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Fantom

Il test col numero zero, poi il lancio del primo volume in occasione di Artissima. Per una rivista di fotografia tutta in inglese, ma che in realtà speaks Italian. Ne abbiamo discusso con Massimo Torrigiani, editore nonché vecchia conoscenza dell’artworld. Perché della Boiler Corporation si parla...

Fantom con la F... Perché? Cosa e chi si nasconde dietro questa testata?
Con la F perché è spiazzante; la rivista è in inglese, ma è prodotta in Italia e volevamo sbilanciarne l’esterofilia. Ma soprattutto si chiama così perché ogni fotografia è un fantasma e, da quando il digitale ha preso il sopravvento, la fotografia è diventata fantasma di se stessa. Che non è male. La dirigono tra Milano e New York Selva Barni, che per anni ha curato la fotografia di Rodeo e si è perfezionata al MoMA, e Cay Sophie Rabinowitz, che ha diretto Parkett, poi un’edizione di Art Basel e l’ultima Biennale di Atene. Le fiancheggiano Francesco Zanot, un bravissimo critico e curatore milanese, e una vivacissima rete internazionale di collaboratori. La rivista la pubblichiamo noi di Boiler Corporation; qualche anno fa facevamo una rivista d’arte, poi ci siamo presi una pausa, ma adesso siamo tornati con progetti nuovi.

In Italia non ci sono molte riviste dedicate alla “fotografia d’arte”: mi vengono in mente esperienze come quelle di Private e Around Photography, e non molto altro. Come v’inserite in questo panorama?
A modo nostro: tutte le riviste indipendenti nascono da una mancanza, che non ha a che fare coi soldi. A noi sembrava che non avesse più senso parlare di fotografia d’arte, reportage, documentazione... Fantom parla di fotografia e del modo in cui, in tutte le sue forme, incrocia la questione del rapporto tra vero, finto e falso, che è al centro del nostro mondo. E parla del modo in cui diverse forme di fotografia, e i discorsi sulla fotografia, si incrociano tra loro.

Fantom #1Passiamo allo scenario museale italiano. A parte il Museo di Cinisello Balsamo, non vi sono istituzioni dedicate alla fotografia contemporanea (e realtà come la Fondazione Italiana per la Fotografia di Torino ha subito un destino inenarrabile). E anche sotto il profilo dell’approfondimento, a parte i Quaderni stampati dallo stesso museo lombardo, la situazione è piuttosto desolante. Che impressioni avete in merito?
Che il mondo della fotografia italiana ha bisogno di prendere aria, aprire porte e finestre e provocare una bella corrente che ossigeni qualche intorpidito e porti via un po’ di muffa e di stantio. Il Museo di Cinisello Balsamo ci piace molto, ma è un po’ come il Deserto dei Tartari. Di fronte alla mancanza di istituzioni si risponde con l’autorevolezza dei piccoli: fare bene cose belle. Libera la mente, il culo la seguirà, dicevano i Funkadelic. In questo caso il culo è quello pesante della politica.

Qualcuno sostiene che la fotografia non ha più molto da dire come mezzo in sé all’arte contemporanea. Anzi, che il mezzo in sé, in generale, ha esaurito la sua funzione “storica”. Che ne pensate?
Di andarsi a leggere Why Photography Matters As Art As Never Before, l’ultimo libro di Michael Fried. Chi parla di storia al singolare è un trombone, un millantatore o un ignorante: la storia è un genere letterario e la fotografia un dispositivo per l’immaginazione; ha un inizio, che è tecnico, ma non ha fine. Parlando di “documentazione” e “reportage”, per esempio, l’insistenza sul dramma, sulla retorica dell’orrore ha assuefatto gli occhi alla violenza e non la si vede neanche più. Pensa alle riviste “femminili” che in una pagina hanno uno still life di uno stivale di pitone, in quella dopo un crudo reportage di guerra e in quella successiva un servizio su una incantevole casa minimalista. Se la fotografia ha una funzione “storica” è quella di insegnarci a guardare, non di documentare cose che nessuno è capace di vedere.

Veniamo alla rivista. Sul primo numero ci sono già alcune interessanti particolarità: un articolo firmato da Franco Noero su un “proprio” artista (la prospettiva è assai curiosa), l’uso della carta fotografica nelle ultime pagine e, aspetto non di poco conto, l’uso esclusivo dell’inglese...
In ogni numero chiediamo a un gallerista di introdurre il lavoro fotografico di un suo artista. Sul #0 abbiamo chiesto a Guido Costa di spiegare un lavoro di Kusmirowski, sul #1 a Franco Noero di parlare di un lavoro di Simon Starling. I galleristi, non tutti, sono tra le persone più adatte a parlare del lavoro degli artisti; le loro motivazioni nascono prima e vanno oltre il mercato. Sono tra le persone più interessanti del mondo dell’arte; in loro convivono, anche contraddittoriamente, molti suoi aspetti: passione, valore culturale ed economico, ossessività della ricerca e della scoperta, irrazionalità da collezionisti... Fantom #2Uno dei più begli stand dell’ultima edizione di Artissima era quello di Massimo Minini, che ha accompagnato le opere esposte con delle didascalie scritte da lui, dove raccontava del suo rapporto con ognuno degli artisti e spiegava il perché delle sue scelte e il senso delle opere, e di tante biografie, con una sintesi che molti giovani critici non sarebbero mai in grado di raggiungere. La carta fotografica è dedicata a portfolio che realizziamo con aziende la cui ricerca visiva ci piace. L’inglese è il nostro esperanto: una rivista come Fantom in italiano non avrebbe senso, non facciamo informazione su quello che succede in Italia. Facciamo interviste, pubblichiamo portfolio... e la lingua del nostro mondo è l’inglese.

Quali progetti ha Fantom? Innanzitutto per il prossimo numero, che sarà distribuito a gennaio. E poi? Resterete “soltanto” una rivista cartacea o prevedete sviluppi in altre direzioni (internet, premi, mostre, libri ecc.)?
Mostre e premi chissà, forse edizioni, un sito lo abbiamo, semplice semplice, ma con tutto quello che serve: un archivio dei numeri precedenti e un’anteprima del numero in corso; la lista dei collaboratori; link agli abbonamenti... Adesso siamo impegnati a sviluppare la rivista - lavorare veramente su scala internazionale non è facile - e a preparare una piccola collana di libri; ci piace la carta...

a cura di marco enrico giacomelli

*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 63. Te l’eri perso? Abbonati!


Info: www.fantomeditions.com

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