela esplicita perfettamente l’atmosfera percepita nelle sale.
Il titolo
American Beuty ritorna come graffito insanguinato sui piccoli dipinti che ritraggono frame dei video che pongono sotto accusa i soldati americani, rei di aver torturato prigionieri iracheni.

Nel testo di presentazione si allude ad una particolare attitudine dell’artista verso gli articoli di cronaca, ad un modo di raccontare la realtà attraverso l’arte, che avvicina la figura dell’artista a quella del cronista d’assalto. Accanto a questa panoramica della violenza, si pongono le immagini che dovrebbero stigmatizzare gli stereotipi della cultura occidentale americanizzata. Un primo piano del clown simbolo della McDonald’s, che prenderebbe (sempre secondo il testo in catalogo) le inquietanti fattezze del mostro protagonista del romanzo Stephen King,
IT. La “strana coppia” Harry Potter – Micheal Jackson, di fronte al continuamente redivivo Kenny di South Park. Per finire con una vignetta di un bieco sarcasmo che ritrae il noto artista
Jeff Koons nell’atto di appartarsi, niente di meno che con la Pantera Rosa.
È del tutto inutile però proporre una serrata –se pur fondata– critica quando, attraverso il circuito mass mediale, l’arte contemporanea continua ad occupare spazi concreti sotto forma di scadente caricatura della complessità del reale, o, peggio, di parco dei divertimenti per giovani e carine (altrimenti disoccupate)
starlette in abiti succinti (vedi l’incursione di Mascia Ferri e Alessia Fabiani alla scorsa Biennale). E dunque va bene anche la scontata e didascalica pittur-cronaca di Veneziano, teniamocela…
claudio mussomostra visitata il 19 gennaio 2006
Giuseppe Veneziano - American Beauty
a cura di Chiara Canali e Ivan Quaroni
Galleria Luciano Inga Pin - Via Pontaccio, 12 - 20121 – Milano
orario di visita: da martedì a sabato 15,30–19,30
(possono variare, verificare sempre via telefono)
ingresso: libero - per informazioni:
+39 02874237 (info), +3902874237 (fax)
info@lucianoingapin.com[exibart]