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Brescia - dall'otto aprile al 18 maggio 2006
Lorenz Spring - Ruckblick-Ausblick [leggi la recensione]
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comunicato stampa  |
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| Prima personale italiana di Lorenz Spring [nato nel 1964 a Uster, Svizzera] con opere degli ultimi dieci anni che ne ripercorrono la ricerca più recente. Spring è figlio di una generazione che potremmo chiamare (alla maniera dell’artista) “Hamburger-kultur”, una cultura famelica più che citazionista, onnivora sia nei soggetti che nella tecnica, sempre alla ricerca di spunti – colti oppure triviali – da assimilare e rigettare con forza. In pratica si tratta di una masticazione pantagruelica che culmina in una carica esplosiva, lo attestano gli sfondi dei quadri caratterizzati da una superficie che gronda colore su decorazioni eterogenee e inserti di collage. La sollecitazione della retina si accompagna quindi a una prurigine della mano che guida il pennello, instancabile, implacabile. All’indole pittorica Spring ha spesso affiancato quella scultorea, contaminando l’una con l’altra; molte delle opere su tela o su legno non sono altro che dei combine-painting con sagome che conferiscono volumetria al quadro, talvolta anche al di fuori dei margini. Farsesco e cinico allo stesso tempo, Spring si fa erede degli stilemi di Baechler, Basquiat, Rauschenberg, Hockney, Kitaj, Peter Blake, mescolando il popism all’espressionismo. Il suo eclettismo stilistico si evince soprattutto in una ventina di carte di piccolo formato che sono anche una sorta di inventario privato, sempre in bilico tra astrazione e figurazione, tra informale e art-brut, tra graffittismo e pastiche. Spring rifiuta ogni filone precostituito, fa incetta della storia dell’arte del secolo appena trascorso per poi restituircene il melting-pot. E benché il movente sia l’appropriazione siamo ben lungi dalla mera cleptomania – né fredda, né impersonale – perché in essa traspare tutta la verve dell’artista. Tra i cicli degli ultimi anni si ricordano l’effige del dollaro americano (con il volto di Washington “violentato” da scritte e slogan), gli omaggi al jazz (ritmo e improvvisazione trovano nel colore il loro corrispettivo), ma soprattutto Mickey Mouse, icona allucinata che prende le debite distanze dal personaggio disneyano (per lo più privo del corpo, il Mickey Mouse di Spring è umbratile, quasi mefistofelico, ha uno sguardo aggressivo e digrigna i denti).
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