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arte contemporanea, collettiva GALLERIA ALESSANDRO BAGNAI ​ Via Di San Girolamo 15 Siena 53100

Siena - dal 29 settembre all'undici novembre 2005

Massimo Barzagli - Mai Home

Massimo Barzagli - Mai Home
Massimo Barzagli
- Maybe one day - 2005 -
Impressioni di luce su carta fotografica
- Trittico cm 250x375
 [Vedi la foto originale]
GALLERIA ALESSANDRO BAGNAI
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Via Di San Girolamo 15 (53100)
+39 0577283355
siena@galleriabagnai.it
www.galleriabagnai.it
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circa trenta opere, tra quadri singoli, dittici, trittici
orario: da lunedì a venerdì 15:30-19:30 e su appuntamento
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 29 settembre 2005. ore 19
catalogo: con testi di Lorand Hegyi e Ludovico Pratesi
curatori: Sergio Risaliti
autori: Massimo Barzagli
genere: arte contemporanea, personale

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comunicato stampa
La Galleria Alessandro Bagnai con sede a Firenze e Siena inaugura una personale di Massimo Barzagli. L’artista presenterà circa trenta opere, tra quadri singoli, dittici, trittici, risultato degli ultimi due anni di lavoro, occupando sia lo spazio fiorentino che quello senese.
Da molti anni, Massimo Barzagli ha trasformato la sua arte in una tecnica interdisciplinare: alla pittura e al disegno ha affiancato scultura, installazione, performance, fotografia e video. L’avvicinamento tra discipline è apparso fin da subito piuttosto antiaccademico, per una particolare e profonda predisposizione dell’artista al meticciato, ad un uso eclettico dei mezzi.
In ogni caso, sia che dipinga o realizzi un video, o un’impressione fotografica, egli affronta il tema della figura e quello della figura degli oggetti, trascinando forma e immagine ai limiti della somiglianza e del realismo, oltre la riproduzione della cosa, verso la costruzione figurale. Da sempre dipinge realizzando impronte. Un tipo d’immagine (fatta di materia più che di segno) che si basa sulla dissomiglianza e sulla deflagrazione. Barzagli cerca non tanto la perfezione della rappresentazione, l’illusione della superficie, la somiglianza, quanto l’irrapresentabilità della figura, la difformità dell’astanza pittorica, la pregnanza del colore e della luce. Negli ultimi due anni l’artista ha rinunciato all’impronta e alla materia pittorica. Ma non al processo di costruzione figurativa che adesso ottiene chiudendosi al buio, come in una camera oscura e lavorando sulla carta e gli oggetti che colpisce direttamente inondandoli di luce, in modo da ottenere di quegli stessi oggetti impressioni fotografiche. Immagini trapassate dalla luce che ne definisce la forma e la figura come quando sulla pelle il sole lascia il disegno di una stoffa o di un gioiello. Cose e oggetti che di fatto sono solo ombre luminose e come tali sono nate quando la luce ha marchiato la carta reagendo alla pesantezza dell’oggetto, o la sua trasparenza. Siamo di fronte a opere che sul piano tecnico nascono ne più ne meno come le prime fotografie e assomigliano a certi risultati ottenuti da Brancusi e da Man Ray. Come quegli artisti anche Barzagli sembra più interessato al risultato pittorico e iconico del procedimento oltre che alla messa in scena e quindi alla strategia di costruzione e allestimento di teatrini e wunderkammer d’avanguardia. Lo sfondo ad esempio è costruito forzando i colori per raggiungere effetti di profondità e densità, oppure di freddezza e durezza. Lo sfondo in verità più che essere una dimensione spaziale è una realtà cromatica, ogni opera, è un pezzo unico, e gli effetti ottenuti lavorando con la luce sulla carta sono pari a quelli che si potrebbero ottenere con la pittura o con i programmi di computer graphic. Ma a differenza di una tecnologia digitale qui l’elemento che agisce alchemicamente è la luce, che trasfigura cose e superfici, materie e colori in altro. Le cose sembrano appartenere ad una scena illusoria, sono ombre, eidola, ma costruite con l’onda d’urto della luce. Il grosso del lavoro è tuttavia incentrato sulla preparazione della messa in scena, dove gli oggetti tra poco, funzioneranno al buio come attori muti di una performance. I vari oggetti sono stati selezionati come un tempo frugando nei magazzini di roba vecchia, dove si trovano pezzi di modernariato usati, oggetti di basso design accanto ad altri pezzi kitsch, oppure dal ripostiglio personale, soffitta o scantinato che sia, dove si conservano le cose del passato. Alcuni di essi sono appartenuti all’artista o alla sua famiglia, le sedie ad esempio furono della madre, altri hanno fatto la loro parte durante l’infanzia. Di fatto più che oggetti di uso quotidiano sono effetti personali, memorie, reliquie, pezzi di un archeologia intima e familiare. Una volta riesumati, o recuperati, l’artista gli sistema in modo che componendoli figurativamente ne possa poi risultare una qualche architettura d’insieme funzionale alla composizione stessa. L’immagine che risulterà, i rapporti tra le cose, le masse e le linee di forza, sono dati prefigurati anticipatamente, perché poi l’opera nascerà al buio, quando la luce accecherà quel teatro di archetipi e di feticci trasformandoli in qualcosa di molto simile a delle icone che rilucono in una cripta tutta oscura. Gli oggetti quindi non stanno li per trasfigurare una pezzo di mondo presente, non appartengono alla schiera delle cose acquistate nei supermercati, non hanno la funzione di rappresentare il quotidiano, quanto piuttosto quella di incorporare e riesumare un passato. Se il processo dell’impronta sapeva di sacrificio e di orgia, questo nuovo procedimento ha un che di liturgico e di criptico. Siamo in presenza di quella cosa che Derrida chiama “inclusione clandestina”, o incorporazione criptica il cui aspetto più inquietante è la sua lucentezza, il suo splendore, il luccichio che dall’interno rifulge verso il fuori. Una volta sistemata la scena, come fosse una natura morta, una vanitas, con le cose accomodate per stabilire non solo rapporti formali ma anche relazioni simboliche, accade che quelle stesse cose subiscano una trasfigurazione vera e propria. Se negli anni precedenti i corpi spalmati di colore lasciavano un’impronta difforome sulla tela dipinta, adesso gli oggetti proiettano la propria ombra sulla carta, un’ombra che però è luminosa e aurea, Se le impronte avevano una densità materica, queste hanno una qualità gassosa mentre lo sfondo appare liquido e denso, quasi vischioso. La luce allora ha una funzione alchemica, gli oggetti si trasformano in icone luminose mutando di condizione e di sostanza. L’immagine stampata all’inverso, in un bagno di luce, funziona come una poesia muta, anzi ci parla come un teatrino di muti fantasmi, in cui gli allestimenti restano sospesi nell’irrealtà per sempre in attesa di un testo che mai sarà letto. La stessa sorte, inquietante e misteriosa, capita agli oggetti che vivono sospesi a metà tra la loro funzione e la loro sorte. Ognuno di questi quadri, potremmo dire con Mario Perniola, è “come un tesoro nascosto che brilla soltanto nell’oscurità”.
Catalogo (italiano-inglese) con testi di Sergio Risaliti, Lóránd Hegyi e Ludovico Pratesi disponibile in galleria.
 
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