Gianni Bertini - Schiuma del Tempo (FONDAZIONE MUDIMA - Milano)  -  attualmente sono in linea 2938 utenti di cui 19 registrati
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Milano - dal 13 maggio al 25 giugno 2004
Gianni Bertini - Schiuma del Tempo
[leggi la recensione]

FONDAZIONE MUDIMA
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Rigore e poesia sono presenti nella sua opera, in cui l’eccesso creativo trova il suo equilibrio all’interno di un sistema elaborato dove riflessione e meditazione compongono ogni debordamento.
orario: 10.30-12.30, 16-19.30. Chiuso sabato e domenica (apertura eccezionale sabato 15 maggio)
(possono variare, verificare sempre via telefono)
vernissage: 13 maggio 2004. ore 18.30
catalogo: in mostra
autori: Gianni Bertini
genere: arte contemporanea, personale

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comunicato stampa
Gianni Bertini è nato a Pisa nel 1922. C’è sempre qualcosa di eterno nei pittori cresciuti in questo territorio privilegiato, dove l’armonia dei paesaggi, la dolcezza del clima e il colore del cielo sembrano forgiare artisti di una natura particolare, che coniuga maliconia con rigore e ricerca. Bertini appartiene a questa razza. Rigore e poesia sono presenti nella sua opera, in cui l’eccesso creativo trova il suo equilibrio all’interno di un sistema elaborato dove riflessione e meditazione compongono ogni debordamento. Nel 1947, Gianni Bertini conseguì una laurea in matematica, pur dipingendo già da tempo come autodidatta. Le sue opere dal 1947 testimoniano un’astrazione che si rafforza dal 1948-49 nella realizzazione di una serie di dipinti segnaletici: “i gridi”, in cui l’artista compone dei quadri a base di lettere e di cifre ricavate da sagome forate su fondi d’ispirazione più lirica. Questa pittura emblematica annunciava con dieci anni d’anticipo i bersagli e le numerazioni di Jasper Johns. Bertini cerca allora la sua strada in un contesto pisano molto lontano dagli ambiti artistici del dopo-guerra, dominati dall’astrazione. Egli sogna altri luoghi, sogna Parigi.
Gianni Bertini è un italiano di Parigi, partecipò al fermento intellettuale che caratterizza la Parigi degli anni 50-60 e a tutte le feste, a lato del movimento informale e del “Nouveau Réalisme”, la sua arte non appartiene ad alcuna categoria, ma ci ricorda comunque che l’artista ha saputo precedere alcune tendenze e oltrepassarne altre. Evidentemente la sua pittura porta l’impronta delle sue radici culturali, ma è anche riuscita ad aprirsi in un clima di effervescenza e di rinnovamento che caratterizza “l’aria di Parigi” di quegli anni.
Negli anni 50-51, Bertini partecipa al MAC (Movimento d’Arte Concreta), fondato da Dorfles, Munari, Soldati. Questo breve periodo rappresenta, nel suo itinerario, un momento di ricerca fondamentale. Sempre in cerca di uno spazio ideale, Gianni Bertini esplora il mondo della linea e del tratto in contrapposizioni e in piani in cui si indovina sempre la ricerca del movimento. Alcune opere di questo periodo sono composte di rettangoli che non sono fissati alla superficie del quadro, ma restano liberi e si compongono secondo il movimento. Un forte spirito meccanico anima questi quadri che, in opposizione ai quadri statici si chiamano “scomposizioni”. L’adesione al M.A.C. è di breve durata. Questo movimento che rappresentava allora la punta dell’avanguardia italiana, resta marginale, e lo spirito vulcanico dell’artista non si soddisfa seguendo un’ideologia che a parer suo limita una libertà e una curiosità sempre in azione.
Nel 1951 egli abbandona così il MAC, e contemporaneamente va a Parigi e comincia una nuova esperienza, quella dell’informale, in rapporto con il Movimento d’arte Nucleare fondato a Milano da Enrico Baj e Sergio Dangelo. Quella pittura gestuale risponde in qualche modo all’astrazione lirica che si sviluppa in Francia con Wols, Mathieu, Hartung. Ciònonostane in Bertini l’elaborazione dell’opera risalta di una lucidità cosciente e ragionata, poiché la ragione guida la creazione, al contrario del percorso dei lirici, presso i quali la ragione deve essere subordinata alla spontaneità del gesto che precede ogni cosa. Bertini inventa il suo personale universo siderale. Da una pittura nucleare fatta di macchie e di filamenti somiglianti ad immagini macroscopiche di cellule in movimento, Bertini costruisce un nuovo linguaggio, a partire da una gestualità che non attinge a ciò che esiste intorno, e colpisce per la forza dei colori e la libertà della loro composizione. Slegato da qualsiasi ispirazione geometrica, l’artista investe la tela in una creazione astratta, che propone una visione inquietante di un mondo abitato da forze invisibili. Fra il 1950 e il 1960, lo spazio di Bertini si modifica progressivamente, si potrebbe dire che a poco a poco le forme si delineano, diventando più meccaniche, si leggono quasi come una rappresentazione del movimento e una rappresentazione dei pezzi meccanici e dei motori che producono il movimento.
