I segni alfabetici, i testi e le frasi sono i protagonisti delle grandi tele di NATALE GALLI nella sua personale ositata da SPAZIOINMOSTRA. Infatti, con 30 opere l’artista milanese afferma il valore di lettere e parole utilizzate in un contesto pittorico. La mostra delinea un singolare percorso dell’artista in cui i testi si ispirano a citazioni di autori che hanno contribuito alla sua formazione: parliamo per esempio del grande Jarry, parliamo di frammenti di canzoni che hanno segnato la sua vita. Ci sono spunti significativi tratti anche dalla letteratura italiana e internazionale, come anche presi dalla vita di ogni giorno reale o immaginaria.
È da tempo che Natale Galli ha eletto la parola scritta a protagonista dei suoi quadri. Consapevole del fatto, incontestabile, che le parole sono composte da lettere e che le lettere non sono altro che segni, proprio come quelli pittorici. Non sarà un caso se parecchie lingue, a partire dal greco, si accontentano di un unico termine per designare l’attività di chi scrive, disegna o dipinge. Galli rappresenta, anche sovrapposte, allegramente sulla tela, obbligandole alla stessa disciplina formale di tutti gli altri elementi della sua opera.
Avremo così, a seconda dei casi, parole colorate o monocrome; parole (abbastanza) disposte a restare al posto loro assegnato nella composizione, o altre che dalla composizione si sforzano di evadere; parole isolate o riunite in frasi ed elenchi di varia natura. Ma si tratterà, sempre e irrevocabilmente, di parole (e, talvolta, di frasi), mai di semplici aggregati di lettere. Il problema, come lo imposta Galli, è quello di conservare ed enfatizzare, anche in una dimensione diversa come quella pittorica, tutti i loro riferimenti culturali, giocando sui diversi piani semantici che l’operazione rende disponibili. Il programma può apparire un po’ ardito ma i risultati dimostrano che la difficile equazione si può risolvere.
Ci troviamo, concretamente, in un area di contaminazione, una specie di borderline tra il mondo dell’immagine e quello della parola, in cui le due componenti, più che contrapporsi, interagiscono reciprocamente, cedendo ciascuna all’altra qualcosa della propria natura. Un nome, così, potrà essere trattato come un vero e proprio ritratto (succede con quelli di Majakovskij e di Billie Holiday); una serie di citazioni percepite attraverso la vetrina di un bar affollato configureranno qualcosa che assomiglia molto a un paesaggio e così via. E nessuno potrà dubitare, naturalmente, dell’artisticità di una composizione incentrata sulla parola “Art”, anche a prescindere dalle varianti cromatiche e materiche che l’artista, a partire da quel monosillabo, riesce a realizzare. Un caso di sfacciata autocelebrazione? Può darsi, ma forse si tratta soltanto di un gioco. E non è neanche l’unico.
a cura di Carlo Oliva
NATALE GALLI (Monza, 1952), vive e lavora a Milano. Numerose sue opere sono presenti in collezioni private in Italia e all’ estero.
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