“Alla fine degli anni ’50 l’informale aveva invaso le gallerie, l’artista rifiuta l’astrazione e il primo passo verso l’immagine corrisponde alla riappropriazione dei segni e dei caratteri tipografici disegnati con sagome, poi dei collages in fogli di giornali, nel 1960. Bertini inventa degli spazi dove il collage serve da supporto alle azioni pittoriche che li ricoprono, in uno stile bertiniano vicino al suo periodo informale. Riprende le sue forme meccaniche turbinose per integrarle in un sistema di immagini estratte dal reale, componendo così le prime opere che rappresentano l’immaginario prolifico di un artista sempre in movimento. Prima lo interessano i testi , poi le figure umane (uomini o donne) ritagliate nelle riviste. Integra questi ritagli con neri movimenti di forme cilindriche e circolari in un’esplosione sempre più allargata.
Allora Bertini si avvicina ai “nouveaux réalistes”. Sempre amico di Restany, che aveva avuto a sua volta il suo periodo informale, Bertini decide di creare una “confusione mentale” (così disse l’artista), accostandosi ad un pubblico che l’aveva riconosciuto e gli aveva procurato il successo. Questo ricongiungimento al gruppo dei “nouveaux réalistes”, nel momento che precederà la “Mec-Art”, corrisponde dunque, in Bertini, ad una volontà di rottura, nella certezza che la storia cambia e che di conseguenza gli artisti devono avvertire questi cambiamenti e trasmetterli attraverso le loro opere. Alla Galerie J nel 1962, Bertini si lancia in “Le Pays Réel”, per la prima volta egli espone un lavoro risolutamente staccato dall’informale. L’artista, nello spirito del “Nuovo Realismo”, stravolse il senso ad oggetti emblematici dall’ufficialità. In un senso di derisione e di contestazione egli “bertinizzò” (secondo la definizione di Restany¨: bertinizzazione) bandiere, passaporti, contravvenzioni, timbri postali… Questa mostra appare, per certi amici dell’artista come un vero tradimento. Molto legato a Restany, che fu un “bertiniano” incondizionato, Bertini adotta temporaneamente alcuni clichés dai “nouveaux réalistes”. Bertini rimane comunque in margine al movimento, di cui non firmò il manifesto.
L’eredità del “Nouveau Réalisme” nell’opera di Gianni Bertini corrisponde alla re-interpretazione del quotidiano in un’appropriazione che egli trasforma in una metafora pittorica, insieme poetica e violenta. L’opera nasce dall’immagine: un’immagine esplorata in tutti i campi di lettura possibile, un’immagine rubata, trasformata, “bertinizzata”. Questa storia dell’immagine nasce in Bertini con il Mec-Art (abbreviazione di “mechanical art”. Dal 1962 Bertini pratica il riporto fotografico, che può, a giusto titolo, essere chiamata pittura meccanica. E’ verso il 1964 che l’impiego di questa tecnica diviene sistematico nella sua opera. Il procedimento di riporto fotografico su serigrafia che è alla base del Mec-Art, consiste nel riportare la trama di una fotografia su una tela o una carta fotosensibile. Questa tecnica era utilizzata in pubblicità, e questo procedimento, associato al ricorso delle immagini prefabbricate che escludeva qualsiasi intervento manuale fu dapprima adottato da Andy Warhol nel 1961 e in seguito da tutta la Pop Art. Anche se la tecnica è la stessa, lo spirito in Bertini è totalmente differente. La realtà re-interpretata di Bertini, riveste un carattere pittorico, e l’interpretazione creativa dà all’immagine un valore astratto, distaccato dalla realtà, che non genera una trascrizione esatta, streotipata, come un oggetto trovato e restituito identico, nel modo in cui lo presentano gli artisti Pop. La bertinizzazione del mondo corrisponde ad una interpretazione magistrale dove le forme umane si associano ad una scrittura astratta, per la realizzazione di un’opera grandiosa che focalizza dei frammenti della società., sradicati con l’andar del tempo e proiettati nello spazio del pensiero.
Nel 1969 Bertini si stabilisce di nuovo a Milano, e, nel 1970, alla Biennale di Venezia è commissario del “laboratorio di ricerca”. Egli inizia anche la pubblicazione della rivista “Lotta Poetica” della quale usciranno dodici numeri. Bertini diversifica i suoi interventi, continuando ugualmente a costruire il suo lavoro pittorico basato sull’immagine appartenente alla cultura di massa. Egli sviluppa parallelamente un lavoro poetico-sociologico vicino alla performance.
Nel 1976 inizia l’elaborazione di un insieme di opere riunite sotto la denominazione di “Abbaco”, che rivisita l’arte attribuendole un doppio ruolo: sociale e pittorico, prevedendo il ritorno del pittore alla pittura. Si tratta di opere di citazioni che anticipano le ricerche post-moderne, dove in paesaggi botticcelliani spuntano dei teroristi armati, o ancora delle Vergini di Natività rinascimentali assumono i tratti di coreane prostrate dal dolore… Un’interpretazione dell’attualità rivisitata attraverso un’iconografia istoricizzata. “Abbaco” è un breve episodio nella produzione dell’artista che l’abbandona, per operare, dal 1982, una rivisitazione completa del suo lavoro, in una sintesi che riprende tutti gli archetipi della sua ricerca.
Negli anni 90 Bertini, pur usando l’iconografia della Mec-Art, abandona il procedimento fotografico, ed adopera il computer come strumento riproduttivo d’immagini estratte dall’attualita e ri-elaborate in colori fulgoranti e sagome sfumate, che ricordanno le sue origini toscane : « lo sfumato rinascimentale ».
 
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